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Ecco come uccidiamo i cavallucci marini con la plastica. Intervista a Filippo Solibello

Ecco come uccidiamo i cavallucci marini con la plastica. Intervista a Filippo SolibelloC’è un cavalluccio marino che non ne può più, e nel girare le pagine si ha la sensazione che ci sia un mondo intero che non ce la fa più. È il mondo marino, degli oceani, delle spiagge che, vivendo lontano dagli occhi dei più, non è un problema da prendere in considerazione. Il libro in cui si parla di questo cavalluccio marino stanco di subire la negligenza altrui si intitola 30 Piccoli gesti per salvare il mondo dalla plastica, lo firma Filippo Solibello ed esce per Mondadori.

Ed è una scoperta. Continua, pagina dopo pagina. È un’iniezione di consapevolezza. Il problema riguarda tutti, sia chi fa già la differenziata sia chi pensa che buttare l’immondizia per terra sia un modo per non rubare il lavoro ai netturbini. È un libro per tutte le età e per ogni stagione, per tutte le zone climatiche d’Italia e del globo perché la domanda essenziale è: cosa possiamo fare?

In occasione dell’uscita del libro, Filippo Solibello ha gentilmente raccontato qualche retroscena che lo ha portato alla sua stesura.

 

Com’è nata l’idea di dedicare un libro (e uno studio) all’argomento?

Ho percepito il tema sempre più pesante negli ultimi anni e il percorso intrapreso non si allontana molto dall’idea che ha animato anche la campagna M’illumino di meno che orami è stata adottata da moltissime persone e industrie. La domanda che mi sono posto è stata questa: quali altri grandi temi posso esplorare? L’argomento “plastica”, come dicevo, lo sentivo già come un’urgenza. Allora ho dedicato diciotto mesi per raccogliere informazioni in merito alla plastica negli oceani scoprendo un problema molto più grande di quello che ipotizzavo. Il passo successivo è stato quello di voler capire il problema e, nel farlo, mi è sorta la domanda: quanto è pericoloso? Mi è stato risposto: tanto. Inevitabile chiedersi cosa si può fare. E anche qui mi è stato risposto: tanto.

 

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Dopo aver letto il suo libro, le confesso di aver iniziato a notare con maggiore forza la massiccia presenza della plastica nella mia vita. Vorrei, quindi, riformulare una sua domanda, ovvero: una vita senza plastica è possibile?

No, non è possibile una vita senza plastica. Il pc da cui sta scrivendo ora è di plastica, la biro che tiene sul tavolo è di plastica, le mie scarpe da ginnastica sono di plastica. La televisione, il cellulare, il giubbotto sono tutti di plastica. Infatti, il senso profondo del libro non postula un mondo privo di plastica perché non è il materiale in sé il vero problema. Il problema è il modo in cui viene usata la plastica e come la si smaltisce.

Occorre un’economia circolare, che mi auspico non tardi ad arrivare. Serve che si arrivi a produrre plastica riciclabile al 100% senza utilizzare gli inceneritori che non risolvono affatto il problema ma lo deformano in un altro non meno spinoso.

Ecco come uccidiamo i cavallucci marini con la plastica. Intervista a Filippo Solibello

Leggendola si apprende che l’invenzione del Moplen, che ha invaso le nostre vite, appartiene a un italiano. Cosa fa l’Italia oggi per ridurre l’impatto ambientale della plastica?

Eravamo all’avanguardia quando è arrivata la plastica sul mercato. Natta, l’unico chimico Nobel italiano, ha rivoluzionato il mondo. E tuttora l’Italia è all’avanguardia rispetto al tema. È stata la prima a mettere al bando i sacchetti di plastica, i cotton fioc e dal 2020 metterà al bando anche le microplastiche nell’industria dei cosmetici. La bioplastica, un esempio tra i tanti, è invenzione tutta italiana. Versalis, branca del gruppo Eni, sta lavorando per ottenere una soluzione di riciclo al 100% delle plastiche che compongono l’erba artificiale dei campetti, i piatti di plastica e i vasetti dello yogurt. Inoltre, ci sono numerose start up impiegate nella cosiddetta chimica verde. La Coop ha già introdotto una linea di prodotti cosmetici priva di microplastiche.

