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Flannery O’Connor e l’umorismo di una scrittrice cattolica

Flannery O’Connor e l’umorismo di una scrittrice cattolicaGli scritti dell’americana Flannery O’Connor (1925-1964) – due romanzi, due antologie di racconti, una raccolta di lettere e un volume di saggi e riflessioni sul proprio lavoro di narratrice – appassionano un gruppo di lettori devoti in Italia. Uno studioso le ha persino dedicato un blog ricco di articoli, recensioni e interviste ad amici ed estimatori. Prima che per i lettori odierni, tuttavia, la O’Connor è stata un’ispirazione per narratori a loro volta molto amati, come Raymond Carver, i quali, con il loro apprezzamento, hanno contribuito a fare della collega una figura di culto.

Nonostante la vita breve e appartata vissuta perlopiù in una cittadina della Georgia, la O’ Connor raggiunge presto il successo, tant’è che viene spesso invitata nelle università americane a tenere conferenze sul suo mestiere di scrittrice. Lei stessa aveva frequentato i corsi di letteratura all’università di Iowa City, per poi dedicarsi alla scrittura e all’allevamento di pavoni nella sua fattoria, con la madre. Nello stesso periodo il suo corpo comincia a mostrare con più violenza gli effetti di una malattia genetica, il lupus eritematoso, che la ucciderà nel 1964, ad appena trentanove anni.

Le opere della O’Connor non sono quello che ci si potrebbe forse aspettare da una narratrice di ispirazione dichiaratamente cristiana. I suoi racconti non fanno da pretesto per prediche infuocate né si dilungano in riflessioni blande e noiose. Sono semmai storie cupe, brutali e divertenti, piene di tensione e ironia. Sfidano chi le legge a scovare l’azione della Grazia divina nei luoghi e nelle situazioni da cui detta Grazia sembra tenersi bene a distanza, negli angoli più sperduti della provincia Americana del Sud, tra personaggi ingenui od orgogliosi, avidi o umili, sinistri o ridicoli. Fanno pensare un po’ ai film di Quentin Tarantino.

Flannery O’Connor e l’umorismo di una scrittrice cattolica

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Esiste una traduzione italiana dei due romanzi: Wise Bloom (La saggezza nel sangue, Garzanti, 2002) e The Violent Bear it Away (Il cielo è dei violenti, Einaudi, 1994.) Ce ne sono un paio dei racconti, la più completa edita da Bompiani nel 2001, in due volumi. Quanto alle lettere, l’edizione italiana più recente è Sola a presidiare la fortezza (Mysteries and Manners), edita nel 2012 da minimum fax, che aveva già pubblicato i saggi nel 2005, con il titolo Nel territorio del diavolo. Sul mestiere di scrivere.

Infine, lo scorso maggio è uscito per Bompiani Diario di una preghiera, tradotto da Elena Buia e Andrew Ruth. Il testo risale al 1946-1947, gli anni fecondi degli studi universitari. La O’Connor, poco più che ventenne, lascia la Georgia e il suo mondo infantile per Iowa City, una città ricca di stimoli culturali, e, diversamente dal Sud, non segregazionista. La ragazza comincia a frequentare laboratori di scrittura, abbozza i primi racconti, elabora la propria poetica, tiene un diario di preghiera. Il diario è solo un frammento, appena una quarantina di pagine, ma poiché la futura narratrice vi preannuncia il programma di vita e di lavoro, appare come un’opera compiuta. Tutto in queste pagine ruota intorno alla fede e alla scrittura, inscindibili l’una dall’altra. Una prima parte consiste in annotazioni senza data: brevi invocazioni a un «Caro Dio», frammenti di preghiera. Una seconda sezione, poco più lunga della prima, raccoglie ancora pensieri e suppliche, annotati in poche giornate nell’arco di due anni.

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Il diario è un modo nuovo e personalissimo di pregare per la O’Connor, insoddisfatta delle preghiere tradizionali («le dico e non le sento».) Il tono di queste pagine è ingenuo, disarmante, ma lo sguardo sempre acuto, come nei racconti, e a tratti ironico. La giovane ha le idee chiare. Vuole essere una scrittrice cristiana e prega Dio per «riuscire ad avere successo in questo mondo». «Fa’ che i principi cristiani pervadano la mia scrittura», domanda, «e fa’ che i miei scritti (pubblicati) siano numerosi abbastanza per diffonderli».

Conscia del proprio talento, O’Connor chiede senza mezze misure, ma teme che il proprio Io, la disonestà e l’intellettualismo del suo ambiente la ostacolino nelle fede come nella scrittura, impedendole di scorgere Dio e vedere oltre la superficie delle cose. «Sei la sottile luna crescente che vedo e il mio io è l’ombra della terra che mi impedisce di vedere la luna per intero», confessa a Dio. Così la sua preghiera è allo stesso tempo spavalda e incerta, alterna invocazioni rotte («Io devo», «Ti prego, ti prego») a perorazioni più sicure della propria causa. Se è abbastanza fiduciosa del valore delle storie di cui il Signore le fa dono, è invece tormentata dalla consapevolezza delle sue mancanze nella fede, nella preghiera, nell’amore per Dio.

Flannery O’Connor e l’umorismo di una scrittrice cattolica

Oscilla tra il desiderio di «essere una mistica, e subito» e la consapevolezza di essere spiritualmente mediocre, «una scamorza», «una falena che vuole diventare re». Ammette che la recita del rosario è per lei una ripetizione meccanica, i pensieri erotici e i desideri della pancia sempre in agguato. Neanche il piacere di scrivere un diario di preghiera, si dispera nell’ultima annotazione, è duraturo, le sembra piuttosto una farsa.

Se il tono che chiude il diario è amaro, nel denunciare la propria inadeguatezza la O’Connor non manca tuttavia di umorismo. «Aiutami a sentire che rinuncerò a ogni cosa terrena per questo», supplica, chiedendo a Dio il dono della Grazia. Tuttavia, precisa, «non significa che intendo diventare una suora». Mentre afferma di volere amare Dio, ribadisce di appartenere a questo mondo, di volere essere una scrittrice, e una scrittrice brava. Questa continua tensione la esprime con pathos e umorismo, le qualità che sono anche dei racconti.

Alle suppliche e autorecriminazioni si mescolano nel diario riflessioni sul significato di Fede e Speranza, sull’importanza dell’inferno, su quale principio tenga in piedi un romanzo (l’amore, in Dio o fuori di Dio), su scrittori e pensatori cattolici e no.

Chi ama la narrativa di Flannery O’Connor riconoscerà probabilmente nel Diario di una preghiera, la prima dichiarazione d’intenti della scrittrice, l’intelligenza, l’onestà e il piglio essenziale, divertente che ne anima l’opera successiva.

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