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Emily Brontë e l’incanto di una scrittura indefinibile. Intervista a Paola Tonussi

Emily Brontë e l’incanto di una scrittura indefinibile. Intervista a Paola TonussiSi può entrare nella storia della letteratura pur avendo scritto un solo romanzo? Se parliamo di un’opera come Cime tempestose e di una scrittrice come Emily Brontë la risposta non può che essere positiva.

A ribadirlo con forza è passione è anche Paola Tonussi, da poco in libreria con Emily Brontë, un saggio pubblicato da Salerno Editrice nel quale l’autrice analizza molti aspetti della vita e dell’opera della scrittrice inglese.

Di alcuni di questi abbiamo avuto modo di parlare direttamente con Paola Tonussi.

 

Qual è la lezione di Emily Brontë che è giusto non vada persa e con la quale possiamo e dobbiamo fare i conti ancora oggi?

Innanzitutto l’estrema modernità di donna e di autrice, che scrive un romanzo “terribile”: la definizione è di Charlotte, ma Wuthering Heights (Cime tempestose, ndr) in effetti lo è, un romanzo “terribile” (e distante da quanto avrebbe mai potuto scrivere una giovane vittoriana, per giunta figlia di un pastore).

In Wuthering Heights Emily estorce racconto dalla brughiera e dal vento e ne crea due personaggi indimenticabili – Catherine e Heathcliff –, riannoda la terra al cielo con l’espressione di un deismo quasi pagano, abolisce tempo e spazio e fa comunicare vivi e morti, costruisce metafore continue per raccontare il non dicibile attraverso le cose. È tra l’altro un’opera colta e raffinata nell’uso delle fonti d’ispirazione, una sorta di caleidoscopio letterario che ci indica come possibile una nostra patria nel paradiso terreno della “quieta terra”, in cui i protagonisti trovano rifugio nell’epilogo.

Emily Brontë mormora al nostro orecchio moderno i desideri e le paure, che sono gli stessi degli uomini da Omero in poi, ma lei ce li mostra attraverso la natura: strappa una volta per sempre la maschera all’utopia pastorale e ci svela senza finzioni un sistema crudele basato su leggi predatorie e tuttavia, malgrado ogni durezza, sempre molto amato. Scrivendo, suonando, accudendo i suoi animali, Emily ha riempito gli spazi oscuri della vita con i propri sogni e cercato di rendere gli attimi di felicità più costanti.

Poi ammiro il suo atteggiamento fiero, quasi stoico nelle difficoltà della vita, il suo negarsi ogni retorica o abbandono nelle avversità, anche quando Charlotte cede alla disperazione, Branwell scivola sempre più nel baratro di alcool e oppio, Anne è lontana e triste: Emily resiste a tutto questo tenendosi aggrappata alla poesia, alla casa e agli animali, in sostanza al cuore dei suoi affetti. Una personalità fortissima, la sua: “Più forte di un uomo, più semplice di un bambino” la definisce sempre Charlotte. E noi imitiamo, o cerchiamo di imitare sempre chi e cosa amiamo: l’amore è sempre la spinta per l’ispirazione, per riprodurre i modelli che ci hanno riempito la vita.

Emily Brontë è una “anima senza catene”, una forza che vibra ogni volta in cui rileggiamo la sua lirica o Wuthering Heights, poesia che sfida ed elude i nostri sforzi interpretativi, perché con Emily il lettore sa di entrare in un’altra dimensione e di dover essere umile. Emily Brontë è una poetessa che, nelle parole di Auden, “considerava le stelle la sua grande famiglia”, una cercatrice d’estasi, una “imperdonabile” di perfezione di Cristina Campo.

Emily Brontë e l’incanto di una scrittura indefinibile. Intervista a Paola Tonussi

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Che posto occupa Emily nella letteratura inglese e nella storia della letteratura in generale?

Nella letteratura inglese e del mondo Emily Brontë occupa un posto semplicemente unico: nella sua concezione e sostanzaWuthering Heights è un romanzo senza precedenti né seguito, Catherine Earnshaw e Heathcliff sono protagonisti senza eguali. Non esiste in tutta la letteratura una storia d’amore come la loro né una lingua che l’esprima – “Heathcliff sono io” dice di più in tre parole sul loro rapporto, un patto di fedeltà e passione, di quanto potrebbero fare interi trattati. L’unicità del pensiero e dei personaggi nel romanzo è stata di recente ribadita anche da Sergio Perosa (Società Letteraria, aprile 2017).

