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Estratto «Nuovi Argomenti» – “Fuga da Cubeddugrad” di Marco Cubeddu

Estratto «Nuovi Argomenti» – “Fuga da Cubeddugrad” di Marco CubedduÈ da pochi giorni in libreria l’ultimo numero del 2018 di «Nuovi Argomenti», edito da Mondadori. Dedicato a Carmelo Bene, con il titolo Non necessariamente fatale e la curatela di Massimiliano Coccia e del caporedattore Marco Cubeddu, la rivista raccoglie interventi, fra gli altri, di Valentina Farinaccio, Luca Mastrantonio, Fabrizio Coscia, Vittorio Sgarbi, Luca Giordano, Matteo B. Bianchi, Michele Orti Manara, Alcide Pierantozzi e Michele Vaccari.

 

Qui di seguito il contributo a firma di Marco Cubeddu.

 

Fuga da Cubeddugrad

 

A proposito di fallimento, da genovese, avrei voluto scrivere del ponte. Ma la verità è che sul ponte non ho da dire niente. In quel momento avevo messo su l’acqua e stavo finalmente per scopare con la mia fidanzata, con cui litigavo ininterrottamente da giorni – poi avremmo sciolto il pesto, buttato gli gnocchi e guardato come due adolescenti tutta la saga di Twilight – rabbiosamente determinato a godermi quel raro momento di serenità domestica e la piovosa giornata di ozio prima di venire sopraffatto dall’ansia da interazione sociale dettata dall’imminente grigliata di ferragosto. Quando, poco prima di mezzogiorno, i nostri telefoni hanno cominciato a squillare all’impazzata. Dopo qualche tentativo di mediazione («Ma porco Xxx, ma perché dobbiamo avere sempre qualcuno che ci rompe i coglioni, buttiamo questi maledetti cellulari e trasferiamoci in Alaska», «La Kiki non può andare oltreoceano», «Allora andiamo a Masone», «Io a differenza tua devo lavorare, e non voglio una relazione finta basata sull’isolamento che finisca in niente, stare tutta la vita con qualcuno non si fa scappando dagli altri», «Se avessimo un esercito ai nostri ordini sarebbero gli altri a scappare da noi», «Marco…», «In un mondo sensato la gente ci lascerebbe scopare in pace», «Marco…», «In un mondo sensato non passeremmo il tempo a non scopare mai», «Marco, ti lamentavi che non scopavamo mai anche quando scopavamo tre volte al giorno», «E ora perché non scopiamo tre volte al giorno?», «Perché me le hai fatte contare! Per potermi difendere. Mi hai esasperata!», «Dici che mi ami e poi dobbiamo sempre vedere gente», «Io non voglio sempre vedere gente, ma più fai così lo stronzo con tutti più non ti sopporto, se vuoi una bambolina a tua disposizione trovati una bambolina», «Deve avere ragione il tuo amico Padma San Sava, è tutta questione di karma», «Si chiama Padmasambhava. Io non sono buddista. E il karma non serve per scopare», «Infatti per scopare e amarci alla follia serve che la gente la smetta di perseguitarci», «Sei paranoico», «Ma non hanno altro da fare che chiamarci in continuazione? Sai come verrebbero puniti, a Cubeddugrad?», «Senti, ora mi hai rotto i coglioni, questa è tua mamma, che tra l’altro non chiama mai e io siccome non faccio le cose per finta come fai tu voglio averci un rapporto con lei, deve essere successo qualcosa, tu fai quello che vuoi, ma io rispondo»), abbiamo litigato. E da quel momento ho mandato a fanculo tutti quelli che mi parlavano del ponte.

 

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La scorsa notte però ho tentato di uccidere un cane. Il cane in questione, una superba lupa di quattordici anni e sette mesi, era arrivato alla fine. Un tempo dominatrice della notte come la sua padrona, nei racconti della mia fidanzata viene fuori dalle tenebre di una Genova più simile a Gotham City di quanto non sia mai stata, una creatura indipendente, curiosa e libera di seguirla senza guinzagli o chip per qualunque scorribanda. Decisamente più a suo agio in città, veniva dalla campagna, in fuga da un padrone in cerca di un feroce cane da guardia, mortalmente deluso dal suo carattere socievole. La affamava e le sparava addosso, ma niente, nessuna aggressività montava in lei, che appena poteva, invece di mostrare i denti, fuggiva. Così, un giorno di un decennio abbondante fa, di rifugio in rifugio, arrivò tra le mani della mia fidanzata, e il vecchio padrone, più esasperato che rassegnato, la lasciò an­dare per sempre al suo destino. Da allora coccole cibo e libertà le sono state somministrate in dosi massicce e quotidiane.

