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"E tu splendi", quando si diventa adulti. Intervista a Giuseppe Catozzella

"E tu splendi", quando si diventa adulti. Intervista a Giuseppe CatozzellaEsce oggi per Feltrinelli E tu splendi di Giuseppe Catozzella, scrittore milanese di origini lucane, i cui precedenti romanzi Non dirmi che hai paura(Feltrinelli, 2014) e Il grande futuro (Feltrinelli, 2016) lo hanno imposto all'attenzione di pubblico e critica come autore sensibile a tematiche di stretta attualità: il dramma dei migranti nel primo, la radicalizzazione islamica nel secondo.

Protagonista di E tu splendi, il cui titolo nasce da una celebre frase di Pier Paolo Pasolini, è Pietro, un ragazzino di origine lucana che vive con la famiglia in un quartiere periferico di Milano. La madre è scomparsa e il padre decide di mandare Pietro e la sorella Nina a trascorrere le vacanze dai nonni ad Arigliana, paesino arroccato sulle montagne della Basilicata. L'estate è sinonimo di libertà, di scorribande con gli amici che si ritrovano ogni anno, di feste paesane, ma anche di contatto con una realtà povera e senza speranze, da cui quasi tutti cercano di fuggire. L'arrivo di una famiglia di migranti, sbarcata chissà dove e avventuratasi fino alle montagne, getta nello sconcerto gli abitanti del paese, generando per lo più sentimenti di paura e di rifiuto, ma c'è pure chi vede in loro una possibile risorsa.

Abbiamo letto il romanzo in anteprima e intervistato Giuseppe Catozzella nel corso di un incontro organizzato nella sede Feltrinelli a Milano.

 

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Per cominciare, cosa ci può dire di E tu splendi?

Questo è il mio quinto romanzo, ma è probabilmente la Storia che avrei voluto scrivere da sempre. Se ho impiegato tanto è stato perché per me è difficile prenderne le distanze. Io sono nato a Milano ma ho origini lucane, i miei genitori sono emigrati e mi sono sempre sentito in qualche modo straniero a casa mia, che è una sensazione non sempre bella, anche se può esserti pure utile. Il tema dell'altro, dell'estraneo, del nemico che ti trovi a casa è un tema che sento moltissimo, su cui penso che tornerò ancora in futuro.

Se ci pensate, non c'è un momento della storia recente, dal dopoguerra a oggi, in cui questo tema sia stato così attuale: i migranti, i nemici che arrivano da lontano.

I miei ultimi tre libri girano tutti attorno a questo tema gigantesco, sia pure da punti di vista diversi. Perché gli stranieri ci fanno così paura? Perché in molti stati europei si è tornati a costruire muri?

Per me la questione è semplice e insieme profondissima: lo straniero ti fa ricordare che sei straniero anche tu. Tutti siamo stranieri e migranti, frutto di una catena ininterrotta di migrazioni. Del resto, anche l'anno scorso sono emigrati all'estero più italiani di quanti stranieri siano arrivati da noi: questa cosa però la rimuoviamo, perché ne proviamo vergogna.

"E tu splendi", quando si diventa adulti. Intervista a Giuseppe Catozzella

Ultimamente mi è capitato di leggere diversi romanzi tutti ambientati in estate, tutti con protagonisti adolescenti, tutti diversissimi tra loro. Quanto c'è della sua adolescenza nel protagonista? E come gli ha dato la voce particolare che ha?

Non so quanto ci sia precisamente di me in Pietro, quello che c'è di sicuro è tutta la mia esperienza personale in quei luoghi e in quei paesaggi, perché ci andavo d'estate da bambino. Quanto alla voce di Pietro, non so, onestamente, da dove mi sia venuta. Tra l'altro, nelle prime stesure parlava in un modo diverso, tanto che poi ho riscritto tutto.

Scrivendo esce a volte una parte di noi di cui non capiamo l'origine, ma so che questa voce mi piaceva moltissimo. Questo credo sia il libro che mi sono divertito di più a scrivere. Per il non uso dei congiuntivi da parte di Pietro, posso dire che mia madre, che faceva l'insegnante, quando l'ha letto è inorridita, ma il personaggio è venuto così.

