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Finché c’è guerra, c’è speranza

Finché c’è guerra, c’è speranzaPare essere proprio così. Saremmo in guerra, lo dice anche Bergoglio, in un nuovo conflitto mondiale combattuto su fronti disparati ma tutti convergenti, in qualche modo, sul Mediterraneo.

Gli attentati in Turchia si susseguono e alimentano quell’alloctonofobia – la banale quanto assillante ed immotivata paura di chi è nato altrove – che attanaglia l’Europa. Permea nelle stanze degli europei il timore di un’invasione disumanizzante, ma fino ad oggi di veramente disumano c’è la scelta di chiudere i tragitti ai profughi per lasciarli in balia di centinaia di scafisti e di caporali delle tratte.

L’Ue combatte la sua guerra nella più sconfortante disunità, decretando l’insuccesso delle politiche di accoglienza e ratificando, di fatto, il preludio del suo stesso scioglimento. Nulla possono le associazioni umanitarie e quelle di volontariato di fronte alle baionette issate alle frontiere e spudoratamente ostentate davanti ai profughi siriani.

 

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La risposta a questa chiusura è, dall’altra parte, l’inasprimento della guerra terroristica del Daesh. Lo Stato Islamico fa saltare in aria i suoi innumerevoli adepti scuotendo le certezze dei bianchi in Centrafrica, irretendo la Francia in una spirale senza ritorno.

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Dobbiamo fare molta attenzione agli eventi in atto: guerra ai migranti (combattuta da un numero troppo ampio di stati europei) e guerra al mondo occidentale (combattuta dal Daesh) sono due facce della stessa medaglia che si chiama guerra globale.

Finché c’è guerra, c’è speranza

Le potenze euroasiatiche, compresa la dittatoriale Turchia, sono in un evidente pantano e non sembrano voler arrestare i due fenomeni. Il combinato disposto delle due guerre ha un solo prodotto, la morte dei civili, l’annientamento delle democrazie (quelle europee in testa), l’azzeramento della pace su scala planetaria. Siamo pienamente immersi in quel fango sanguigno e grumoso dentro il quale annegano il buon senso, la solidarietà, il riconoscimento dell’altro.

 

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Spuntano dalla palude le mani dei cadaveri dei bambini, le teste mozzate dei civili, le parole dei reporter fucilati, i sorrisi estinti dei turisti ammazzati, e noi ci nuotiamo accanto sperando che qualcuno ci tenda un ramo per uscirne. Ma ad approfittarne, ridendo di noi, i consueti produttori e i tanti broker di armi che vedono schizzare verso l’alto i proventi e sperano in un allungamento senza fine dei conflitti, nonché in una loro plausibile estensione oltre il bacino mediterraneo. Finché c’è guerra c’è speranza, per loro, come in quell’indimenticabile film con Alberto Sordi che torna più che mai attuale. 

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