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Fare i conti con la propria vita. “Una piccola fedeltà” di Luca Saltini

Fare i conti con la propria vita. “Una piccola fedeltà” di Luca SaltiniUna piccola fedeltà, pubblicato da Giunti editore, è l’ultimo romanzo di Luca Saltini, ricercatore storico che ha già pubblicato, oltre a diverse opere di saggistica, tre romanzi e una raccolta di racconti per ragazzi.

La storia narrata si dipana lungo due diversi assi temporali, quello dell’attualità, con cui si apre il romanzo, con il protagonista Augusto Castiglioni ormai anziano e gravemente malato che racconta il suo doloroso presente, e quello della memoria, in cui riemerge il suo passato “orribile e gioioso” di uomo d’affari la cui smodata voglia di successo e denaro ha sempre avuto la priorità su tutto, compresi doveri morali e amore.

Chiuso in una clinica milanese di lusso, con una malattia neurodegenerativa che lo sta progressivamente paralizzando, costringendolo all’umiliazione di vedersi trattato, in quanto non autosufficiente, alla stregua di un bambino, Castiglioni rievoca i momenti fondamentali della sua vita; l’incontro con la donna destinata a diventare oggetto prima della sua passione, poi di un mai sopito rimpianto, e quelli di lavoro che lo hanno reso ricco ma anche infelice, pieno di rimorsi e profondamente solo, malgrado si sia sposato e abbia avuto un figlio. Infatti la moglie, di vent’anni più giovane,  è una donna superficiale e frivola che lo tradisce e pensa solo a godersi la vita in luoghi esclusivi, al punto che, avvisata delle condizioni di salute del marito, impiega una settimana a rientrare a Milano dai Caraibi e comunica ad Augusto la sua speranza di potervi fare presto ritorno, perché sono previsti eventi mondani “imperdibili”, mentre il figlio viene definito dallo stesso padre “l’americano”, quasi a volerne rimarcare la lontananza, e non solo geografico-fisica, da sé. Ciononostante Augusto continua a essere posseduto dalla “forza violenta dell’istinto per gli affari”, a cui neppure nell’attuale stato riesce a sfuggire, a questo punto per una sorta di mania ossessivo-compulsiva più che per avidità (“Fa niente. Erano solo soldi”).

 

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Il lettore scopre che l’uomo, divenuto ingegnere chimico a dispetto dell’idealista padre che lo avrebbe voluto medico al servizio della povera gente, si è arricchito facendo il trader « lavoro per fare bene il quale “serve determinazione, serve cattiveria, serve un obiettivo chiaro” » in società con il fragile ma onesto Lenz; una società divenuta opulenta grazie ai lucrosi affari conclusi con l’ente petrolifero statale della Romania di Ceausescu, e in particolare con l’alto dirigente Victor Janku, dipinto come la quintessenza della crudeltà e della corruzione. Augusto, pur di ottenere vantaggi economici e non perdere le lucrose commesse garantitegli da Janku, cerca d’ingraziarsi quest’ultimo – affetto da un delirio di onnipotenza che lo spinge ad affermare con ogni mezzo il proprio potere, soprattutto verso le donne, considerate meri oggetti di possesso da piegare alle sue voglie – portandogli dall’Italia ricchi doni e ascoltando con apparente interesse i racconti delle sue “prodezze”.

Fare i conti con la propria vita. “Una piccola fedeltà” di Luca Saltini

Nel perverso gioco di ruolo deciso da Janku, che ha assegnato a se stesso lo status di carnefice delle sue molte amanti/vittime e ad Augusto il ruolo di gregario/complice passivo, allo scopo di fargli toccare con mano l’assolutezza del suo tirannico potere, il trader italiano si trova ad assistere a molte delle intemperanze di Victor (“Gli piaceva mostrarmi il suo potere, farmi vedere come gli erano sottomesse, come fossero tutte pronte a fargli fare i suoi comodi. In certi casi avrebbe voluto che mi servissi anche io”).

È proprio durante una di tali circostanze che Castiglioni ha modo di conoscere Achilina, una giovane contadina tanto povera quanto fiera e bella, che a differenza delle altre amanti di Janku, pur sottostando ai suoi voleri per il timore che questi possa concretizzare la sua minaccia di denunciare alla polizia politica, la famigerata Securitate, la madre, non nasconde il suo profondo disprezzo nei suoi confronti; proprio per tale ragione il dirigente comunista prova per lei una speciale attrazione, perversa ma anche così profonda da indurlo a farne la preferita tra tutte le sua amanti/vittime.

