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È utile per uno scrittore occuparsi di politica? Dialogo tra Benedetto Croce e Corrado Alvaro

È utile per uno scrittore occuparsi di politica? Dialogo tra Benedetto Croce e Corrado AlvaroNel settembre del 1944 Corrado Alvaro si trova a Napoli dove è stato chiamato per dirigere un giornale liberare. Qui ha modo di entrare in contatto con Benedetto Croce che nel mese di settembre dello stesso anno si recherà ad incontrare a Sorrento.

A raccontarlo è lo stesso Alvaro che, in Quasi una vita, racconta di memorie edita da Bompiani nel 1951 e che gli valse il Premio Strega, riporta l’incontro e il dialogo avuto su Croce sul tema della monarchia e della politica.

 

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Ed è proprio dal primo argomento che parte il breve resoconto di Alvaro che inizia con una punta di ironia:

A Sorrento. Vado da Benedetto Croce che mi ha invitato a sentire da lui su quali basi politiche si possa fare il giornale liberale di Napoli per cui sono stato officiato. Mi ricorda la visita al Fanàr, al Patriarca di Costantinopoli. Croce manda via bruscamente una delle sue figlie la quale aveva tentato di assistere al colloquio.

Metto avanti la questione del giorno più scottante, la Monarchia. Croce mi risponde che non c’è da preoccuparsene, poiché, dice, essa è rappresentata da tali cretini, che finirà col crollare da sé. Io penso invece che sia l’intoppo maggiore per la ripresa italiana e per il riscatto dell’Italia meridionale in cui ho finito col credere che la Monarchia abbia ribadito la vita feudale per mantenersi una riserva di fedeli, arretratissimi coi problemi della convivenza moderna. Croce mi pare scosso, e io rincalzo ricordandogli come egli sia stato il primo a formulare l’accusa contro la monarchia. Mi risponde: «Ma non vorrete mica la repubblica di Gronchi!»

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Come è suo solito, inclina poi all’aneddoto. Mi domanda come si porta il Luogotenente di Roma. Gli dico che è il rifugio di tutto l’ambiente meno fido. Se ne duole, e ricorda che proprio in questa stanza il Luogotenente gli aveva dato assicurazioni di circondarsi bene. «Anzi», dice Croce e qui viene fuori il suo carattere di scrittore, «anzi, quando venne mi parlò di certi documenti storici, ciò che per me era di un estremo interesse, e dovetti farmi forza per non ascoltarlo e per dirgli invece il mio pensiero sulla situazione senza divagare. Gli dissi che egli non aveva ancora fatto nulla per farsi distinguere dal popolo italiano». Poi, a un certo punto, dicendogli che ho molto da lavorare, egli mi domanda con indulgenza: «State facendo qualche altro romanzo?»

 

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La conversazione tra Croce e Alvaro procede poi sul tema della politica, o meglio su quanto sia utile per uno scrittore dedicarsi alla politica attiva:

Croce mi parlò, a Sorrento, anche della sua esperienza di uomo politico.

Ho avuto l’impressione che egli abbia lasciato la politica attiva anche perché ha capito che altro è teorizzare, altro praticare. Osservandogli io che non volevo distrarmi dal mio lavoro letterario per la politica, egli mi ricordò il tempo in cui fu ministro dell’Istruzione. Dice che si torna al proprio lavoro più freschi e più pronti, che non si perde il proprio tempo ma si fa esperienza.

 

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È utile per uno scrittore occuparsi di politica? Dialogo tra Benedetto Croce e Corrado Alvaro

E proprio dalla sua esperienza politica proviene l’aneddoto di Croce con cui Alvaro chiude l’inserto dei suoi diari dedicato a quest’incontro:

Mi raccontava pure d’una seduta di un Consiglio dei ministri dopo la liberazione. Un ministro andava in giro con un foglietto su cui scriveva e cancellava nomi, e chiedendo: «Ce lo mettiamo, non ce lo mettiamo?» Quando questi arrivò a dire a Casati che Bonomi lo voleva ministro della Guerra, Croce fissò Casati, il quale sotto quello sguardo rispose di sì. Terminata la seduta, Croce, manifestò a Casati la sua meraviglia dell’incarico che assumeva. Casati rispose che aveva accettato perché vedeva quegli sguardi di Croce su di lui. «Ma io ti guardavo sbalordito di quello che stavi facendo,» rispose Croce.


Per la prima foto, copyright: rawpixel.com.

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