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Facebook e la vetrina del salumiere

[Terzo Girone della Rubrica All’Inferno, scrittore esordiente!]

Demorciso, scrittori esordientiFacebook nasce per tenere i contatti con gli amici lontani, farsene di nuovi e tampinare probabili acquirenti d’opere librarie, spesso autoprodotte o edite a pagamento.
Sì, è così, ché, se pubblichi con Mondadori, poi non passi il tempo libero a spammare sulle bacheche altrui. In questo caso, anzi, sono i lettori a venire da te, alla spicciolata o in fila indiana, portando oro, incenso e mirra... E, ovviamente, tanti complimenti. Che devono essere salivari, al punto da risaltare per la loro pregnanza. Di questo, però, parleremo nel prossimo girone, dedicato al sistema piramidale degli amici degli amici degli amici.

Oggi, invece, parleremo dell’uso, o meglio dell’abuso di Facebook: sarà questa la vetrina che vi farà conoscere al grande pubblico? Beh, magari sì, l’importante è non farlo scappare prima.
Procediamo con ordine, in questo modo potrete saltare le vetrine che non vi espongono. Ma non barate, eh?

Vetrina n. 1: Salumieri a casa propria

Lo scrittore esordiente pubblica un libro autoprodotto e lo comunica al mondo inserendo sulla propria bacheca il link all’acquisto. Continuamente!
Manda alcune copie a blog generalisti che recensiscono un po’ di tutto — vedremo nel prossimo  girone il caso delle recensioni di scambio e a pagamento —, ottiene quanto sperato e linka tali risultati sulla sua bacheca. Continuamente!
Questo, spesso e volentieri, vi farà odiare da molte persone. Contemporaneamente!

E il vostro profilo diventerebbe monotematico. Ve ne rendete conto, vero? Diventereste un po’ come Bette Midler: «Ora basta parlare di me, parliamo un po' di voi. Cosa ne pensate di me?». Spero che la citazione vi tolga ogni dubbio in merito: una bacheca che parla solo e unicamente del vostro libro equivale a un canale televisivo che passa sempre e solo lo stesso spot.

Inotre, l’edizione fa la differenza e incide in maniera netta sulla vostra cerchia d’amici: se la pubblicazione è a pagamento, la gente scapperà alla svelta; i libri autoprodotti saranno tollerati, ma nessuno avrà il coraggio di interagire coi vostri spazi pubblicitari. Cliccare mi piace equivale a levarsi in fretta il pensiero, niente di più.
Fatevene una ragione: davanti alla tv si cambia canale, su Facebook eviteranno la vostra bacheca.

Vetrina n. 2: Il menù del salumiere

Se pubblicare link sulla vostra bacheca non ha portato il romanzo tra i dieci bestseller dell’anno, la mossa successiva, di solito, è scrivere una nota su Facebook. Lì lo scrittore esordiente inserirà un’anteprima, la quarta e tutte le informazioni per l’acquisto. Incerti su quali amici taggare, li taggherete tutti, in questo modo la nota andrà su molte bacheche e saranno in tanti a farsi vivi. Già, solitamente per levare quel tag.
Fortunatamente Facebook ha inserito un piccolo marchingegno legato alla privacy di ogni iscritto: si chiama controllo dei tag. In molti abbiamo subito messo la spunta a questa diavoleria, sappiatelo. La nota non sarà fastidiosa quanto l’inserimento forzoso di uno spot all’acquisto sulle bacheche altrui, ma non potete davvero credere che il vostro libro possa interessare a persone con cui non avete mai scambiato nemmeno un buongiorno. Proprio non potete, dai, su.

Vetrina n. 3: Salumieri a casa d’altri

Ecco, questo è il caso peggiore. Accade quando uno scrittore s’infila nella bacheca di un altro e la usa come rampa di lancio per i propri lavori. Solitamente si prediligono le bacheche che parlano di libri, o quelle con un sacco di contatti e un gran movimento di commenti.
Che fa l’autore in cerca di gloria? Affigge lì, nella bacheca altrui, il link al proprio libro o commenta sornione, citando la propria opera – ché un po’ di vergogna, a volte, riesce persino a frenare l’entusiasmo.

