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Fantasy e vin brulé – “Domani – Cronache del contagio” di Massimo Spiga

Fantasy e vin bruléBenvenuti alla nuova puntata di fantasy e vin brulé, la rubrica di Sul Romanzo dedicata alla letteratura fantastica a tutto tondo. Dopo Dura pioggia cadrà, di cui Vlad Sandrini ci ha parlato nella scorsa puntata, rimaniamo in Italia anche questa volta con un “emergente” che ci tenevamo a segnalare: il suo nome è Massimo Spiga, prolifico autore di racconti, traduttore e sceneggiatore di fumetti, che per Arkadia Edizioni ha estratto dal cilindro un “romanzo zombie” con il merito di aver centrato a pieno i canoni del genere e di averli trascesi.

Domani – Cronache del contagio inizia come ogni romanzo apocalittico che si rispetti: un ritratto di quotidianità tra noie e problemi, con persone normali ad affrontarla al meglio delle loro possibilità, o anche al peggio, non fa alcuna differenza, perché domani ci sarà un altro giorno per cui tediarsi, per cui far finta di poter cambiare. Così Andrea, il brillante geek disilluso protagonista della storia, prototipo tuttofare della gioventù “dal cervello liquefatto” nata negli Ottanta, si trova per lavoro a fare da aiuto cameraman e facchino per un documentario televisivo da girare nel nord della Bulgaria, nella città di Belene.

Spiga riesce a portarci nel sito della città bulgara sul Danubio come se il documentario lo stesse girando lui stesso, tra scorci iper-realisti di grigiore post-sovietico e l’alone di inquietudine che regna attorno all’enorme cantiere della centrale nucleare, la seconda della Bulgaria, che agli inizi degli anni Ottanta venne cominciata e mai ultimata, lasciando la città nella disoccupazione più nera. Il lettore ci casca: nucleare + infestazione di zanzare giganti dal Danubio = mutazione, contagio e apocalisse zombie. Se Spiga avesse seguito questa strada, il romanzo sarebbe stato un’onesta storia “di genere” senza macchia né encomio. Ma è qui che l’autore comincia a ricamare le variazioni sul tema.

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Massimo Spiga, Domani – Cronache del contagioLa troupe, composta dalla stessa zia di Andrea e dalla sveglia interprete Laura, comincia a investigare in città e scopre che il luogo, oltre la già claustrofobica apparenza, nasconde ben altro. Quando gli zombie fanno il loro ingresso in scena (perché gli zombie, in un “romanzo zombie”, fanno sempre il loro ingresso in scena, per contratto con il lettore), si muovono sullo sfondo dell’agire di una misteriosa multinazionale con tanto di tute mimetiche e fucili mitragliatori. Ancora ci si muove quindi nei crismi del genere, che vengono applicati da manuale nella seconda parte del romanzo quando l’orda si mostra nella sua ferocia e mette i personaggi con le spalle al muro (là dove di solito si afferrano le spranghe, le molotov e le armi di fortuna e insieme a improbabili compagni di sventura si sopravvive a ogni costo). Il lettore ci casca ancora, segue la storia che va esattamente dove deve andare. Ma è qui che l’autore si smarca l’ultima volta e inizia decisamente a vaneggiare.

Quando Spiga comincia a indagare la natura e la causa del contagio nel profondo, ecco che Domani si dimostra un “finto” romanzo zombie. Carne putrescente e redivivi si rivelano soltanto un pretesto per un’elucubrazione che travalica l’organico e si spinge sino ai misteri delle stelle, in una mitopoiesi multiversale che omaggia apertamente il Lovecraft più mistico (che Spiga, tra l’altro, per Arkadia ha ritradotto). Un’escalation di follia che trascende sia i toni horror-pulp ironici quanto la tragedia umana sullo sfondo.

Seguendo la discesa negli abissi del suo protagonista, Domani traccia un’iperbole ai limiti del religioso, un’invocazione a Dio – qualsiasi cosa esso sia – non bigotta, ma frutto della religiosità “nerd” di una contemporaneità dal cervello liquefatto che, proprio perché interconnessa in tempo reale con le infinite possibilità dell’esistenza, si spinge sino a un punto in cui non può che riconoscere l’umiltà intrinseca della condizione umana nella sua limitatezza, in un epitaffio degno del maestro di Providence: non sappiamo nulla, ed è proprio questa ignoranza che ci permette di sopravvivere.

Domani è un bel libro. Scritto in prima persona al presente, è un colpo di pistola, si legge in ventiquattro ore. Avrebbe potuto essere più curato da un punto di vista editoriale, ma lo si perdona, perché Spiga sa il fatto suo, ci porta a braccetto sull’orlo della fine del mondo e ci butta di sotto.

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