Tecnicamente, ancora oggi colpisce la straordinaria modernità della sua lingua, una lingua compressa, ellittica – che in traduzione italiana va un poco perduta – e nel contenuto i discorsi o monologhi di Catherine, che condensano ed esprimono la materia poetica del romanzo e si ritrovano nella lirica dell’autrice. Tecnica e contenuto si fondono e danno vita a quell’unicum che è il romanzo.

Emily sfugge tuttavia a ogni tentativo di bloccarla in una descrizione, di collocarla in un periodo storico: non è – solo – romantica, non è – solo – vittoriana, tanto meno appartiene a un gruppo o sodalizio di scrittori, perciò ancora una volta, malgrado la cronologia (nasce nel 1818 e muore nel 1848), è una meteora: a duecento anni dalla sua nascita direi che è ormai un “classico”, se per “classici” intendiamo quegli autori che hanno sempre qualcosa da dirci e dalla cui lettura il lettore esce, ogni volta, rinnovato, arricchito. Classici sono, in Emily, l’ondulare della vita, l’eterno vagare e la ricerca di un senso, il dolore e la meraviglia. Le sue pagine sono scolastica della contemplazione.

Un romanzo è un capolavoro quando scompiglia le idee che avevamo prima di leggerlo, ne mette in dubbio principi e sostanza, insinua in noi dubbi e crea infine idee nuove, percezioni e atteggiamenti nuovi. E Wuthering Heights un capolavoro, sotto ogni profilo, lo è.

Emily Brontë e l’incanto di una scrittura indefinibile. Intervista a Paola Tonussi

Emily e le sorelle furono allevate dal padre, Patrick Brontë, curato perpetuo a Haworth, dato che la madre morì quando erano ancora in tenera età. Che rapporto ebbe Emily con il padre e quale ruolo rivestì nella sua formazione?

Da bambina Emily ha con il padre un rapporto affettuoso: a Patrick lei e i fratelli debbono le lezioni comuni che lui impartisce loro nel suo studio, le storie screziate di umorismo irlandese, l’amore per gli animali e le brughiere dello Yorshire, e il senso di una divinità che confonde spesso la sua voce con quella della natura.

Grazie a lui, classicista uscito da Cambridge con una passione per la didattica, Emily affronta studi molto precoci per la sua età e per l’epoca, quando l’istruzione delle bambine avveniva per lo più in casa, con qualche anno di scuola a completare quanto appreso da madri e zie.

Grazie alla biblioteca paterna e alla libertà che Patrick lascia sempre ai figli, Emily si forma su letture vaste e insolite, legge Scott, legge Byron e la sua ansia di libertà, Milton e Shakespeare, Shelley e il suo radicalismo, impara il latino e tanto bene da riuscire a tradurre brani dell’Eneide, studia la geografia moderna e segue le ultime scoperte in Africa o nelle regioni artiche, studia la storia antica e contemporanea e si occupa di politica – materie, con il latino, non accessibili alle bambine. Soprattutto, grazie a questa formazione approfondita e anche cosmopolita, impara l’autonomia di pensiero da tutto e da tutti e ad essere quindi “una legge per se stessa”.

Adulta, compiuta la scelta di non lasciare più la canonica, Emily diventa per diversi anni il braccio destro del padre: Charlotte, Branwell e Anne sono tutti altrove a lavorare e lei si ritrova sola a casa con Patrick, Tabby la domestica a cui è legata da profondo affetto, e la zia che vive con loro da quando la madre Maria è morta (all’epoca Emily ha tre anni).

Siamo intorno al 1843 e Patrick sta perdendo progressivamente la vista: così Emily sostituisce la zia Branwell nel leggergli i giornali, scrive e suona per lui il pianoforte tutti i giorni. Amano entrambi molto Haendel, Mozart, Beethoveen e la musica diventa una specie di linguaggio privato tra loro.

Conoscendo il suo coraggio e la sua forza, il padre le insegna anche a sparare: ogni giorno Patrick Brontë ha sempre avuto l’abitudine di sparare un colpo di pistola in aria per annunciare la sveglia alla famiglia (e al villaggio), ma la cecità a un certo punto glielo impedisce e così decide d’insegnarlo alla figlia. L’eccentricità paterna rafforza la sua: dopo la penna e il calamaio, Emily impara a usare anche un’arma.

In quegli anni trascorsi fianco a fianco, il legame tra i due si stringe e s’approfondisce: Patrick Bronte, che l’ha sempre considerata la più inteligente dei suoi figli, comprende che Emily ha trovato una sua divinità tra i fanelli e l’erica, è la più affine a sé e su di lei può contare. Emily si occuperà infatti di lui, dell’anziana Tabby e dei lavori in casa fino alla fine.

 

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Young Men Play era il gioco con il quale Emily, insieme al fratello e alle sorelle, inizia a confrontarsi con l’arte della narrazione. In che misura questo può essere considerato la base del loro futuro di scrittrici?

