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Ecco come ho scritto "La scomparsa di Stephanie Mailer". Intervista a Joël Dicker

Ecco come ho scritto "La scomparsa di Stephanie Mailer". Intervista a Joël DickerLo scrittore svizzero Joël Dicker torna nelle librerie con La scomparsa di Stephanie Mailer (La Nave di Teseo, 2018 – traduzione di Vincenzo Vega), cinque anni dopo il grande successo ottenuto con La verità sul caso Harry Quebert (Bompiani, 2013 – traduzione di Vincenzo Vega), un romanzo che era stato pubblicato in una trentina di paesi.

La struttura di questo nuovo, corposo thriller è abbastanza simile a quella del libro precedente, perché anche in questo caso si parte da un delitto commesso nel passato, a cui si cerca di dare finalmente una risposta a distanza di molti anni.

Tutto inizia a Orphea, cittadina balneare dello stato di New York, dove la sera del 30 luglio 1994 sta per essere inaugurata la prima edizione di un festival teatrale: un killer irrompe nell'abitazione del sindaco e lo uccide insieme alla moglie e al figlio, freddando una ragazza che passava in quel momento davanti alla casa facendo jogging. Al termine di una faticosa indagine, i giovani poliziotti Jesse Rosemberg e Derek Scott arrestano il presunto colpevole, anche se sono destinati a pagare duramente per questo.

Vent'anni dopo, nel 2014, Jesse Rosemberg ha deciso di ritirarsi dalla polizia, quando viene avvicinato da una giornalista, Stephanie Mailer, la quale sostiene che l'indagine del 1994 aveva portato a conclusioni sbagliate, e che il vero colpevole era un'altra persona.

 

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Subito dopo, però, la giornalista scompare, senza aver potuto fornire le prove di ciò che afferma al poliziotto. Jesse si ritrova, perciò, a cercare sia di ritrovare la donna scomparsa, sia di far riaprire un caso considerato ormai chiuso, per scoprire se la sua brillante carriera da poliziotto fosse in realtà partita da un gigantesco abbaglio.

Sullo sfondo ci sono i rocamboleschi preparativi di una nuova edizione del festival teatrale, le manovre politiche dei maggiorenti locali, i problemi personali e familiari dei tanti personaggi che si ritrovano in qualche modo coinvolti nelle due indagini parallele, fino al punto in cui si creeranno impensabili collegamenti tra passato e presente.

Anche questa volta Dicker ci propone un romanzo molto corposo, in cui la vicenda poliziesca diventa il punto di partenza per raccontare i complessi rapporti che legano tra loro i membri di una piccola comunità, tra rivalità, invidie, adulteri e desideri di rivincita o di vendetta: Orphea, dopotutto, potrebbe essere collocata in un qualunque paese del mondo occidentale e probabilmente questo non modificherebbe i comportamenti dei personaggi e i rapporti di forza tra loro.

Ecco come ho scritto "La scomparsa di Stephanie Mailer". Intervista a Joël Dicker

Abbiamo potuto fare qualche domanda a Joël Dicker prima della presentazione milanese di La scomparsa di Stephanie Mailer.

 

Nel suo romanzo precedente lei aveva fatto delle riflessioni molto profonde sulla scrittura. Qual è l'importanza della scrittura nella sua vita e come si è evoluto questo rapporto nel tempo?

È importante per me ricordare che tra il romanzo precedente e questo sono passati meno di sei anni, quindi un periodo abbastanza breve, troppo poco per me per fare un'analisi dei cambiamenti fra questi due libri: penso che solo il lettore possa fare dei confronti. Posso dire, però, che io mi pongo ancora molto il problema della scrittura, perché, tanto per fare un esempio, io ho scritto più romanzi che sono stati rifiutati dagli editori di quelli che sono poi stati pubblicati.

La domanda che mi faccio quindi è: conto qualcosa dal momento in cui ho pubblicato un romanzo, e la gente mi riconosce per strada, oppure ero già un autore da prima, anche se il mio romanzo era stato rifiutato? Rispetto a quell'uomo che passa per strada, e scrive da sempre, ma non è ancora riuscito a farsi pubblicare, sono più importante io o è più importante lui?

Consideriamo altri mestieri: se uno vuole diventare medico, pittore, o anche calciatore, deve seguire una formazione ben precisa, perché anche Zidane ha dovuto avere una preparazione tecnica per diventare allenatore, mentre non esiste nulla che certifichi il diventare autore.

La verità sul caso Harry Quebert è stato pubblicato nel momento in cui mi ponevo molte domande, perché avrei tanto voluto poter fare lo scrittore di professione, ma mi chiedevo se sarei stato in grado di mantenermi con questo lavoro. Il romanzo è stato un grande successo, e da lì in poi la scrittura è diventata effettivamente la mia professione.

La mia riflessione continua però con i libri successvi: in questo nuovo romanzo mi faccio ancora delle domande sul ruolo dei libri e della lettura oggi, parlo ad esempio dei giornali che non vengono più letti, della gente che non legge, ma è obnubilata dalla televisione e dai reality. Credo quindi che i miei libri siano tutti collegati tra loro da queste tematiche.

 

Come avviene il suo processo di scrittura? Ha uno schema nella testa oppure scrive passo dopo passo?