Io le ricordo sfilare alla mia destra dal curvone con lo specchio al Fossato, dove tira un vento becco, a due curve dalla mia casa d’infanzia mentre passavo in macchina nelle rare volte in cui tornavo a Genova a trovare mia mamma. Indimenticabile sogno proibito della mia adolescenza passata a militare coi comunisti, di lei, che ogni tanto incrociavo per strada mentre diffondevo il giornale leninista, sapevo solo che era anarchica e che trovava ributtanti i miei mocassini. Del cane lupo, nulla mi importava, se non che s’intonava benissimo alle sue salopette, ai suoi shorts, alle sue tute, a seconda della stagione in cui diventava visibile, per subito scomparire, quell’agglomerato di cellule umane che sarebbero diventate l’amore della mia vita, un’apparizione a metà strada tra Sampierdarena bassa e Sampierdarena alta.

Poco prima di compiere il quattordicesimo anno, quando l’ho conosciuta io, grazie a un articolo che stavo scrivendo, Kiki era già prepotentemente entrata nella sua fase senescente. Le zampe dietro cominciavano a cedere da anni, ma ormai gli scricchiolii, nonostante i farmaci, si facevano sentire generando allarme nella sua padrona e in lei, senza che per questo il suo portamento perdesse un’oncia della fierezza e di quell’innata eleganza femminile che le era valsa il soprannome di Milady dai commercianti della periferia genovese dove abitava. Altresì, femminilità ed eleganza, non soppiantavano minimamente altri lati luminosamente dominanti del suo carattere, come la somma pigrizia e il gargantuesco appetito.

Negli ultimi giorni, quando la rapidità del decorso fu chiara a noi come a lei, certa che ormai il vizio mangereccio potesse prevalere sulla salubre dieta da centenaria cui cercavamo di sottoporla, aveva iniziato a rifiutare mezze porzioni di crocchette, per sbranare, invece, con la solita fulminea e lupesca perizia, i suoi cibi preferiti: lamponi – ottimi contenitori naturali per le pastiglie di Ranitidina a protezione dello stomaco dal cortisone –, focaccia e pesto, naturalmente, e bistecca appena scottata tagliata a tocchi.

Fu chiaro che era arrivata l’ultima sera quando nessun banchetto riusciva più a distoglierla dal suo vigile e doloroso torpore.

Estratto «Nuovi Argomenti» – “Fuga da Cubeddugrad” di Marco Cubeddu

Incapace di lasciarsi andare, con uno spirito da attrice e un cuore potente oltre ogni dire, per contrastare il più in fretta possibile l’ormai irreversibile agonia, ci siamo messi a cercare un veterinario che venisse immediatamente a casa a farle la puntura. Sarebbe morta in casa, non in una fredda clinica, l’avremmo lasciata comoda nella cuccia e non avremmo sottoposto le sue fragili ossa a un inutile tormento. Questo voleva la mia fidanzata e questo avrei voluto che avesse, visto che in questo primo anno di storia d’amore – nonché l’ultimo, secondo le stime dei bookmakers tra i nostri più affezionati conoscenti – non le avevo dato niente di quel che le avevo promesso, ma solo incomprensioni ed esasperazioni. Da mesi, il suo lasciarmi due volte al giorno ma rimanere insieme, se non era solo per Kiki, di cui ero l’unico oltre alla sua padrona a sapermi occupare, poco ci mancava. Ma nessuno veniva. Era già sera mentre avveniva il tracollo definitivo, presto diventava notte, fiorivano gli appuntamenti di riserva per la mattina successiva, ma non sembrava esserci verso di risparmiarle il dolore che gli antidolorifici naturali non arginavano più.

