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Ecco perché racconto sempre l’amore. Intervista a Susanna Casciani

Ecco perché racconto sempre l’amore. Intervista a Susanna CascianiA distanza di due anni dal successo di Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore, Susanna Casciani torna in libreria con un nuovo romanzo, edito sempre da Mondadori, e il cui titolo è da solo un vero e proprio manifesto: Sempre d’amore si tratta.

E infatti Casciani ritorna a parlare del sentimento che, come lei stessa ci ha confessato, l’affascina sempre più al punto che continuerà a scriverne ancora finché ne avrà le forze e la possibilità.

Questa volta però l’amore è raccontato dal punto di vista di chi ha paura di aprirsi e lasciarsi amare, di chi si sente pietrificato e inadeguato davanti alla vita.

Anche di questo, della sua attenzione per la sensibilità altrui, abbiamo parlato con Susanna Casciani.

 

Sempre d’amore si tratta è il suo secondo romanzo, che segue di due anni circa la pubblicazione di Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore. Com’è cambiata nel frattempo la sua scrittura? E il suo approccio al romanzo?

In questi due anni ho cambiato casa, punti di vista e aspettative. Ho cambiato idee e prospettive, colore di capelli e abitudini. Fino a qualche tempo fa scrivevo per combattere la tristezza, la solitudine, il mio sentirmi perennemente inadeguata: avevo bisogno di essere capita, avevo bisogno di qualcuno che mi dicesse “non sei l’unica a provare certe sensazioni, non sei l’unica ad avere paura”. Oggi a trascinarmi è la nostalgia. Ci sono volti e luoghi che non vorrei dimenticare, ci sono voci che soltanto a ripensarci mi si calma il cuore. Ci sono amori rimasti in sospeso che continuano a ballarmi dentro, parole che non ho avuto il coraggio di pronunciare, notti che non ho il coraggio di lasciar andare. Oggi scrivo per non perdere certi angoli di mondo, certi sguardi, certi incontri in grado di cambiare tutto in pochi minuti. Oggi non scrivo più per disperdere i miei ricordi in giro, per liberarmene, oggi scrivo per prendermene cura con tutte le attenzioni di cui sono capace.

Il mio approccio al romanzo, invece, è rimasto lo stesso: scrivere libri mi spaventa. Mi avevano detto che la seconda volta sarebbe stato più semplice, ma non è stato così. Anzi. Non ho una scaletta da seguire, non ci sono regole che sento di dover rispettare e forse è proprio questo che mi fa paura: il caos, la confusione che spesso regna nella mia testa. Un pomeriggio di un anno e mezzo fa, però, mi è balenata davanti agli occhi l’immagine di una bambina dall’aria fiera che saltava su un letto azzurro e bianco insieme a sua madre, una donna incapace di chiedere aiuto che aveva bisogno di essere salvata. Quel pomeriggio ho capito che avevo una storia da raccontare e, mentre la prima volta è toccato a me portare i miei personaggi dove volevo, questa volta sono stati loro a prendermi per mano e a mostrarmi la strada.

 

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In entrambi i libri si parla di amore, anche se da prospettive diverse. Da dove nasce l’interesse per l’analisi di questo sentimento? Ritornerà ancora sull’argomento?

Il titolo del mio libro si riferisce proprio a questo, forse. Ci ho pensato a lungo e poi ho capito: per me si tratta davvero sempre d’amore. Lo cerco ovunque. Tra gli scaffali di una libreria, mentre faccio la spesa, mentre ascolto la musica, quando sono arrabbiata, quando sono stanca, quando sono felice. Lo cerco tra le parole distratte che gli sconosciuti si scambiano sui treni, lo cerco nei bambini che giocano a rincorrersi sulla spiaggia le domeniche pomeriggio di luglio, incuranti del rientro imminente. Lo cerco perfino in fila alle poste, perché non si sa mai dove potrebbe andarsi a nascondere e di sicuro non conosce limiti, non si lascia arginare da inutili barriere che vediamo soltanto noi. L’amore ci risveglia dal torpore perenne delle nostre giornate sempre uguali, dall’apatia. Tornerò sempre sull’argomento, finché ne avrò le forze e la possibilità, perché la domanda che mi faccio più spesso da quando ho iniziato a scrivere è proprio questa: “se non d’amore, di cosa?”

Ecco perché racconto sempre l’amore. Intervista a Susanna Casciani

Il suo vero inizio però è stato su Facebook dove gestisce la pagina che porta lo stesso nome del suo primo romanzo. Immagino che questo sia stato di aiuto nel consolidare il rapporto con i lettori nella sua nuova veste di scrittrice, ma ha in qualche modo condizionato l’approccio della critica verso i suoi libri?