Io lavoro senza uno schema e per adesso questo è il mio modo di scrivere, anche se magari, in futuro, potrei cambiare. Per me uno schema precostituito costituisce un limite che mi fa essere meno libero. Voglio mantenere la libertà di scrivere quello che mi viene in mente, mentre uno schema mi farebbe andare solo in un'unica direzione. Penso che avrei sempre il timore di non avere abbastanza idee per portare a termine il mio romanzo, che potrebbe anche risultare un po' arido.

La libertà di scrivere per me corrisponde alla fiction, all'invenzione narrativa, perché io sto cercando di prendere le distanze rispetto al raccontare me stesso, come facevo all'inizio. C'è voluto del tempo per realizzare questo passaggio.

Ecco come ho scritto "La scomparsa di Stephanie Mailer". Intervista a Joël Dicker

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Se scrive senza uno schema, come fa a mentenere le fila di vicende tanto complesse, con tanti personaggi? E come mai predilige le storie parallele, con un interscambio continuo tra passato e presente?

Rischio meno di perdermi se non seguo uno schema, perché scopro il libro insieme al lettore, mentre lo scrivo. Immagino delle possibilità, delle evoluzioni, ma penso che se io riesco a raccapezzarmi nella storia, anche il lettore potrà leggerla senza perdersi.

Se avessi bisogno di schemi e appunti per ricordarmi a che punto sono della trama, immagino che il lettore si troverebbe in difficoltà ancora più di me.

Del resto, nella vita, ognuno di noi conosce centinaia di persone, se incontriamo qualcuno per strada la riconosciamo senza bisogno di avere una scheda, perciò in un libro accade la stessa cosa: la prima volta che compare un nuovo personaggio lo si presenta, dopo di che sappiamo cosa fa e chi è, per cui il lettore dovrebbe essere in grado di riconoscerlo quando ricompare nelle pagine successive.

Certo, quando finisco un libro e prima che venga pubblicato, mi chiedo se il lettore capirà la storia, ma per ora devo dire che i lettori francesi hanno capito il libro, non si sono smarriti tra i personaggi e hanno compreso che l'autore voleva correre dei rischi, mescolando tante cose.

 

Non utilizzando schemi, lei aveva già in mente tutta la storia, e soprattutto il suo finale, nel momento ni cui ha iniziato a scriverla?

No, perché se l'avessi conosciuta già tutta non avrei trovato interessante scriverla. É come quando ti raccontano la fine di un libro prima che tu l'abbia letto, così che finisci per non leggerlo. Iniziavo ogni giorno pensando "cosa succederà oggi?".

 

E quindi ha operato dei cambiamenti durante la stesura?

Sicuramente, è pieno di cambiamenti di rotta. A volte sono partito convinto che un personaggio dovesse compiere una certa azione, ma poi, scrivendo, mi sono reso conto che sarebbe stato meglio fargli fare una cosa del tutto diversa.

La bellezza di un libro è anche il fatto che puoi continuamente modificarlo fino alla pubblicazione.

Ecco come ho scritto "La scomparsa di Stephanie Mailer". Intervista a Joël Dicker

Che legami ha con i luoghi dove ha ambientato questo romanzo?

Conosco molto bene la costa orientale degli Stati Uniti, sono stato spesso nel Maine, dove è ambientato La verità sul caso Harry Quebert, mentre adesso frequento di più New York, dove invece si svolge il nuovo romanzo. In quei luoghi mi sento a mio agio, mi permettono di creare un'ambientazione che mi è familiare, ma al tempo stesso non è quella in cui vivo di solito, per cui si crea la giusta distanza tra me e quello che voglio raccontare. Non mi sentirei altrettanto libero se ambientassi i miei romanzi a Ginevra, dove abito, perché quello che inventerei sarebbe cancellato dalla realtà, non potrei modificare troppo quello che mi circonda.

 

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In un'intervista di qualche anno fa, aveva detto che quello che voleva ottenere scrivendo il suo primo romanzo era dare al lettore l'effetto di una puntata della serie televisiva Homeland, perciò volevo sapere se pensa di aver ottenuto questo effetto.

Negli ultimi anni le serie televisive hanno preso un posto molto importante nel tempo libero, ma non hanno inventato assolutamente nulla, perché quando pubblicavano a puntate i romanzi nei giornali era la stessa cosa. Non c'è però una suspence artificiale, non c'è nulla di magico, perché l'autore aggancia il lettore solo grazie alla sua voglia di raccontare. Pensate agli amici che parlano tanto che conosciamo tutti: ci sono quelli che non sopportiamo più di ascoltare e quelli, invece, che restiamo sempre ad ascoltare volentieri. Entrambi monopolizzano la conversazione, ma solo il secondo è accettato, perché il primo racconta solo se stesso, mentre l'altro condivide con noi qualcosa, una storia che verrà recepita positivamente da chi lo ascolta.

Il romanzo è importante per la sua condivisione: io do inizio al gioco, ma è il lettore che poi fa vivere il libro, condividendolo con la sua immaginazione.

 

Che rapporto ha con i social network?

Un rapporto positivo, perché trovo che i social siano un buon mezzo per andare a conquistare dei lettori, per entrare in contatto con loro, per discutere. Le persone mi scrivono, mi fanno delle domande e si crea uno scambio tra me e loro, anche se io non parlo mai della mia vita privata, ma solo del mio lavoro di scrittore.


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Per la prima foto, copyright: Patrick Tomasso.

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