Young men Play era uno dei giochi che i bambini Brontë avevano inventato e che “giocavano” tutti e quattro insieme assumendo le parti di quattro Genii, ispirati a quelli arabi della Mille e una notte: all’epoca però Emily era ancora troppo piccola e non scriveva ancora velocemente, perciò quel gioco era soprattutto opera di Charlotte e Branwell.

Il gioco deriva dal dono di dodici soldatini di legno, acquistati da Patrick Brontë a Liverpool per il piccolo Branwell: i doni delle sorelle sono accantonati e anche loro prendono le parti di uno dei Dodici. In questo senso il gioco degli Young Men le inizia – al pari dell’unico maschio – a un mondo d’azione e d’avventure che, negli anni, diventeranno non meno movimentate e violente di quelle narrate da Walter Scott, amatissimo da tutti loro.

La presenza di Emily si fa sentire in un “articolo” dell’omonima “rivista” che i bambini redigevano per gli stessi Young Men, Una visita al palazzo di Parry – e probabilmente nelle descrizioni naturali, dove sembra essere già al lavoro il suo occhio di amante della natura. Parry era lo pseudonimo di Emily, che ammirava molto l’esploratore artico Sir Edward Parry.

Diversamente dalla saga di Angria che vedrà Charlotte lavorare con Branwell mentre Emily e Anne fonderanno Gondal, già a Parrysland il paesaggio ricalca quello di Haworth e delle colline di casa, i personaggi parlano dialetto e mangiano pietanze dello Yorkshire: lo spiccato senso realistico verrà molto brillantemente trasferito nel romanzo.

Alcuni elementi dei giochi infantili passeranno inoltre alla saga di Gondal scritta da Emily con Anne, segno che provengono dall’immaginazione di Emily, come il tema della libertà e della ribellione o il carcere, la prigionia, che nei versi e nel romanzo saranno metafora della prigionia dell’anima nel corpo e della sua aspirazione di accedere a un mondo ‘altro’.

Oltre alla staordinaria capacità inventiva, le letture vastissime, il gusto per la trama e anche l’evidente senso del divenrtimento, nei giochi infantili c’è una caratteristica commovente: quando le sorelle maggiori Maria ed Elizabeth muoiono, Emily ha sei anni. Nel mondo fiabesco che i bambini supersititi inventano insieme i personaggi possono allora ‘rivivere’: questo non solo per porre un argine alla furia sanguinaria di Branwell ma anche e soprattutto per rivendicare un loro paese fantastico dove la morte non esiste e non fa paura.

Ed Emily ricorderà bene quel ‘trucco’ narrativo: nel romanzo i suoi personaggi ‘scivolano’ avanti e indietro nel tempo, i morti si mostrano o urlano nel vento chiamando i vivi, la morte stessa è vinta dall’amore e, in senso più ampio, dall’immortalità della natura a cui si ricongiunge.

Emily Brontë e l’incanto di una scrittura indefinibile. Intervista a Paola Tonussi

Tre scrittrici in una sola famiglia e tutte attive nello stesso periodo. Quale fu il rapporto di Emily con le sorelle Charlotte e Anne?

Per la precisione quattro scrittori e tutti attivi nello stesso periodo: anche Branwell infatti scrive, moltissimo da bambino e quindi da adulto, quando continua a produrre narrativa e poesia, oltre che splendide traduzioni da autori latini.

In effetti Branwell è il primo a veder publicati i propri versi sull’élitaria pagina letteraria del giornale «Halifax Guardian».

Il rapporto di Emily con Charlotte è stretto finché Charlotte non viene mandata, per prima essendo la maggiore, a scuola a Roe Head: da allora in poi Emily si avvicina sempre più alla minore Anne, perché più simili nella timidezza e nei silenzi.

Charlotte è sempre stata la “capofila”, il “capo” dei giochi infantili, crescendo nello sforzo di trovare un posto nel mondo e poi anche nel tentativo di aprire una scuola loro, infine nell’avventura della pubblicazione: se non fosse stato per lei, con molta probabilità Emily non avrebbe cercato di pubblicare (come invece aveva sempre provato a fare Branwell).

Già nell’infanzia ma soprattutto dall’adolescenza in poi, la docilità della “piccola Annie” si adatta bene alla passione di Emily e al suo senso di protezione: le due si completano e si comprendono e il sodalizio di affetto proseguirà tutta la vita, troncandosi solo con la morte di Emily.