Il Consorzio del recupero degli imballaggi, in Italia, recupera l’80% del materiale ed è in continuo aumento.

Se buttiamo un occhio fuori dai nostri confini, incontriamo la Gran Bretagna costretta dall’UE a riciclare ma che caricava sulle navi i propri rifiuti per inviarli in Cina. Infatti, da questo punto di vista è stato un mese di belle scoperte.

Ecco come uccidiamo i cavallucci marini con la plastica. Intervista a Filippo Solibello

“Conoscere, informarsi, capire” è una delle annotazioni citate nel libro, può commentare l’importanza di questa sequenza di azioni?

È un concetto su cui mi ha fatto riflettere Alex Bellini, un esploratore incredibile. Il punto è questo, se non si conosce il problema non lo si può risolvere. Serve quindi la coscienza per informarsi riguardo ai modi e alle strade da percorrere per superare il problema. Capire è il motore che produce azioni concrete.

Lo spirito del libro, infatti, è quello di permettere a quante più persone di conoscere il problema.

Le confido che io stesso certe volte penso che sia una grande noia mettersi lì a fare la differenziata, controllare le etichette e tutto il resto. Ma poi mi inorridisce il pensiero che il sacchetto trasparente della spesa che io ho buttato via con negligenza, per semplice pigrizia, può diventare la causa di morte di una tartaruga che lo mangia confondendolo con una medusa. Ma se nessuno ci dice cosa comportano i nostri gesti, come facciamo a comprendere?

 

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In qualche modo la sua risposta anticipa la mia domanda: chi è il colpevole?

Difficile trovare colpevoli. È facile prendersela. Basta plastica! Ma poi siamo noi a usarla a sproposito.

I numeri parlano chiaro: l’80% delle plastiche nel mare arrivano dalla terra. Siamo noi.

Gli scienziati affermano che il 90% di questo 80% di plastica nei mari e negli oceani arriva dai dieci fiumi più inquinati del pianeta. Otto si trovano in Asia e due in Africa, tra cui il Nilo che sfocia nel Mediterraneo. Allora è colpa della Cina e dell’India? Se ricordiamo che USA e UK inviavano navi cariche con la propria spazzatura verso i paesi asiatici, allora la risposta non è più così scontata. Infatti, ora che la Cina ha chiuso la discarica per quanto riguarda i rifiuti degli USA questi si sono trovati immersi dalla spazzatura e in mezzo a un problema urgente.

La colpa è di tutti, come il problema è di tutti. Il mare, gli oceani, le acque sono di tutti, sono comuni. Ricordiamoci il ciclo dell’acqua nell’atmosfera.

I pesci nati negli ultimi anni sono dei nativi plastici, loro non hanno mai conosciuto i mari senza la plastica. Così alcune spiagge, un tempo paradisi terrestri, ora sono una discarica a cielo aperto.

 

Cosa può fare ciascuno di noi nella propria quotidianità per fermare l’incedere di questo mostro?

È dalla vita quotidiana che nascono le soluzioni.

La spesa intelligente, per esempio, è un inizio. Il consumatore decide i prodotti sugli scaffali, se la richiesta sarà di cosmetici senza microplastiche, le aziende non aspetteranno il divieto legislativo, si muoveranno prima. Stesso discorso per i flaconi riciclabili.

Fare la differenziata è l’essenza.

Poi ci sono i viaggi alternativi, perché salvare il pianeta non deve essere il coronamento della sofferenza, ci si può anche divertire e ci sono numerosi esempi. In UK, c’è una ragazza che ha organizzato un viaggio a bordo di canoe per raccogliere la plastica dai fiumi e sta per far partire un run lungo le spiagge nel Sud dell’Inghilterra con lo stesso obiettivo.

C’è anche Amsterdam, però, e un viaggio sicuramente da raccontare a bordo delle Plastic Whale che fanno il giro sul canale per ripulirlo.

A Castiglione hanno fatto un albero di Natale gigante con tutte le bottiglie di plastica raccolte.

Altri esempi di operazioni virtuose nate dalla vita quotidiana le ho raccontate anche nel libro, perché mi sembra davvero importante diffondere buone pratiche e approcci virtuosi che possano essere di ispirazione per gli altri.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori e scrittrici.

Per la prima foto, copyright: naomi tamar su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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