Contramal e Toradol ci furono indicati dalla sua veterinaria (che non amando sopprimere i cani delegava il compito a colleghi meno sensibili) come possibili alleati per il cortisone e tutto il resto che già aveva in corpo e farla arrivare il più serenamente possibile al mattino. Noi in casa non ne avevamo, nessuno dei nostri conoscenti (evidentemente tutti troppo in buona salute!) ne era provvisto, e senza ricetta farseli dare da una farmacia notturna dicendo che erano per il cane non sembrava la scelta più promettente per ottenerli. Ci venne in soccorso un dottore amico di amici. Quando lo raggiungo, da­vanti a una farmacia, la prima cosa che mi dice è «Sappi che mi devi un pompino». Cerco di capire se la richiesta sia perlomeno trattabile, quando fortunatamente mi spiega che non era al poker settimanale con gli amici, come aveva detto alla moglie amica di amici che mi aveva inviato il suo numero, ma con una giovane studentessa (forse sedata, forse solo stralunata, comunque più che compiacente) in cima a un monte. Mi fa la ricetta di Contramal da iniettare intramuscolo su un foglio volante, poi senza aspettare che gli chieda altro mi domanda se, già che ci siamo, non preferirei somministrarle qualcosa di più definitivo. Gli dico che sì, ci fosse un modo indolore per farla andare via il prima possibile, sarebbe senza dubbio una benedizione. Così, recuperato un altro foglio volante (metà A4 di un contratto editoriale che non avrei comunque firmato, per la miseria che mi offrivano tanto sarebbe valso fare marchette in stazione) andiamo alla sua macchina, dove faccio conoscenza con la sventurata del monte, forse troppo sballata per fuggire o forse ancora fiduciosamente in attesa del dottore del suo cuore («Mi sa che le va male sai, domattina sono di turno all’alba in ospedale e devo ancora passare da casa a dire Sfortunato al gioco fortunato in amore a mia moglie. E a darle un po’ di recàtto, naturalmente, che se non le do due colpi prima di andare al lavoro, sai com’è, si offende»). Il buon dottore compila un’altra ricetta per del Valium in fiale, mi dice di fare due e due che bastano e avanzano e prima di affidarmi alla benevolenza dell’Altissimo mi intima di reperire i farmaci in diverse farmacie («Sai, questi farmacisti di notte si annoiano un mondo, e se trovano qualcuno che sta mettendo su un bel cocktail per uccidere, potrebbero… farsi venire, sai, qualche sussulto etico, sai, tanto per, così, rivitalizzarsi la nottata e mettere nei guai un vero dottore»).

Guardare negli occhi il farmacista di una farmacia notturna impugnando una richiesta su carta da riciclo alla ricerca di siringhe tranquillanti e antidolorifici è una di quelle cose che andrebbe fatta almeno una volta nella vita. Tornato a casa, dopo un breve commiato alla sofferentissima e incosciente Kiki, iniettiamo la dose letale, e aspettiamo. Niente. Raddoppiamo la dose letale. Niente. Anche al terzo raddoppio, niente. L’alba sopraggiunge senza che nessuna iniezione si riveli non solo letale, ma anche solo banalmente stordente, di modo che il cane potesse almeno addormentarsi.

A metà mattinata, dopo nuove ricerche, telefonate sincopate, suppliche, vili contrattazioni, finalmente viene un veterinario con i farmaci giusti (a cui sono servite comunque due punture per far sì che il cuore di Kiki smettesse di battere).

Nella lunga notte trascorsa, mentre la mia fidanzata, stremata e febbrile, vaneggiava su dove avremmo potuto trovare un fucile o una pistola e io venivo tacciato di follia perché suggerivo potessimo farla smettere di soffrire in modi meno rumorosi, se non altro per non richiamare l’attenzione dei gendarmi cui abitiamo, ahimè, dirimpetto, già sulle nostre tracce per i rumorosi e frequenti litigi in cui lei, esasperata dai miei vaneggiamenti su quello che avrei fatto se fossi stato padrone del mondo mi buttava fuori di casa dopo avermi dato una bella pennellata («No Marco, non strozzerai il mio cane, ci ha già provato mio padre con la sua anni fa e non ce l’ha fatta, ed è stato agghiacciante», «Dico solo che con viste le difficoltà respiratorie potremmo fare più dolcemente, in fretta, con molto meno sangue e meno spiegazioni da dare che con una pistola», «Ma secondo te l’ultima cosa che vede Kiki devi essere tu che la strangoli?», «Beh, tecnicamente, più che strangolarla, pensavo di premere sulla carotide con due dita, basta la pressione giusta…», «Non credi che dopo quello che mi hai fatto passare quest’anno ti odi già abbastanza senza che aggiungi anche questa?»), ipnotizzato dal respiro affannato del cane, dal suo sguardo ormai fisso verso un altrove che non era più di questo mondo, ho fatto i conti con il mio bisogno di accumulare punti karma (anche se, ormai avevo fatto i conti con l’incontrovertibile verità: «il karma non serve per scopare»).

