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Ecco perché siamo tutti africani e il razzismo è infondato. Intervista a Guido Barbujani

Ecco perché siamo tutti africani e il razzismo è infondato. Intervista a Guido BarbujaniSiamo tutti africani: è questa la tesi di fondo che viene dimostrata da Guido Barbujani, professore ordinario di genetica presso l’Università di Ferrara, all’interno del saggio Gli africani siamo noi. Alle origini dell’uomo, edito da Laterza e finalista dell’edizione 2017 del Premio Galileo per la divulgazione scientifica.

Non si tratta di una mera provocazione come qualcuno potrebbe pensare, ma della «sintesi delle nostre frammentarie conoscenze sulle origini dell’uomo e sulle nostre vicende evolutive». Non si sta negando l’esistenza in fase preistorica di europei, asiatici e australiani, «ma è stato tanto tempo fa, decine di migliaia di anni fa, e comunque non erano loro i nostri antenati». Proprio di questo tema dell’origine, della nostra origine, a cui si lega molto bene quello della razza e della conseguente distorsione che è il razzismo, abbiamo parlato con Guido Barbujani.

 

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Il suo saggio è esemplificativo fin dal titolo, affermando subito che tutti noi abbiamo in comune con gli africani l’origine: tutti veniamo da lì, per dirlo con poche parole e saltando direttamente alla conclusione. Cosa vuol dire affermare questo in un momento così confuso e di grande attenzione – spesso polemica – alle migrazioni? La scienza può aiutare a mettere ordine?

Può aiutare un po’, ma non tanto. Fino a vent’anni fa, delle migrazioni e delle loro conseguenze discutevano pochi biologi e demografi; oggi se ne parla sui giornali e in tv. Se questo è successo, non è tanto per i passi da gigante fatti dalla genetica (che pure ci sono stati), quanto perché le trasformazioni sociali legate all’immigrazione hanno reso il tema di attualità. Difficile però che un ragionamento scientifico possa pesare tanto: razza e razzismo hanno in comune l’etimologia e poco più. La paura del diverso, che poi genera di volta in volta intolleranza, xenofobia e razzismo, ha cause sociali, psicologiche, economiche, anche politiche, che nessun discorso scientifico può modificare. Al massimo, un ragionamento scientifico serio può servire a dimostrare l’inconsistenza di certi miti: per esempio quelli legati, come dicevano i nazisti che di queste cose se ne intendevano, a sangue e suolo: noi stiamo qua da sempre, gli altri se ne stiano a casa loro.

 

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Affermata un’origine comune di tutti gli uomini, che validità hanno le teorie di chi sostiene la possibilità di isolare un individuo umano con un corredo genetico puro e riconducibile a una sola popolazione/razza?

Nessuna. Sono chiacchiere da bar, come quando, ai tempi di Galileo, c’era chi diceva: “Ma non vedete che la Terra sta ferma e il sole si muove?” Chiunque abbia un po’ di familiarità con la politica, però, sa bene che teorie scadentissime possono avere vasto successo.

 

Ponendoci nei panni del lettore comune non esperto di genetica, se tutti noi abbiamo un’origine comune a cosa sono dovute le differenze biologiche che pure vediamo tra noi e africani? E quanto queste differenze biologiche sono espressione di un diverso corredo genetico?

Le differenze genetiche non sono solo fra noi e gli africani. Ce ne sono anche fra noi e i nostri vicini, colleghi di lavoro, compagni di scampagnate. La genetica ci dice quattro cose importanti: (1) che il nostro DNA è identico al 99,9% a quello di qualunque sconosciuto, di qualunque continente; (2) che gli abitanti della nostra città sono, in media, un po’ più simili a noi degli abitanti di città lontane, ma solo un po’, un 12% di più; (3) che le differenze fra certe persone dello stesso posto possono essere anche molto grandi; (4) e che, fatti un po’ di conti, si può dire che discendiamo tutti da gente che fino a 60 o 100mila anni fa stava in Africa: il che poi conferma quanto i paleontologi, gli studiosi dei fossili, ci dicevano già da qualche tempo.

Le differenze biologiche sono, per definizione, espressione di un diverso corredo di geni. Ma se siamo biologicamente diversi (e lo siamo), non per questo apparteniamo per forza a razze diverse. Perché fosse così, bisognerebbe che tutti (o quasi) gli abitanti di una certa regione fossero diversi da quelli di un’altra regione, e così via. Ci sono esempi del genere nel regno animale (per esempio, gli scimpanzé e le lumache di terra); ma noi umani, adesso che conosciamo bene il nostro DNA, sappiamo che, semplicemente, non siamo fatti così. Le razze ce le siamo inventate, ci abbiamo creduto per un po’, ma adesso è ora di smetterla.

