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Ecco come e perché ho raccontato Costantino della Gherardesca. Intervista a Marco Cubeddu

Ecco come e perché ho raccontato Costantino della Gherardesca. Intervista a Marco CubedduDalla partecipazione a Pechino Express a biografo di Costantino della Gherardesca il passo è stato breve. E così Marco Cubeddu, caporedattore di «Nuovi Argomenti» e autore di libri come Con una bomba a mano sul cuore e Pornokiller (entrambi editi da Mondadori), si è ritrovato a scrivere L’ultimo anno della mia giovinezza (Mondadori), libro nel quale Costantino della Gherardesca racconta il passaggio dai trentanove ai quarant’anni.

Proprio della decisione di scrivere questo libro e delle modalità con cui è stato realizzato abbiamo parlato con Marco Cubeddu, approfittando dell’intervista che ha accettato di rilasciarci.

 

Da protagonista di Pechino Express a biografo di Costantino della Gherardesca. Qual è il vero legame tra le due esperienze? E non ci risponda solo “i bonifici”…

Il legame superficiale è che durante il nostro viaggio televisivo ho avuto modo di conoscere Costantino, e scriverne è stata una diretta conseguenza della mia deformazione professionale: il soggetto era perfetto per un romanzo, alla fine ne è nata la biografia di un vip meno biografia di un vip che credo si potesse scrivere.

Il legame profondo, invece, tra le due esperienze è che non potendo starmene in una casetta arroccata a scrivere per i fatti miei sparando con la spingarda caricata a sale su tutti gli incauti che osassero avvicinarsi al mio covo – da qui la questione dei bonifici insufficienti torna di bruciante attualità nei miei pensieri più puri – andare in televisione, scrivere biografie che non sono biografie, un po’ come fare reportage per i giornali che non sono mai reportage per i giornali, se vogliamo, sono tutti modi tragicamente legali per sopravvivere economicamente.

Poi, però, visto che se uno nella vita fa lo scrittore vuol dire che in media è inevitabilmente prima di ogni altra cosa uno scrittore, tutti questi obblighi o tentativi di far funzionare questa cosa di campare di scrittura che chiamiamo vita e che non è altro che un agonizzante e maldestro modo di consolarsi di fronte alla totale crudeltà della nostra miserabile esistenza, diventano occasioni per scrivere cose che non avremmo mai scritto, parte di un’idea tanto peregrina quanto inevitabile che è l’idea della propria Opera (nella testa, l’imbarazzante O maiuscola esplode a ogni pensiero come un aneurisma), o nel migliore dei casi un trattino nella propria voce su Wikipedia che strapperà un sorriso (tipo, “Vedi che anche Van Bock aveva bisogno di soldi!”) agli oscuri critici dell’oscuro futuro che ci aspetta.

 

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Ecco come e perché ho raccontato Costantino della Gherardesca. Intervista a Marco Cubeddu

Per quanto nel libro si sia ritagliato il ruolo di intervistatore, anche se un po’ sui generis, lei resta uno scrittore. Da questo punto di vista possiamo dire che quello di cui leggiamo e che vediamo esprimersi in prima persona è in realtà il suo Costantino della Gherardesca? Insomma in che misura ha reso Costantino un suo personaggio?

Possiamo e non possiamo. Perché in realtà per scrivere questo libro più o meno ho registrato solo cose vere, che ho visto fare, sentito dire, sentito raccontare, e le ho trascritte. Quindi direi che il personaggio di Costantino, Costantino se l’è scritto da solo. Però sono io che ho selezionato, tagliato, omesso, spostato, rimontato parti di vita e dialoghi, avvenimenti e episodi. Io che ho deciso quali idiosincrasie linguistiche mantenere, quali parti normalizzare per bilanciare l’effetto parlato con una scrittura più semplice e adatta a un pubblico che auspico più ampio di quello che in genere hanno avuto i miei romanzi, io che ho deciso quello che per me era importante e quello che non lo era della vita di un altro, stabilendo arbitrariamente cosa sarebbe diventato libro, e cosa no.

Costantino è venuto fuori per quello che è stato davanti ai miei occhi, mio personaggio, suo personaggio, è qualcosa – intendo la fedeltà alla realtà interiore di qualcuno –, qualcosa che per me ha senso domandarsi in letteratura solo se aggiunge ambiguità all’insieme di parole scelte da un autore per il suo libro. Poi questa confusione credo che ormai ci piaccia parecchio. Il readymade dell’arte contemporanea ha il suo contraltare letterario – tra istanze di urgenza e immediatezza, verità e finzione – nello storytelling su noi stessi che ci siamo abituati a praticare sui social network, nel reality che sono diventate le nostre vite, nella forma narrativa più rappresentativa del nostro presente: l’autofiction. È tutta questione di voyerismo, per chi legge e per chi scrive.