Ci sono tanti ragazzi che si sono affezionati a me nel corso del tempo. Leggere le parole di una persona per anni è quasi come crescere insieme a lei, è quasi come imparare a voler bene a qualcuno pur non avendolo mai visto. Per me è stato lo stesso: anche io mi sono legata a molti di loro, ho iniziato a ricordare i loro nomi, i loro volti e le loro storie. Mi sono lasciata trascinare nelle loro vite, ho fatto di tutto perché la loro fiducia nei miei confronti non andasse in alcun modo sprecata. Per questo, la sera prima che uscisse Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore ero terrorizzata, Quando tieni a qualcuno il pensiero di deluderlo può massacrarti. Non erano le reazioni degli sconosciuti a spaventarmi, erano proprio le loro: le reazioni delle persone che mi avevano sempre letto. Per fortuna non sono stati in tanti quelli che mi hanno scritto dicendomi “mi aspettavo di più”, ma ci sono stati, inutile negarlo, e forse il bello della mia pagina è ed è sempre stato questo: è frequentata da persone che cercano un po’ di onestà ovunque e quindi non hanno problemi a donartela. Di sicuro la prima volta molto dell’entusiasmo era dovuto alla magia che si respira quando qualcuno realizza un sogno. Stavolta invece è come se l’attenzione si fosse spostata da me al libro e io non posso che esserne immensamente felice.

Essere conosciuti su internet, però, ha anche molti lati negativi. Per tante persone chi scrive su un blog non è degno di provare a pubblicare un libro. Non di rado mi è capitato di leggere frasi come “è venuta fuori da una pagina su Facebook, non merita nemmeno di essere letta”. Scrivere su internet per alcuni è sinonimo di scarsa credibilità a prescindere. C’è chi va un po’ oltre ed inizia a offenderti in tutti i modi possibili, dimenticando che dall’altra parte dello schermo si nasconde una persona e non un agglomerato di codici e pixel. Altri ancora si sentono derubati, come se vederti pubblicare un libro li privasse del loro sogno, della loro opportunità. La felicità può generare odio, e sembra impossibile, ma è davvero così. C’è chi non ha ancora capito che se qualcuno prova a brillare non lo fa per offuscare la nostra luce.

Sarebbe bello imparare dalle stelle.  

 

Per parlare di Sempre d’amore si tratta, comincerei dalla dedica: «A chi ha paura di essere preso per mano.» Perché l’attenzione verso queste persone? E quali consigli darebbe loro per uscire da una tale situazione?

Sempre d’amore si tratta è dedicato a me, a quelli come me. Io non ho mai avuto paura della solitudine, anzi: la solitudine mi rassicura, è l’abito che riesco a portare con maggiore disinvoltura. Non ho mai avuto paura di non trovare qualcuno che mi venisse a prendere, che mi portasse a ballare, che mi portasse a vedere le stelle, che mi aiutasse a credere in qualcosa. Io ho sempre avuto paura del contrario. Quello che mi spaventa di più è trovarmi di fronte qualcuno che mi tende la mano, perché ancora oggi non mi sento in grado di stringerla nel modo giusto, perché ancora oggi non mi sento in grado di lasciarmi amare. Amare mi riesce più semplice, ma lasciarsi amare è un’altra storia. Chi pensa di non meritare nemmeno una carezza, nemmeno un banale complimento, come può accettare l’idea di meritare un po’ d’amore? Tutto quello che posso fare ogni giorno è cercare di non scappare dalle persone.

Non ho ancora capito come si faccia a non sentirsi minuscoli di fronte al cielo, come si faccia a non sentirsi continuamente in forse, continuamente in difetto. L’unica cosa che so con certezza è che capita (anche senza il nostro volere) che il mondo ci soprenda. Capita che proprio dove pensavamo di trovare soltanto desolazione e silenzio troviamo invece un giardino in fiore ed una bella melodia e quelle volte lì, per fortuna, resta poco tempo per avere paura.

 

Il prologo del libro sembra quasi una critica al mito della forza e della felicità a tutti i costi. Quanto male e quanto dolore può provocare ai giovani un’educazione incentrata su questi miti?

Molto spesso, quando ero una bambina, mi sono sentita ripetere “non piangere!”, o ancora peggio “ridi!”.

Due richieste assurde, a pensarci adesso, ma lì per lì cosa potevo saperne? Ricacciavo indietro le lacrime ogni volta in cui mi sentivo fragile o abbattuta e sfoderavo il più triste dei miei sorrisi. Ho capito un bel po’ di tempo dopo che la sofferenza fa sentire a disagio le persone ed è per questo che si impara a fingere: per non rimanere da soli. Per questo si chiede agli altri di fingere: per sentirci più leggeri. Ogni volta in cui mi è capitato di fare una passeggiata virtuale tra i profili Instagram e Facebook dei più giovani (ma, per onor di cronaca, anche dei meno giovani) quello che mi ha colpito di più non è stato il trucco perfetto delle ragazze o le risate forzate dei ragazzi. Quello che mi ha colpito di più è stato l’utilizzo dei filtri. Esiste un filtro bellezza, un filtro per sembrare più abbronzati, un filtro per sembrare più magri e un filtro per sembrare praticamente perfetti. Ancora non hanno inventato il filtro per apparire felici anche quando ci sentiamo la morte nel cuore, ma sono sicura che ci stiano lavorando.