 

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Da genetista, possiamo provare a spiegare perché le razze non esistono? E perché continuare a insistere sulla loro esistenza attiene alla sfera dell’ideologia e non della scienza?

Ci sono due motivi per concludere che, nell’uomo, non esistono razze biologiche. Il primo è che, dopo due secoli e mezzo di tentativi anche seri, non si è mai riusciti a dire concretamente quali fossero queste razze, con cataloghi che comprendono dalle 2 alle 200 razze differenti. Il secondo è che lo studio del DNA, come si diceva prima, dimostra che la maggioranza delle differenze fra di noi esseri umani non dipende dalla presenza di varianti che sono solo africane, o europee, o polinesiane. La gran parte delle nostre differenze dipende dalle diverse frequenze con cui le stesse varianti si presentano in località differenti: questione di sfumature, quindi, non di confini che separano quelli geneticamente così da quelli geneticamente cosà.

Ecco perché siamo tutti africani e il razzismo è infondato. Intervista a Guido Barbujani

L’immagine che apre il libro è emblematica della riduzione dell’essere umano a oggetto a partire da chi esibisce uno schiavo come prodotto del suo lavoro, la propria merce. In che modo tale processo di schiavizzazione è stato giustificato a livello scientifico? È possibile parlare di scienza talvolta piegata all’ideologia?

In realtà, e per parecchio tempo, lo studio delle differenze fra esseri umani è, anche o soprattutto, servito a dare una giustificazione alle disuguaglianze. Si costruivano, su base scientifica o pseudoscientifica, gerarchie di razze con i colonizzatori in alto e i colonizzati in basso. Di conseguenza, gli schiavisti avrebbero avuto il diritto di rendere gli altri schiavi perché biologicamente inferiori (ieri), oppure gli squilibri sociali altro non sarebbero che la conseguenza di differenze congenite e inevitabili (oggi). Lo studio dell’uomo è particolarmente soggetto al rischio di essere piegato all’ideologia, perché parlando di noi stessi non è facile mantenere lo stesso distacco con cui possiamo parlare di fagioli o di moscerini.

 

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Restando sul razzismo, stabilito che non ha fondamenti scientifici, come possiamo definirlo? E in quali aspetti quello odierno somiglia al razzismo del secolo scorso e per quali caratteristiche si discosta?

In linea di principio, il razzismo è l’idea che persone appartenenti a categorie biologiche diverse debbano godere di diritti diversi. Oggi c’è ancora chi lo sostiene, e con maggior forza ogni volta che arriva un barcone carico di immigrati; la novità è che le versioni moderne del razzismo non hanno più bisogno della scienza. Oggi, in tutta Europa, si sta diffondendo un razzismo più semplice, di tipo culturale, in cui in sostanza si dice: non ce l’ho con i tuoi geni, che non conosco e comunque non mi interessano; le nostre differenze culturali sono abbastanza grandi da provocarmi fastidio per la tua presenza.

Ecco perché siamo tutti africani e il razzismo è infondato. Intervista a Guido Barbujani

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So che non è specificamente il suo ambito di studi, ma immagino che abbia potuto maturare un’idea a proposito: perché il razzismo continua a fare presa nonostante la scienza ci dica che sia infondato e non goda di alcuna legittimità?

Io penso che se si racconta che la globalizzazione è una bella festa a cui tutti vinceranno qualcosa; se lo Stato non riesce a far pagare le tasse ed è costretto a restringere sempre più l’area della protezione sociale; se si perdono posti di lavoro e non esiste una politica volta a crearne di nuovi, magari posti di lavoro qualificati per chi ha fatto la fatica di studiare; se si disinveste dalla scuola e dall’università; se un Ministro del Lavoro si rallegra pubblicamente che una frazione crescente delle persone più preparate scappi all’estero perché il suo paese non ha niente da offrirle; alla fine quello che resta è un quadro sociale desolante e disperato. In condizioni come queste, ragionare pacatamente diventa difficile o impossibile, e prevalgono l’incertezza per il futuro, le paure, le angosce, le frustrazioni. Non c’è barba di discorso scientifico che possa aiutare a dissiparle.


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