Mettetevi una mano al cuore: conoscete davvero la persona a cui state rifilando il vostro link? Siete certi che sia interessata a leggervi e comprarvi? Immagino che, il più delle volte, questa domanda non sfiori nemmeno per un attimo il salumiere in casa d’altri.
Naturalmente la vetrina altrui viene buona anche per linkare e pubblicizzare la propria pagina personale, il gruppo dedicato al libro che si è scritto e il gruppo di poesia a cui si è dato vita.
Spendiamo allora due parole sui poeti da Facebook. Siate sinceri, quante poesie, quanti haiku, quanti versi perversi vi hanno davvero fatto battere il cuore? Eppure questo social network pullula di poeti incompresi, tanto che a volte viene da chiedersi se l’incomprensione sia tutta colpa dei lettori.

Vetrina n. 4: Salumieri tra altri salumieri

È il caso dei gruppi letterari e poetici: lì siete tra gente del mestiere, artisti che, come voi, attendono di essere letti e sperano in una buona parola. Commentate favorevolmente il lavoro altrui e vedrete che qualcuno ricambierà presto la cortesia. Può anche succedere che riusciate ad appioppare il vostro libro a qualche collega, ma di solito vi chiederà di comprare il suo: a questo punto entrambi avrete un acquirente, ma non è detto abbiate anche un lettore. Non sempre le due cose coincidono.

Vetrina n. 5: Salumieri in azione

Prendiamo il caso di uno scrittore famoso, Sandrone Dazieri: «[…] Esce il mio nuovo libro, avviso che lo presenterò a Milano, la mia pagina Fb ribolle di richieste. Vieni anche qui, anche là, anche su anche giù. Siamo qui, ti aspettiamo, non vediamo l’ora di vederti. E faccio uno sbaglio. Ci credo. Credo veramente che esista una comunità di lettori, che ha voglia di discutere con me
di quello che faccio. […] E arriviamo alla serata di Bologna di ieri. Organizzata, discussa sulle
pagine, avvisata… Ancora una volta, la sala vuota, o quasi. […]»

Di questa cosa parleremo più ampiamente nel girone Dall’inferno on line all’infernale realtà, per il momento vi basti sapere che tutti quei «Ci sarò» sulla pagina dell’evento legato alla presentazione del vostro libro valgono quanto un assegno scoperto.

Vetrina in allestimento, scrittura, facebookPrima di lasciarvi, un altro esempio di salumeria a domicilio: gli inviti al voto
I più classici richiedono un mi piace che faccia salire l’indice di gradimento di un racconto, di una poesia (a volte di una foto), ma c’è chi sa fare di meglio.
Billy il vizio di leggere, rubrica libraria del Tg1, vuole eleggere il miglior libro dell’anno e la scelta sta ai lettori. Adoro questi concorsi popolari, dove non c’è trucco e non c’è inganno. Sembra pensarla così anche Michela Marzano, autrice di Volevo essere una farfalla — titolo che partecipa alla tenzone —, che, infatti, invita amici e conoscenti a darle un voto: «[…] Quello che vi chiedo oggi, è solo di dirlo con un voto! un voto ogni giorno fino al 25 gennaio! un voto per dirlo... e perché anche altre persone possano un giorno leggerlo. Immagino non sia l’unica a chiedere il nostro appoggio, difatti è lei stessa a farlo presente: […] Ogni autore è stato invitato a diffondere l'informazione e a far votare i propri amici. Allora ovviamente lo faccio anche io. […]»
Non mi resta che augurare in bocca al lupo a Michela Marzano, in attesa che gli altri partecipanti chiedano, allo stesso modo, un aiutino.


