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Fabio Stassi: “Come un respiro interrotto”, un libro che chiama i lettori a una nuova sfida

Fabio Stassi, Come un respiro interrottoFabio Stassi torna in libreria con Come un respiro interrotto, un romanzo intenso, delicato e profondo, pubblicato per Sellerio, a meno di dodici mesi dal grande successo de L’ultimo ballo di Charlot, secondo classificato al Premio Campiello 2013 e tradotto in diciassette lingue (ma ha vinto anche il Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio),. Dopo aver curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013), Stassi riprende la storia di Sole, una donna, ma soprattutto una cantante dalla voce straordinaria, ma che tuttavia non aveva mai inciso un disco. Musica e sentimenti sono gli elementi che legano Sole ai suoi amici più cari, in un intreccio narrativo che cattura il lettore sin dalle prime pagine. Ancora una volta, Stassi si conferma un profondo conoscitore dell’animo umano, capace di “vivisezionare” le emozioni, restituendole in un linguaggio empatico e coinvolgente, mantenendo uno stile elegante e raffinato.

 

Come è nato questo nuovo romanzo Come un respiro interrotto?

La gestazione di Come un respiro interrotto è stato piuttosto lunga. Me lo portavo dietro da tempo. È il romanzo che dovevo scrivere: non ho mai sentito un senso di necessità così forte. L’ho fatto nel corso di alcuni anni, tornandoci sempre come si torna in una casa per abitarci prima per qualche giorno, poi per qualche mese e infine per trasferircisi definitivamente. Ha una struttura complessa, ma anche molto elastica e questo mi consentiva una grande libertà: di scrivere i capitoli senza dover rispettare un ordine cronologico, e neppure lo sviluppo di una storia. È un po’ un album di fotografie, e ogni tanto ne scattavo una, finché sono entrato in quelle foto e per un po’ non sono potuto più uscire da Come un respiro interrotto.

 

Nella sua vita di scrittore che cosa è cambiato con L’ultimo ballo di Charlot e quanto il suo ultimo libro è stato influenzato dal precedente?

L’ultimo ballo di Charlot è stato un libro molto fortunato, non l’avrei mai immaginato. I premi, gli incontri e soprattutto le traduzioni all’estero. Ma la cosa più bella sono i lettori, quello che mi hanno detto: sento che è un libro che mi ha portato dell’affetto, e questo è un grande regalo. Ma non mi ha influenzato per Come un respiro interrotto. Sono legati da temi simili, da un pedale di basso di fondo che forse unisce tutte le storie che ho scritto, ma sono anche molto diversi. Come un respiro interrotto avevo già cominciato a scriverlo prima dell’Ultimo ballo. E ho continuato a farlo durante e dopo, naturalmente. So bene che pubblicarlo è stato un grande azzardo, e che chiedevo al lettore una fatica maggiore rispetto alla narrazione picaresca e fantastica di Charlot. Ma non mi piace giocare in sicurezza. Ogni libro dovrebbe essere un mettersi alla prova e in discussione. André Gide invitava gli scrittori a non seguire mai lo slancio che avevano preso, ma a cambiare, a esplorare altri modi di raccontare. Soprattutto, l’unica, o la più importante, complicità che cerco con un lettore è la sfida a ogni passività e a ogni conformismo.

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Fabio Stassi, Enza A. MoscaritoloC’è un romanzo o un autore che l’ha ispirata per Come un respiro interrotto?

C’è soprattutto molta musica che mi ha ispirato. Coltrane, in particolare. Le sue linee di improvvisazione, quello stile che davvero, come diceva lui, mentre lo ascolti, ti dà l’impressione di mettere un piede nel vano vuoto di un ascensore. Volevo che Sole cantasse in quel modo, e che anche chi leggesse di lei avesse questa sensazione di vuoto, di perdita, di mancanza, che è un po’ il tema del libro. Poi Cortázar, il suo modo di rovesciare le strutture del romanzo, e una sua frase sulla nostalgia in cui dice che bisogna rientrare in possesso del territorio della nostalgia, ma non farsi imprigionare dalla nostalgia del territorio. È quello che ho sempre provato. La nostalgia può essere un veleno e un carcere che ti isolano nel passato, in una terra che hai perduto. Ci può essere però un sentimento positivo della nostalgia, che è un altro modo di misurarsi con la complessità del dolore. Ed è un sentimento che va sprigionato. Si scrive per cercare di riprenderci il territorio della nostalgia e riportarlo alla realtà, al presente che si vive, per non esiliarsi ancora di più.

 

Nella sovraccoperta del libro si legge che «Questa è una storia senza sconfitti e vincitori in cui brillano le scintille luminose degli istanti di passione e di rivelazione». È una riscoperta della poesia perduta nella vita di tutti i giorni, a partire dalla cosa più naturale che facciamo, ovvero respirare?

Il respiro, in Sicilia, è la cosa più preziosa che abbiamo. A un bambino, o a un amore, si dice Sciatu me, Fiato mio, ed è quanto di più bello si possa dire a una persona. Sì, un po’ è così, questo libro, questa storia è fatta di piccoli e di lunghi respiri, e in ognuno c’è una scoperta, piccola o grande, un momento in cui a un personaggio si manifesta il suo talento, ed è un momento importante nella vita degli esseri umani, è la scoperta di un destino o di una condanna, oppure si rivela l’amore o l’ingiustizia della società o l’irreparabilità di una malattia.

 

È un osservatore molto attento: che cosa ha “catturato” nel corso delle presentazioni che sta tenendo in questi giorni in giro per l’Italia?

Sono gli sguardi dei lettori che mi aiutano a vedere. I lettori sono i veri occhi di chi scrive, i loro sguardi che mi aiutano sempre a capire qualcosa che non avevo messo a fuoco e non mi era chiaro, e alle presentazioni (che è poi una brutta parola), diciamo agli incontri, se potessi ascolterei solole loro parole e i loro giudizi, senza dire niente.

 

Ha seguito Masterpiece, il primo talent show per scrittori? Che cosa ne pensa? Come l’ha trovato?

Non ho seguito Masterpiece, e quindi non posso parlarne, ma conosco Andrea De Carlo, De Cataldo e ho grande stima di Taiye Selasi. Non mi piace però la spettacolarizzazione che sta trasformando la letteratura. Penso che ci illudiamo di pensare con la nostra testa e invece, come insegna Cortázar, è il linguaggio che pensa per noi. E verso certi linguaggi, come quello televisivo, il rischio del conformismo è sempre alto.

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