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Essere insegnanti, una vocazione più che un lavoro. “Sperando che il mondo mi chiami”

Essere insegnanti, una vocazione più che un lavoro. “Sperando che il mondo mi chiami”Sperando che il mondo mi chiami è il titolo del nuovo romanzo di Mariafrancesca Venturo, pubblicato da Longanesi. Parla di una chiamata, quella che arriva ogni mattina agli insegnanti precari per spedirli per pochi giorni o nel migliore dei casi per qualche mese in una scuola.

Carolina Altieri è una maestra di Roma che ogni giorno esce dalla casa dei propri genitori e, come tanti altri insegnanti, aspetta di essere convocata da parte di una scuola per una supplenza. Vive in una famiglia in cui entrambi i genitori sono stati insegnanti; per lei infatti questo è un lavoro importante, non viene visto come un posto fisso dove lo stipendio è alto e sempre assicurato, per lei insegnare è una vocazione. Durante tutto l’anno molte sono le scuole che la donna cambia e in ognuna di esse lascia la sua impronta, entra nella vita dei suoi “bambini” amandoli come una madre e aiutandoli a crescere. Tuttavia a volte è proprio lei stessa che apprende una lezione dai quei piccoli adulti.

 

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Il romanzo di Venturo è pieno di passione ma anche di malinconia, ci descrive la vita di tanti precari che percorrono Roma su e giù con i mezzi pubblici, alcuni sono residenti nella capitale, altri ancora vengono dal Sud.

«Hanno un abbonamento delle ferrovie dello Stato e due famiglie, una da mantenere e un’altra che le sostiene; hanno il coraggio della disperazione, l’ambizione delle suffragette e sullo smartphone il numero di telefono di un sindacalista esperto in scappatoie e cavilli: conoscono a memoria tutto il regolamento, sanno come ottenere permessi, trasferimenti, assegnazioni; sanno quali ricorsi firmare, cosa chiedere, quanto dare e anche quanto ricevere. Sono combattive, audaci, a volte furbe, altre volte idealiste, pratiche, svelte, esperte di trasporti pubblici e in certi casi conoscono Roma meglio di chi c’è nato.»

Essere insegnanti, una vocazione più che un lavoro. “Sperando che il mondo mi chiami”

Sperando che il mondo mi chiami ci fa vedere quanta dedizione e attaccamento alcune maestre dimostrano verso il loro lavoro, a volte anche accantonando la propria famiglia. La madre della protagonista infatti soleva portare i giocattoli di quest’ultima ai suoi alunni provocando la gelosia della figlia che si vedeva trascurata.

Crescendo Carolina capì di avere anche lei l’insegnamento nel sangue e diventando maestra comprese quanto il sorriso dei propri alunni fosse importante. È questa una donna dal forte senso di responsabilità che arriva a mettere a repentaglio la propria vita per aiutare bambini con cui entra in contatto solo per pochi giorni; è stata educata a raggiungere i propri traguardi grazie alle sue sole forze, senza l’aiuto di nessuno, nemmeno dei genitori, che solo alla fine del libro ammettono di essere orgogliosi della figlia e le donano la casa della nonna defunta da poco per poter iniziare così a vivere da sola.

Essere insegnanti, una vocazione più che un lavoro. “Sperando che il mondo mi chiami”

Quest’insegnante precaria è sempre stata anche da giovane alla ricerca di un modo per tuffarsi a pieno nella vita, perfino la sua relazione con Erasmo, un docente che insegna a Milano e che vede saltuariamente, non è mai vista come qualcosa di duraturo, il loro amore si basa sugli attimi che passano insieme, sul presente, senza mai guardare al futuro. Quest’uomo non apporta effetti o cambiamenti sulla vita della protagonista ma entra nella sua esistenza «come una lama di luce che si infila tra le righe di un racconto senza scalfirne il senso e l’andatura.»

Alla fine Carolina capisce che il tempo scorre senza aspettare nessuno e che ha bisogno di prendere in mano la sua vita, di raggiungere una legittimazione, una stabilità.

 

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La penna di Mariafrancesca Venturo in modo entusiasmante e particolareggiato mette a nudo in Sperando che il mondo mi chiami il mestiere delle maestre, un lavoro bellissimo e importante che formerà gli adulti del domani.

«Sai, nonna, la supplenza è finita. Non riconosco nemmeno i bambini che mi salutano per strada.»

«Ma loro riconoscono te. Sai che cosa vuol dire questo? Vuol dire che qualcosa di te ancora resiste, da qualche parte.»


Per la prima foto, copyright: Cel Lisboa su Unsplash.

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