Il Quarto Girone della Rubrica All’Inferno, scrittore esordiente! sarà on line il 24/03/2012.

Chiariremo cosa s'intende per scrittore, riveleremo le manovre più usate per diventare amici di uno scrittore, daremo qualche consiglio per scalare il meccanismo piramidale e faremo qualche esempio di recensioni di scambio e a pagamento. Incontreremo Gian Paolo Serino, Tommaso Debenedetti e Raul Montanari.

La foto in alto a destra è di di F. Rinaldi ed è tratta da Demorciso, opera dei fratelli Scuotto

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Commenti

Ho letto diverse presentazioni di nuovi libri, pubblicati da piccole case editrici, che non significa siano poco serie. Libri scritti dalla generazione di laureati che deve fare i conti con l'età nella quale il Cristo si è lamentato col Padre eterno di essere stato, da Lui, abbandonato. I trenta anni li ho passati anch'io e so che è un'età problematica. Saturno, dopo ventinove anni e mezzo, passa sul nostro cielo di nascita e generalmente falcia tutto ciò che non ha il diritto di stare a petto in fuori. È questo un periodo disgraziato, portatore di accadimenti che rinnovano la vita col garbo di una mazza da baseball, tempo del primo anticipo da versare alla vita per convincerla a concederci una proroga, volta al guadagno della perfezione dello stato dell'essere che ci vede annaspare. Resta inteso che si sta parlando della perfezione esclusivamente nel suo aspetto armonico... È allora comprensibile che a trenta anni chi scrive cerchi di alleggerire la propria e drammatica condizione esistenziale trattando di argomenti leggerotti, ma a tutto c'è un limite. Gli scritti che ho letto di questa generazione di autori hanno tutti la stessa caratteristica: raccontano della vacuità della vita nel suo aspetto povero quando è priva di valori che indichino riferimenti certi, orientamenti attraverso i quali un intelletto assetato di conoscenza traccia le coordinate che indicheranno la direzione che deve avere un'esistenza sensata. Direzione che misura la sua qualità, spirituale e interiore. Questi libri sembrano raccolte di pensierini sconclusionati, slegati tra loro, miranti a meravigliare gli ingenui con accostamenti letterari che cercano l'originalità innovativa a tutti i costi. Si può dire che la stragrande maggioranza del materiale edito oggi è motivato solamente dalla necessità di avere successo, che subiscono molti giovani scrittori frustrati, allineati ai desideri di un mondo in ripido e rapido declino culturale.

"Questi libri sembrano raccolte di pensierini sconclusionati, slegati tra loro, miranti a meravigliare gli ingenui con accostamenti letterari che cercano l'originalità innovativa a tutti i costi."
A casa mia - ché a casa mia andiamo sempre di fretta - avremmo detto che sono delle gran chiaviche. Ho interpretato bene il tuo articolato pensiero o, come al solito - e con la scusa della satira -, ho fatto barba e capelli con l'accetta? :)

Sì, lo so anch'io che potevo farla breve scrivendo che la gran parte dei libri pubblicati e non, di questi ormai uomini, fa sperare che la profezia Maya ci becchi, ma pareva brutto scrivere svelti senza far notare che io, al contrario di questi assetati di fama... so esprimere concetti semplici dando loro quel tocco di complicazione che li rende incomprensibili. In fondo la realtà tutta è poco chiara e che diritto avrei, io, di sottrarmici? :D

In effetti sì, è come dici ed è il concetto dell'obliteratrice. Se alle cose dai un nome serio, la gente le prenderà sul serio.
Fortunatamente la mia comprovata cialtronaggine mi consente di semplificare il già semplice, e di scrivere articoli di questa pasta senza rischiare il randello.
Essere cialtroni paga, l'importante è non fingersi diversi. :)