L’elenco dei miei fallimenti, piuttosto dettagliato, sarà, come mio inevitabile vizio, materiale per l’ennesimo prossimo romanzo che non scriverò anche se ripeto a tutti – e su tutti al mio agente, a mia madre e alla mia fidanzata – che lo scriverò. Almeno finché non lo scriverò.

L’arco della mia inadeguatezza di quest’anno, diventato il mio 2008, la mia personale crisi generale, va dal tracollo economico – dovuto a una quantità di cause patteggiate o perse in tribunale e alla mia inedia professionale verso televisione e giornali, che mi hanno dato da vivere da quando ho deciso di smettere di fare il pompiere precario ma con cui fatico ad avere a che fare senza finire a piangere nella vasca da bagno –, a quello fisico, indebolito dallo squilibrato equilibrio alternato di sei mesi di nevrastenia e sei mesi di catatonia, passando per drammi e incomprensioni familiari in crescita esponenziale e rapporti umani ridotti all’insignificanza, oltre a una marea di guai con il fisco.

Domani pomeriggio avrei il primo appuntamento con la psicologa da cui mia madre mi ha convinto ad andare e non so ancora se chiederle il permesso o se registrare di nascosto le sedute per poi sbobinarle e farci un romanzo dal titolo provvisorio Il vento del Fossato, forse non esattamente il miglior modo per far capire alla mia fidanzata che quello che provo per lei è reale e che sono realmente determinato ad affrontare il fatto di essere un sociopatico affetto da inespresso delirio di pubblica intimità che ha cercato di sostituire tutte le sue dipendenze col sesso.

La paranoia (parola chiave per tutti noi, cresciuti negli anni ’90, grazie per sempre Max!) con cui penso a tutti quelli che mi stanno intorno che non siano me stesso, lascia posto al dubbio angosciante di essere soprattutto io a complottare contro me stesso per far cadere la capitale del mio impero immaginario, Cubeddugrad, città libera e liberata da cui sarei il primo a voler essere libero di allontanarmi – se solo potessi, fin dalle elementari, quando mia madre mi ripeteva che «Perfino il pediatra» – di cui anni dopo mi vendicai, scrivendo sul giornale l’articolo sul suo suicidio per protestare pubblicamente contro le accuse su presunti traffici di animali esotici catturati di frodo al figlio minore; la moglie, con lui sul ponte fino all’ultimo, alla fine cambiò idea – «fin dalla prima visita ha detto che eri un bambino caratteriale».

Nel buio, tra gli ansimi di Kiki, passo mentalmente alla seconda persona singolare: perché è così terrificante il tuo modo di amare? Perché non riesci a dare un taglio a questa ambiguità angosciante tra vivere, guarire, e scrivere dell’invivibilità della tua mente trasformando in finzione tutto quello che dici e che fai? La ami davvero e non riesci a farglielo sentire o ha ragione e sospettare di te perché tu incessantemente non fai altro che sospettare di lei sospettando in realtà di te stesso?

Come puoi dirle che la ami perché è la prima a farti pensare che potresti davvero fuggire da Cubeddugrad e smetterla di arroccarti nella lugubre capitale delle tue paure e delle tue ambizioni edificata su un antico cimitero di aggettivi possessivi? Come fai a spiegarle che in realtà, Cubeddugrad, nonostante il tocco architettonico repubblicasocialisticheggiante con cui ami descriverla, ha chiaramente come modello la Croce del Sud di Ken il guerriero? Non credi che essendo lei “lei” – cioè un’anarchica di Sampierdarena con sangue nobile nelle vene, una memoria prodigiosa e gusti estetici commoventi e non la cretina insopportabile in cui cerchi di trasformarla – oltre alla magnifica sigla ricordi più che nitidamente che il suo signore, Shin, fa una fine amarissima e che la donna a cui dedica la fondazione della città pur di fuggire all’orrore di una vita al suo fianco si getta dalla terrazza del palazzo verso un baratro di fiamme appiccate dagli insorti?

