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“Effatà” di Simona Lo Iacono, una breve intervista

Simona Lo Iacono, EffatàCon Effatà, in uscita oggi per Cavallo di Ferro, Simona Lo Iacono si confronta, in un’opera composita quanto a linguaggi, con numerosi temi.

La storia prosegue, fino allo scioglimento finale, lungo due piste narrative diverse, ciascuna caratterizzata da forme e modalità proprie. Da una parte, in modo più tecnico ma mai difficile, si seguono gli atti di uno dei processi più famosi della storia, quello di Norimberga, e si stagliano, così, due figure in relazione al loro rapporto con la banalità del male: entrambi infatti, agli occhi della corte, devono rendere conto delle loro responsabilità, o presunte tali, in vicende che riguardano un progetto del Reich per la salute del popolo tedesco. Dall’altra, c’è Nino: un bambino sordomuto che si avventura a scoprire la realtà della Sicilia degli anni Cinquanta. Intorno a lui si apre un mondo incantato, o forse no, a cui cerca faticosamente di dare un ordine e un senso: il ricordo del padre, in particolare, che è un soldato (come gli racconta la madre) lo induce a decifrare i misteriosi segni che lo circondano come una vicenda legata alla guerra, come una continua missione di cui è l’eroe. Anche se sordomuto, Nino è pur sempre un bambino, incapace a volte di comprendere correttamente la vita dei grandi, così misteriosa e basata su una logica che gli sfugge, a volte crudele, costruita su maldicenze o cattiverie. Le sue vicende si legano pian piano ai personaggi del teatro Luna, in cui la madre lavora: lì entra in contatto ancora di più con il mondo dei grandi, ma da una prospettiva del tutto inusuale, ossia quella della buca del suggeritore, in cui trova rifugio e, forse, amicizia.

Il lettore deve compiere un percorso di ricerca personale per capire in che modo le due vicende, che riguardano mondi molto lontani, siano collegate tra loro; ne avrà breve sentore a mezzo della storia, ma non è detto che tale idea sia corretta, e solo sul finale i dubbi, le impressioni, le false piste saranno sciolte. Lo Iacono descrive un mondo di piccole cose tramite lo sguardo favolistico di Nino; ma la sua vicenda si inserisce anche nella grande Storia, in un contesto ben più ampio: ecco, allora, che il male che il bambino si trova a vivere, e che talvolta non capisce fino in fondo, si confronta con il grande male che ha permeato alcune delle vicende più drammatiche del Novecento.

Lasciamo ora la parola direttamente all’autrice, che ha accettato di rispondere ad alcune domande, per poter apprezzare meglio alcuni aspetti dell’opera.

Effatà è un romanzo sfaccettato, ma che ha pur sempre per protagonista un bambino: lo ritiene più adatto al pubblico dei ragazzi o degli adulti?

È adatto sia ai ragazzi che agli adulti, e in effetti – scrivendolo – pensavo a entrambi… Ai ragazzi spero possa innestare nel cuore il seme della memoria, una memoria che – in quanto giovani – può essere loro offerta dalla narrazione e dalla commozione, se non da fatti vissuti. Agli adulti spero possa offrire uno sguardo carico di pietà umana per il destino dei piccoli, dei deboli, degli “ultimi”. Il fatto che il protagonista sia un bambino allude proprio a questo desiderio di protezione verso la grazia, l’innocenza, i destini traviati dalla barbarie della storia e degli errori.

Perché ha scelto di ambientare la vicenda in un periodo tanto preciso della storia italiana?

Perché credo che l’Olocausto rappresenti il culmine dell’esperienza del male. Dato che desideravo narrare la storia di una grande redenzione avevo la necessità che questo percorso partisse da una grande colpa, da un grande peccato, un peccato collettivo e bruciante, carico dell’urgenza dell’espiazione, della salvezza. Il periodo storico è quindi condizionato anche dalla  ricerca spirituale che ha accompagnato la stesura di questo libro.

Qual è, infine, oltre a Nino, il suo personaggio preferito?

Amo molto Marudda, una bimba che vive lo stesso destino di Nino, anche se non è affetta dalla minorità. Ma è comunque una creatura che pur partendo da una situazione di grande debolezza, come Nino, non si da’ per vinta, non cede ad auto compatimento, conserva tenerezza  e sfodera una tenacia da combattente. Anche Nino è così. La disabilità che lo affligge, il sordomutismo, viene affrontata con fantasia, con senso del gioco, con un’ostinazione buffa , matura. Non sono dei “vinti”, alla Verga. Sono dei sopravvissuti, e come tutti i sopravvissuti hanno ingegno e coraggio.

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