Ecco.

Io mi sono ribellata poche volte in vita mia perché ho un carattere pacato e accondiscendente e quello che cerco non è la rivoluzione, ma un po’ di tranquillità. In questo caso, però, mi tocca farlo, mi tocca uscire dal mio guscio e dire a voce alta con i pugni ben chiusi: io non ci sto. Io voglio poter piangere quando mi viene da piangere, ché mi sono accorta che le lacrime via via che passa il tempo diventano sempre più rare e quasi finiscono per mancarti, allora perché dovrei mandarle via quando vengono a trovarmi? Io non ci sto e non dovreste starci nemmeno voi. Vi è concesso uno scivolone, ma anche due. Potete dire “io non ce la faccio più” perché in effetti esistere è estenuante, è faticoso. Non può mica essere sempre primavera, e poi c’è anche qualcuno che è allergico al polline, allora che si fa? C’è chi non sa come gestire le cose belle, chi non riesce a digerire un abbandono, chi non si sente mai all’altezza, chi si è perso e non sa dove andarsi a cercare. I mostri, a forza di nasconderli sotto il letto, nell’armadio o dietro una ventina di filtri su Instagram, diventano enormi, talmente ingombranti da non lasciare spazio a nient’altro. Non si farebbe prima a chiedere un abbraccio?

Ecco perché racconto sempre l’amore. Intervista a Susanna Casciani

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Al centro del romanzo c’è Livia, la cui storia è però raccontata dal punto di vista di chi l’ha conosciuta o anche solo incontrata. Come mai ha optato per questa soluzione narrativa?

Facendo raccontare la storia a Livia avrei mostrato la sua verità, ma non era detto che coincidesse con la realtà. Un errore che faccio spesso è quello di convincermi di apparire agli altri esattamente come mi vedo io, o di pensare che la mia versione dei fatti sia uguale a quella di chi ha vissuto un determinato attimo insieme a me. Non c’è niente di più sbagliato, credo: una vita, raccontata da due persone, può trasformarsi in due storie completamente diverse. Se avessi lasciato parlare soltanto la protagonista non avrei potuto soffermarmi sui suoi lati positivi, perché lei non sarebbe stata in grado di trovarne nemmeno uno, non avrei potuto far capire quanto siano diffusi il senso di inadeguatezza e l’insoddisfazione. Se avessi lasciato parlare soltanto Livia non avrei potuto spiegare quanto sia difficile essere bambini, quanto sia facile essere lasciati in disparte, quanto sia spaventoso e meraviglioso allo stesso tempo vivere. Livia era immobile quando l’ho incontrata per la prima volta nei miei pensieri, come pietrificata, e tutto quello di cui aveva bisogno per ricominciare ad andare avanti era essere guardata con altri occhi.

 

I suoi romanzi, inclusi quest’ultimo, sono diretti a una fascia di lettori young adult e Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore ha riscosso un buon successo di pubblico. Quali pensa siano le caratteristiche dei suoi libri ad affascinare così tanto i giovani lettori?

I ragazzi (e, a giudicare dai messaggi che ricevo, anche gli adulti) hanno bisogno di non sentirsi gli unici a provare determinate sensazioni. Credo sia proprio questo a legarmi a molti di loro: non nascondo le mie fragilità. Quando scrivo ho bisogno di essere sincera e non mi interessa di risultare pesante o fastidiosa. I ragazzi cercano qualcuno che dica loro la verità, qualcuno che gli restituisca un po’ di fiducia. In questi anni ho avuto modo di parlare con tanti di loro e di capire che non sono tutti persi come si sente spesso dire in giro. Sono soli, è questo il punto. Nonostante i numerosi mezzi di comunicazione, i cellulari sempre connessi e le chiamate illimitate spesso va a finire che di sera non hanno nessuno con cui parlare, nessuno da abbracciare, nessuno a cui chiedere aiuto. Hanno tanto da dare e nessuno a cui donarsi. Io cerco (e spero) di far compagnia a chi mi legge senza la pretesa di voler insegnare niente a nessuno, un po’ come farebbe un’amica, un po’ come quelle canzoni leggere ma vere che ascoltava mia nonna mentre preparava la cena d’estate. Non erano mica capolavori, ma ogni tanto la facevano sorridere tra le lacrime e tanto bastava.


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Per la prima foto, copyright: Aziz Acharki.

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