Non solo faccio fatica a non concentrarmi sulle pene che infliggerei agli insorti di Cubeddugrad (se ne pentiranno amaramente, quei vili controrivoluzionari!) ma anche in questo momento sono sinceramente incapace di dedicarmi sinceramente alla persona che dico di amare, a cui sta morendo un pezzo di cuore, se non tutto. E non la so coccolare, come non sapevo coccolare mia mamma – che finisce sempre a pagare il conto nelle cose che scrivo sulla mia anaffettività, anche o forse perché è sempre stata una mamma apprensiva e affettuosa, quindi un ottimo pungiball emotivo – quando era molto malata e il miracolo chirurgico che l’ha salvata da morte certa non bastava a far sì che diventassi capace non solo di indirizzarla verso i migliori chirurghi, ma anche di abbracciarla (di questo dovresti parlare in terapia, cretino!, non della topografia di Cubeddugrad).

Decido di concentrarmi sul mio fallimento come uomo e come fidanzato verso la donna della mia vita invece di pensare che quando metterò in forma scritta questa cosa per Nuovi Argomenti, la parola Cubeddugrad verrà sottolineata in rosso dal correttore di Word, segno tangibile, insieme alla non esistenza di una pagina di Wikipedia sul sottoscritto, dell’inesistenza della capitale dei miei sogni (altri inutili punti karma per me!) «e di me stesso».

Dunque: cosa le ho fatto quest’anno? Non la ascolto. Non la rispetto. La cosizzo. La peggioro. La nego. La temo. La indebolisco. La divoro. La prosciugo. La esaspero. La annoio. La svilisco. La sottovaluto. La anniento. La faccio sentire più sola, più debole, più insicura, più minacciata, più infelice, più inadeguata, più dipendente, che mai. Dice che da quando sta con me vive sempre preoccupata, in perenne ansia, che la metto a perdere senza sosta e sono sempre inesorabile e pesante, perennemente insoddisfatto e minaccioso, subdolo e meschino, vigliacco, prepotente, permaloso, arido, doppio, indeciso, iracondo, vile, superficiale, ripetitivo, suscettibile, arrogantemente freddo, calcolatore spaventoso, invivibile, egoista, presuntuoso, esibizionista, testardo, ossessivo, paranoico (bingo!), finto, bugiardo, insicuro, orrendamente ingiusto, manipolatore. Che nella sua testa sono passato da “imperatore del sesso” a “l’ultima persona con cui vorrebbe scopare”, da “Sole” a “merda”. E che ho fatto tutto da solo («Pensi di essere tu a poterti lamentare che non scopiamo? Sei tu che hai tolto il sesso a me, con i tuoi deliri, le continue lamentele, le pretese, le suppliche, le suppliche capisci Marco, le finte suppliche, e a te manca scopare? Sei tu che l’hai reso impossibile! è a me che manca scopare, brutto stronzo!»).

La notizia buona è che ha ragione, e quindi è sempre più splendida non solo fisicamente, ma anche mentalmente, quindi mi sono innamorato di quella giusta. La brutta è che ha ragione, quindi quando dice che non ne può più deve essere dolorosamente vero. E come mai, se davvero penso che sia tutto vero, non ne sono distrutto? So che è tutto vero, ma allo stesso tempo mi continua a sembrare un gioco (come se il cane non stesse morendo, come se la mia fidanzata non mi stesse, da mesi, lasciando) in cui alla fine tutto sarà cambiabile, o quanto meno editabile.