è "divertente" vedere che in questo paese la maggior parte dei "letterati", nel senso che sanno leggere e scrivere, ha scritto/sta scrivendo/ha intenzione di scrivere un libro...
Ma inevitabilmente non si tratta di una storia che si ponga l'obiettivo di interessare e divertire il lettore, ma si tratta sempre di raccontare le proprie ossessioni, le proprie paure, le proprie incapacità, e di esporre a tutti i lettori la propria visione del mondo, che è ovviamente l'unica giusta...
Mi pongo ovviamente la domanda di che tipi di persone siano i lettori degli scrittori italiani...
Ma so già la risposta... quindi non c'è bisogno di riempirmi di contumelie...
:)

Eccomi qui, sono il lettore degli scrittori italiani. Poi ovviamente li recensisco, vorrai mica levarmi 'sta soddisfazione?
Devo ammettere che raramente la roba italiana mi diverte, chissà se gli autori si divertono a scriverla... ;)

Non era nelle mie intenzioni svilire l'impegno che ci mettono gli eventi della vita per motivare frustrazioni, individuali e collettive, il cui solo scopo è quello di far crescere chi le patisce. La crisi, sia essa esteriore che interiore è, dal mio punto di vista, una benedizione del cielo, ma se scatena deliri di onnipotenza si trasforma in una maledizione infernale. Quali siano le forze che tracciano la linea di demarcazione tra una possibile e guadagnata maturità e la marcescenza è facile a dirsi: è il grado di onestà interiore che ognuno si dà nella fatica di essere aderente nei comportamenti al rispetto delle verità certe che conosce. Si obietterà che, non essendo possibile determinare quali siano queste verità certe... ognuno è autorizzato dalla propria coscienza a spadroneggiare su di sé e sul prossimo. Così non è, perché la realtà deve il suo essere alla verità e di verità è composta anche quando mente, nel senso che una menzogna è una vera menzogna. È doveroso, per ognuno, aspirare a conoscere il vero, questo vero che ci fa soffrire e gioire per uno scopo che non è sofferenza o felicità, ma è conoscenza certa. Cos'è la Certezza priva di dubbi? È una conoscenza immediata e diretta dei princìpi universali che ordinano l'esistenza. Una vista interna che dà la visione sintetica delle ragioni essenziali d'essere. Un'illuminazione in divenire la quale, procedendo dalla Certezza assoluta dei princìpi, crea le condizioni attraverso le quali maturare il proprio essere per condurlo alla perfezione del suo stato, fino a superarlo per identificarsi alla Verità trascendente. Un detto Sufi così definisce la Certezza: "La Certezza condivide l'infinità interna del Mistero assoluto il Quale non può essere esaurito".

La mia Certezza, caro Massimo, è che se il mistero non può essere esaurito... allora l'autore pubblica una trilogia. E non c'è niente di peggio, nel Mistero assoluto dell'editoria, di un pessimo libro a cui ne seguiranno altri due. Immagino non esista un detto Sufi che possa riassumere questa sofferenza cosmica, ma se c'è, ti prego di esplicitarlo: voglio aggiungerlo alle mie info su facebook. Farebbe figo un mucchio. :)

...boh!...

Lele, mi pare di leggerti dubbioso.
Dimmi Lele, che posso fare per te? Va bene uno spritz? :)

Nulla sfugge alla conoscenza dei maestri Sufi:
"Anche dal peggio si può imparare qualcosa, a meno che questi non sia replicato tre volte, solo allora non si è imparato qualcosa, ma si è capito tutto. Di quel peggio almeno..."

I maestri Sufi ne sanno una più dei maestri Jedi!

Be', lelemastroleo credo voglia suggerire qualcosa di evidente che ci sfugge, e lo fa attraverso una critica puntuale e circostanziata, povera di dettagli inutili ma foriera di emozionate sottolineature che racchiudono, in sé, l'attimo, che quando non è sfuggente ci prende per il culo... :D

Lele sa. A prescindere. Lele parla poco ma suggerisce molto. Lele a breve me lo ritrovo in bacheca, su facebook, che mi chiede "mi pijate per? devo venire lì?". Lele è un grande filosofo, e adesso mi piomba in bacheca e me ne dice quattro.