Da un punto di vista letterario, Emily inizia a scrivere Gondal con Anne e non l’abbandonerà mai, riconoscendo alla saga e al suo mondo fantastico una priorità persino sul reale. Tuttavia non parla alle sorelle dei propri versi: la stessa Anne, che le è più vicina, sa solo che Emily scrive poesia ma non ne conosce temi e modalità: la scoperta fortuita di Charlotte imprimerà un corso diverso alle loro vite e alla civiltà letteraria.

 

E con il fratello Patrick?

Con il fratello Patrick Branwell (chiamato tuttavia Branwell per distinguerlo dal padre Patrick) Emily ha un rapporto particolare.

Per molti versi il ragazzo le somiglia: entrambi sono lettori onnivori e precoci, sono fantasiosi, volubili e impulsivi. Entrambi attraversano varie delusioni – Emily nell’insegnamento o comunque nello scontro con l’esterno e Branwell nella carriera mancata di pittore, poi come incaricato delle ferrovie e altro.

Ma mentre Emily si getta alle spalle presunte sconfitte e rimpianti e, asserragliata nel fortilizio della propria diversità e genialità, continua a scrivere la sua grande poesia facendone il centro della propria vita, Branwell inizia a disperdere e dilapidare i propri talenti in troppe direzioni.

Emily decide di restare a casa e pur di farlo si assoggetta a tutti i lavori domestici che Tabby non può più svolgere, perché questo le garantisce la libertà di percorrere le brughiere a suo piacimento e di scrivere, Branwell inizia a staccarsi dal mondo quasi per l’incapacità o la debolezza di affrontarlo.

Viziato e coccolato in famiglia, Branwell soccomberà nello scontro con la durezza della realtà, Emily si rifugia nella propria fantasia, il suo “Dio delle Visioni” come lo chiama, nell’amata natura di brughiera, nel rapporto d’infantile purezza con gli animali. E quando Branwell si distruggerà di droga e alcool, Emily sarà la sola a sostenerlo, aiutarlo e accettarlo come un fulmine o una tempesta, forze abberranti della natura ma inevitabili.

 

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Il suo primo libro dedicato a Emily Brontë risale al 1998. Com’è cambiato il suo approccio alla scrittura e alle opere di Emily nel corso degli anni?

Il volume del 1998 dava ampia attenzione a tutti e quattro i fratelli, e molto spazio veniva lasciato al quadro contemporaneo o precedente la vita dei Brontë: molta storia e politica contemporanea quindi, le lotte parlamentari tra Tory e Whig, i movimenti di pensiero sfociati in leggi fondamentali come le Corn Laws, le leggi sui poveri o gli ospizi contro cui si scaglia Dickens. O ancora le correnti e idee teologiche del periodo, l’Evangelical Revival e le differenze tra metodisti, welseyani e calvinisti, le azioni politiche del Duca di Wellington, Lord Melbourne o Sir Robert Peel, infine la rivoluzione industriale e le sue conseguenze sociali ed estetiche sul paesaggio, il diaframma tra il mondo prima e dopo le fabbriche.

Dopo ventuno anni la passione per quest’autrice è intatta – Emily Brontë è uno di quegli autori che non concedono al lettore di farsi “dimenticare”, come la Cvetaeva, Brodskij o Auden (altri autori che amo profondamente): troppo diversa, troppo personale e potente è la sua voce lirica. In questo libro il focus è però esclusivamente su di lei: “come una procellaria nella tempesta” dice in una delle liriche più celebri. La procellaria da sola fende il vento, vola più in alto. In realtà, so perfettamente che Emily Brontë non si staccherà mai da me e questo è un gran conforto: un autore è sempre una versione amplificata, migliore e più nobile dei sentimenti e delle idee che per noi sono vitali.

Oltre a duecento liriche, di Emily ci sono rimasti alcuni fogli di compleanno, qualche succinta lettera, alcuni compiti in francese scritti a Bruxelles e quel romanzo unico e affascinante che è Wuthering Heights: a ogni lettura queste pagine rivelano qualcosa di nuovo, siamo ogni volta alle soglie del mistero ma con gli anni ho imparato a mitigare la partecipazione e il trasporto, a trattenere la tentazione di “strappare” ai versi e al romanzo il mistero.

L’incanto della scrittura di Emily è inafferrabile, elude le domande poste, non dà spiegazioni logiche, ci fornisce una conclusione aperta. Lascia tutto in sospeso e il non detto ha forse più peso di quanto detto. La terra dell’epilogo credo sia la chiave d’interpretazione: la fusione di umano e naturale nella luce ambra del crepucolo e nel vento di brughiera, simbolo dell’eternità.

Questo libro l’ho voluto scrivere per onorare la memoria di Emily nel bicentenario della sua nascita: sommessamente, come Brodksij disse di Auden, “per compiacere un’ombra”.


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