Quando tutto è finito e il veterinario se ne va senza aver battuto ciglio o fattura, portiamo il corpo del cane in campagna, io e suo fratello scaviamo una buca in un posto soleggiato che guarda in faccia le valli illuminate, e la salutiamo prima di affidarla al riposo della sua terra prima che la mia fidanzata crolli addormentata in mansarda, dove resterà, per stare finalmente un po’ lontana da me. Io e suo fratello beviamo come spugne. Di brindisi in brindisi alla Kiki, torno verso Genova pericolosamente sbronzo, coi cambi di viabilità sono costretto a mettere il navigatore (dannato ponte!), passo da mia madre a prendere i soldi per pagare l’analista cercando di darmi un contegno e promettendole che non parlerò male solo di lei, ma anche di mio padre. Sono in anticipo sull’appuntamento, mi dico ullalà, qua i punti karma aumentano vertiginosamente, e vado a premiarmi dal vicino bangla con una Tennent’s. Passeggio e bevo, ne prendo un’altra, passeggio e bevo, ne prendo un’altra, finché non viene l’ora giusta. Suono all’interno giusto, il portone si apre automaticamente, salgo al piano (giusto anche questo, sto andando alla grande). La porta è aperta, la sala d’attesa deserta, mi siedo, mi rialzo, mi siedo, mi rialzo, cerco il bagno, non lo trovo, mi risiedo, provo fastidio, mi rialzo, tiro fuori dalla tasca posteriore dei jeans una bottiglia di birra, mio dio, è una Corona, sono davvero così sbronzo che ho preso una birra da femminucce, penso, oppure è uno di quei lapsus che vogliono dire qualcosa, tipo il mio lato femminile che cerca di emergere come ogni volta che la mia fidanzata mi fa i tarocchi e escono luna, stelle e papessa? La apro. Mi esplode tra le mani, accosto le labbra alla bottiglia e sorbisco la schiuma amarognola che mi va di traverso. Quando apre la porta del suo studio, l’analista, una formosa cinquantenne dall’aspetto più amichevole che austero, mi fissa costernata. La paziente che la segue la saluta in fretta e sgattaiola via.

Mi fissa.

La fisso, le labbra ancora incollate al collo della Corona. Barcollo incerto su dove posare la bottiglia, le suole di gomma stridono sul pavimento mentre finisco quello che resta della birra e la deposito il più delicatamente possibile nel cestino accanto al portaombrelli.

«Mi dica».

«Mi scusi, io, cercavo, la… dottoressa Manfrotta?»

«Sono io…».

«Avrei, un appuntamento…».

«Lei è il signor?»

«Cubeddugr, emh, Cubeddu, Marco, piacere e, mi scusi tanto, ma è stata una nottata, una giornata…»

«Venga, si accomodi, o forse» – suggerisce – «non vuole prima sciacquarsi un attimo in bagno?»

In bagno (c’era, solo non era dove diceva Gaber, cioè dove sarebbero stati tutti i bagni di Cubeddugrad) cerco di ricapitolare quello che le devo dire: di quest’anno in cui sono andato più fuori del solito, di tutte le persone che ho ferito non certo solo quest’anno, che uso come cavie, di come mi uso come cavia, di mia madre – devo parlare di mia madre! – e della mia fidanzata che prima mi amava e ora mi odia (e quindi forse in realtà mi ama), di quello che ho provato – perché l’ho provato – quando ci siamo baciati per la prima volta al minigolf, di quello che sto provando – perché lo sto provando – per la morte del cane, e di come io prima di conoscere Kiki odiassi i cani, o quantomeno non li amassi, e che non pensavo sarei mai stato capace di diventare un buon padre perché mai e poi mai avrei pulito il culo di un bambino, e invece quest’anno non ho fatto altro che pulire piscio e merda di Kiki (e mi piaceva, per così dire, e non mi pesava anche se sembrava di sì, neanche dopo l’attacco delle larve, con tutto il lavaggio, tutto l’incremamento, e che ho sentito un sacco di cose nei suoi occhi profondi, e che credo sia durata ancora così tanto per stare vicino alla sua padrona, e per educarmi a essere un uomo migliore per lei, a fare meno per finta e più veramente le cose, mentre le provo, insomma, e non cercare di registrare sempre tutto per poi scriverne, o almeno a pensarci dopo e non durante, a piantarla con le interminabili descrizioni documentaristiche della vita a Cubeddugrad e su quanto sarebbe maestoso il corpo di guardia a sua protezione, la polizia estetica, e… quando entro nello studio è già alla scrivania che prende appunti su un foglio bianco (forse potrei farmi dare direttamente i suoi appunti per il romanzo?).

 

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Mi siedo.

«Allora», mi dice, «il primo impatto è stato, emh, decisamente, d’impatto. Da dove vuole cominciare?»

«Beh, ecco, innanzitutto, io normalmente bevo Tennent’s, non Corona»

«Ha problemi di alcolismo?»

«No, cioè, forse, dipende dai parametri, ma no, volevo dirglielo perché a Cubeddugrad non si berrebbe mai questa birra da froci…».

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