 

Raccontare l’ultimo anno di giovinezza di un personaggio televisivo significa fare i conti con una matassa di identità un po’ ingarbugliata perché c’è il Costantino-personaggio, il Costantino-percepito dal pubblico che confonde uomo e personaggio, c’è il Costantino-uomo, il Costantino-personaggio del libro… Com’è riuscito a sbrogliare tutta questa matassa?

Non ci sono riuscito. Non so se perché ho dovuto fare i conti col fatto di non esserci riuscito e ora faccio come la volpe con l’uva, o se perché, come preferisco credere, non ci abbia provato perché non avrebbe avuto senso tentare di sbrogliarla.

La realtà è, di per sé, insbrogliabile. Figuriamoci se sia possibile sbrogliarla con la scrittura. Ci sono temi su cui non si può realmente scrivere senza tentare di sbrogliare l’insbrogliabile, perché scriverne bene equivale a scriverne il più possibile avvicinandosi alla verità profonda delle cose che determinano la nostra vita (la Terra che ruota intorno al Sole, i vaccini che sono importanti e chi sfrutta l’arretratezza della gente per fare campagne antivacciniste è, fondamentalmente, un criminale contro l’umanità, le guerre civili…). Ma ce ne sono altri, tipo gli esseri umani presi nella loro individualità con le loro paturnie, che no, non presuppongono sia la lucidità a farla da padrona, e abbandonarsi al mistero che le cose siano tutto e il contrario di tutto, felicemente insbrogliabili, è l’unica cosa da fare per uno scrittore che voglia fare lo scrittore e non il cronista.

 

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Il libro è una biografia romanzata, un’autobiografia in forma d’intervista o un romanzo vero e proprio? E perché?

Non ne ho la più pallida idea. Mi piace pensare sia tutto insieme, comunque è nato così, ambiguo e indefinibile, prima che agli altri, a me stesso. Il perché credo sia semplice: nessuno riesce (o dovrebbe riuscire) a essere fino in fondo diverso da quello che è. Il problema è capire chi si è, e questo ha tanto a che fare col chi si vuole diventare tanto con quello che si è stati finora.

Io più o meno credo di aver capito che sono attualmente uno scrittore in crisi, e che non posso che produrre libri che scaturiscano da questa crisi e cercare di scriverli al meglio delle mie capacità attuali tenendo conto che l’unica cosa che ha senso fare srivendo di futilità è farle essere il più belle che si può.

Ecco come e perché ho raccontato Costantino della Gherardesca. Intervista a Marco Cubeddu

Dal punto di vista narrativo, un tale esperimento cosa le ha insegnato sulla scrittura?

Cha la razionalità conta fino a un certo punto, poi scrivere ha a che fare molto più col sentire che col pensare. È valso anche in un caso come questo, in cui il mio libro, alla fine, non è mio, quindi nonostante la disorganizzazione resti un mio problema professionale (e mentale) irrisolto, credo vada bene così, mi piace lasciare alla suggestione la parte principale del lavoro, anche se l’attesa di qualcosa che comunque è ispirazione, anche quando non è ispirazione, è decisamente snervante e di rado rende capaci di dormire il sonno del Giusto.

 

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Una confidenza: con questo lavoro, ha raccolto altro materiale utile a un romanzo ispirato all’esperienza di Pechino Express?

Ne ho cominciati diversi. L’ultimo, poche ore fa. Proprio poche ore fa, superate le ansie mattutine, ho pensato che avrei potuto finire (leggi: cominciare) il nuovo romanzo in pochi giorni, rimontando in una chiave diversa il materiale buono già scritto in questi anni e impiantandolo sulla nuova trama del momento. Poi ho pranzato, e ora credo che dovrei trovarmi un lavoro vero, possibilmente su un mercantile, o su una piattaforma petrolifera, e non scrivere una parola per i lustri a venire. Alla prossima occasione potrei avere una dozzina di romanzi che rubino dall’esperienza di Pechino, oppure nessuno. Il fatto che il pensarci mi faccia venire voglia di un drink mi fa sentire tanto banale quanto irrimediabilmente fottuto. Andrò a cercare un cargo disposto a trattare le condizioni di un mio imbarco immediato. Spero solo parta il prima possibile.


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