Lele, si scherza, eh? Lele, metti giù la mazza da baseball... Lele... non fare così...

Cari Vaj e Conventi,
Di salumieri brulica il mondo, e pure di macellai con la matita piantata in orizzontale, o quasi, subito sopra l'orecchio. Una civiltà carnivora in cui crescono i vegani ma chi aumenta in modo esponenziale è il profitto del cannibale. L'antropofagia del Mercato si è mangiata tutta la porchetta. Camperemo di uova e di lamenti per la salmonella. Insalate di gamberi radioattivi e scontri epocali con le birre senza schiuma. L'acqua minerale è fottuta. Il dessert assolutamente pleonastico e l'amaro svedese troppo amaro. La cucina piccante, dunque, infiamma e pulisce come in una storiaccia d'amore. E qui casca l'asino parallelo. Dei nati (si va per anagrafe) dal Sessantacinque all'Ottantacinque (non protesti chi è fuori, può dedicarsi alla frutta) che narrano, scrivono e sperimentano in Italia oggi, la peculiarità del messaggio è una e una soltanto: l’impotenza. Storie torbide, infelici, denutrite, perverse, impure, corrotte. Personaggi affamati d’amore che vagano nel male contemporaneo alla ricerca di qualcosa. Cercano e non trovano. Trovano e non sanno che cosa cercavano. Questo menù vale per tutti, con le debite differenze di contorno. Faccio il tifo per i primi, meno impegnativi dei secondi ma il vino rosso resta irrinunciabile. Il conto è salato: lo schianto generazionale di figlioli senza colazione. Nonostante il Carosello, la Mulino Bianco, Maria De Filippi, Gengis Khan, il Matrimonio (Anagramma di Mario Monti), la pillola, il PIL, i petrolieri, le case editrici, il Papa, i papaveri, e facciamo basta. Nonostante tutto si va, trovando talvolta qualcosa di buono in mezzo agli scarti distrattamente divorati nel profondo della digestione che, si sa, impegna il cervello. Rallenta il pensiero già compromesso dall’urbanità. Tecnologia e pornografia: da oggetto a oggetto. La frutta è spesso d’importazione. Della verdura non si capisce, anche lei è stupita di sé. Non è la cena che conta, è la sua preparazione. Gemellare il pranzo. L’importanza del caffè: psicologica. Mi sta venendo fame. Starò attento a non abbuffarmi di copiose calligrafie. L’eccesso di colesterolo annebbia la mente. Il tabacco è consentito, ma solo in pausa lettura, produce adrenalina per la capoccia che sarà però odiata dai polmoni. Due contro uno dentro il medesimo appartamento non è un bel modo per augurare un felice pranzo domenicale. Ma insisto! Mattatoio N. 5 a pranzo. Benzina per cena. Viva il menù (che la ù si accenta così e non come accenta Einaudi). Insisto!

Eh, beh, mi si scusi ma se arriva il Ferrario allora è festa grande!
Mette pure un po' fame - no, non tu Raffaele, ché io mordo ma mai gli amici - questa disamina del menù editoriale. Tutta 'sta carta dimagrante, tu la mangi ma è come il tofu, non ingrassi di un etto. Ora ovviamente i fan del tofu me ne diranno quattro, e quattro me ne diranno gli scrittori, e già fanno otto. E poi dicono che non ho i numeri per sparlare d'editoria. Tzè!

Ops!, ma Einaudi come l'accenta?

Einaudi fa tutto al contrario come gli inglesi! Secondo me hanno anche autisti che guidano a sinistra!
Questo menù è adatto alla domenica? http://www.cantodellasfinge.net/convegni/budrio/index4.asp

Il menù è da urlo. Va bene anche di lunedì, nel senso che di lunedì niente va bene, quindi va bene pure il menù. Ehm... chiaro, no?