Il protagonista di Una piccola fedeltà, pur sentendo pietà per la ragazza ed essendone a propria volta affascinato, al punto da innamorarsene e partire con lei per una piccola fuga d’amore approfittando di un viaggio di Janku all’estero, in presenza di questi prende le sue difese in modo molto timido, per il timore di inimicarsi il dirigente e non poter più concludere affari con lui. Solo dopo aver finito di arricchirsi frodando, in collaborazione con lo stesso Victor, governo e popolo rumeno, e aver assistito allo sgretolarsi del regime di Ceausescu sotto i colpi della rivolta popolare Castiglioni trova il coraggio di rivelare al dirigente il suo amore per Achilina, promettendo a quest’ultima, una volta sistemati gli affari pendenti, di portarla via con sé. Mentre cerca di raggiungere l’ambasciata italiana viene gravemente ferito e ottiene un aiuto inatteso da parte della sola (forse) persona nei confronti della quale, anziché comportarsi da predatore, ha continuato a ripetere nel tempo un gesto di disinteressata generosità.

Gli orrori della dittatura di Ceausescu– in relazione ai quali l’autore precisa nella postfazione che “la Romania del libro …esiste solo nella mia mente” essendo Una piccola fedeltà un racconto di mera fantasia rispetto al quale il Paese e il suo governo servivano solo da credibile contesto, senza alcuna velleità di fedele ricostruzione – restano sullo sfondo, evocati con tratti scarni ma efficaci, dal contrasto tra la mostruosa povertà dei contadini e il lusso in mezzo al quale vive la dirigenza, tra beni simbolo del più sfrenato consumismo capitalistico e feste sfarzose, alla terrorizzante ubiquità della Securitate sino alla tentacolare corruzione dei funzionari del regime.

Fare i conti con la propria vita. “Una piccola fedeltà” di Luca Saltini

Lo stile, fluido ed essenziale senza mai diventare banale o troppo scarno, è molto efficace, sia nelle descrizioni paesaggistiche sia nelle illustrazioni degli stati d’animo dei personaggi. A tratti diviene intensamente poetico, come nella pagina iniziale, quando ad Augusto vecchio e malato appare, in una visione onirica che introduce una pennellata di realismo magico, la fugace immagine dell’unica donna che abbia mai davvero amato, il sentimento verso la quale è rimasto nel tempo “integro, furibondo come era allora, disperato”, immagine che suscita in lui una struggente ondata di nostalgia (“è entrata nella stanza senza fare rumore, sfiorando appena il pavimento con i piedi nudi. Guardava i palazzi fuori dalla finestra, come se vedesse ancora i campi dietro la casa. Nella trasparenza dei suoi occhi li ho rivisti anch’io, in leggera pendenza, lungo la costa della collina, con l’erba alta mossa dal vento e l’orto dove per la prima volta avevo affondato le mani nella terra. Ho sentito anche il vento, quando i suoi capelli lunghi si sono sollevati sulle spalle. Forse avrei persino potuto toccarla se solo avessi avuto il coraggio di allungare il braccio per sfiorarle le dita. Ma non ho osato farlo perché non so se ho ancora il diritto di trattenerla accanto a me. Eppure quella sua presenza diafana dentro la stanza mi è apparsa come la cosa più concreta che riuscivo a vedere dopo tanto tempo”). Le descrizioni dei personaggi rivelano una notevole capacità d’introspezione psicologica e appaiono connotate, come già evidenziato rispetto alle opere precedenti, da un’estrema attenzione a quella che è stata definita “indagine del dettaglio”.

Il messaggio che il romanzo sembra suggerire, al di là del disincanto del protagonista, che non rinuncia a paragonare l’immoralità di Janku al rigorismo un po’ savonaroliano del proprio padre, la cui autorità morale rifiuta di riconoscere sino alla fine,è che, forse, solo i gesti di disinteressato altruismo possono illuminare di sé tutta una vita, sino talora a salvarla. “Ama il prossimo tuo come te stesso” insegnava Gesù di Nazareth, gettando le basi del principio cristiano della fratellanza e della carità come strumento di redenzione. “In ogni uomo c’è sempre un barlume di luce”, scriveva molti secoli dopo la laica Marguerite Yourcenar.

 

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Lo sprazzo di luce che malgrado la sofferenza, la malattia e l’infelicità, non smette di brillare nel “predatore” Augusto Castiglioni – suggerisce Saltini – nasce da “una piccola fedeltà”, nonostante l’apparente trascurabilità capace di riscattare tutta una vita connotata da brama di denaro e successo, egoismo e indifferenza verso le sorti altrui.


Per la prima foto, copyright: Alexandre Debiève.

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