Fanno così. Ma Einaudi tace. "Tastierosteroidei!". Bùùù!
http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fcorrenteimprovvisa.blogspot...

Bisogna condividere il link, non vedo altra soluzione.
Anzi, provvedo subito. :)

Che cosa strana, ormai anche l'editor di testo che hanno i custodi del Cimitero Monumentale di Milano, quello per facilitare la ricerca dei nomi di trapassati, sottolinea in rosso le parole con accento sbagliato. Forse perché il "fu", quando accentato, pare rivolgersi a un tempo futuro. Non è raro incappare in autori con diverse pubblicazioni sulle spalle che ancora scrivono "perchè" con l'accento grave. Indicherebbe che la loro attenzione è rivolta solo ai temi importanti della comunicazione? :D
Certo, questi errori sono stupidaggini al confronto del precipizio che i valori spirituali, improntati al sacrificio di sé, non hanno visto in tempo...

Se il correttore automatico non basta, allora ne serve uno "a coppini".
Un coppino sul coppone, come si faceva un tempo, ché gli artisti, si sa, hanno la testa tra le nuvole... ma il coppino lo sentono. :)

su una tastiera italiana (almeno quella che ho io) battere "è" è questione di un tasto, mentre per battere "é" ce ne vogliono due. "perchè" è quindi solo la conseguenza del principio del minimo sforzo...
Ho l'impressione che la disquisizione sui diversi accenti diverrà presto questione da archeologia dattilografica...

E nonostante la pigrizia alla tastiera, gli scrittori sono in aumento. Che strana faccenda... :)

Bisogna ammettere che lo sforzo di schiacciare due tasti al posto di uno è estenuante. Non è difficile ipotizzare che una pagina di 1800 battute, scritta da qualcuno che si sta chiedendo il perché sta scrivendo,almeno una decina di volte ci si trovi di fronte al dilemma se dover schiacciare due tasti quando sarebbe così agevole limitarsi a uno soltanto. Che vuoi che importi al cercatore di buoni motivi che giustifichino la propria esistenza, di indagare anche sulla differenza che separa un accento che guarda in avanti da quello che si accerta che nessuno stia seguendolo? Ha mai cercato, qualcuno davanti a un libro sacro aperto sui misteri, di controllare la posizione degli accenti? Il saperli posizionare correttamente ha mai contribuito al raggiungimento della santità? Si dovrebbe mettere un accento diverso in dipendenza dell'oggetto al quale la parola è rivolta. Farò degli esempi: santità=uomo realizzato, santitá=uomo sulla via della realizzazione non confermata, santitå= santo padre (con aureola), santitẫ=uomo realizzatosi in oriente, santitẩ=donna realizzata, santitḁ= realizzazione omosessuale, santitȁ=quando la realizzazione è civettuola, santitấ=quando è di un alpino, santitả= non fate domande, santità=all'ultima moda e, infine santitặ=dello yogi.

E come accenteresti la santità della Conventi? Io così: Gẵiǻ :-)

Sentitamente ringrazio, ho sempre amato i topolini bianchi da laboratorio.
Cotti.

Mi fischiavano le orecchie, solo dopo ho capito che era questione d'accenti! :)

La santità della Conventi? Facile... ǤǺḮẴ ČƠŊṼỂŇṰÏ (o triste con nessuno)... :D

La mia santità non si discute, eh? Nel senso che proprio non ne vale la pena. Capisco che il cognome sia un buon viatico, ma c'è poi il nome che butta tutto in vacca. Ehm, la locuzione non vi freghi, avrei potuto dire "che manda tutto a puttane" ma sarebbe stato peggio.

Non si discute no! Gaia Conventi dà fuoco a ogni ghiandola pituitaria! Il menù di oggi passerà alla storia, per Giove!

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