Riguardo all'estate, sono curioso di questa coincidenza, ma personalmente era da tanto che volevo scrivere un romanzo ambientato in questa stagione.

 

Pietro, a un certo punto, sente di essere diventato improvvisamente adulto. E a lei quando è successo? E quando ha deciso di diventare scrittore?

Non saprei, ma ci sono tappe importanti per tutti. Forse sceglierei la scoperta del sesso.

Ero invece piccolissimo quando mi sono messo a scrivere le prime poesie, a cui tenevo moltissimo. Un giorno ne ho fatta leggere una a mia madre, ma il suo commento è stato "non si capisce niente", non che fosse bella o brutta.

Questo però mi ha fatto capire che ci sono due tipi di scrittura: quella che può anche non essere letta da nessuno e quella invece che pretende di essere letta, e che deve essere capita. A volte si confondono complessità e involuzione con la grandezza, mentre la mia è, all'opposto, una ricerca di chiarezza. Ho impiegato tanto tempo a scrivere questo libro: anche se vorrei che sembrasse scritto in modo naturale, dietro c'è un grande lavoro.

 

«La paura è una bugia», scrive nel romanzo. È davvero così?

Sì, sempre. Le cose che fanno paura sono quelle che teniamo a distanza, che ci rifiutiamo di comprendere. Interi settori campano sulle bugie, a partire dalla politica, e dai sistemi di comunicazione. Tutti s'inventano frottole per vendere, generando spesso paura.

Tutti i movimenti politici che si stanno affermando nel mondo vinto facendo leva sulla paura, dalla Brexit a Trump, alle destre francesi. Si creano mostri e ci si propone come risolutori.

"E tu splendi", quando si diventa adulti. Intervista a Giuseppe Catozzella

C'era una sua volontà precisa di dire qualcosa proprio adesso scrivendo questo libro? Cosa vede nel rifiuto di accettare una società multiculturale?

Ci vedo appunto la costruzione di una grande bugia, che si rafforza quanto più è potente la voce che la esprime. La creazione dello straniero come mostro, con tutte le conseguenze, è un discorso molto potente: telvisione, giornali, social lo alimentano ogni giorno.

È una bugia perché le migrazioni non si possono fermare: sono persone che scappano da guerre o soffrono la privazione di tutto. Solo chi ha deciso di non usare il proprio cervello può credere alla possibilità di erigere muri.

Gli uomini si sono sempre mossi e si muoveranno sempre. Siamo vivi perché siamo frutto di incroci e scambi avvenuti nel corso dei secoli, che ci hanno rafforzato. Il nostro DNA è forte proprio perché si è sviluppato attraverso una catena sterminata di persone che sono sopravvissute spostandosi da un luogo all'altro.

Per me l'unico spazio di libertà di pensiero e di approfondimento che abbiamo sono i libri. State poco sui social, guardate poca televisione ma leggete, come dico sempre ai ragazzi delle scuole. I libri ci aprono la mente e ci aiutano a capire chi siamo.

 

L'arte e la letteratura sono una missione? L'arte per l'arte è un'altra bugia?

Tutti i miei libri sono il risultato di un tentativo folle e personale di cambiare in qualche modo il mondo. Sapete quanta fatica ci vuole a scrivere un libro? È un demone, un'ossessione dentro cui si vive per mesi, coltivando la propria solitudine. Se non fossi convinto di poter cambiare un pochino il mondo, io non li scriverei. L'arte quando accade è bellezza, ma a che serve l'arte che non ti cambia niente?

 

A proposito del suo mestiere di scrittore, l'ha sentito come una vocazione allora?

Sono fortunato perché la scrittura è diventata il mio mestiere. Mettersi a scrivere un libro nel 2018, quando la gente si concentra al massimo su un tweet, è una cosa che puoi fare solo se scrivere è la tua vita. La scrittura è un modo in cui nasci, inspiegabile a chiunque, e proprio non ti molla.

 

Secondo lei gli scrittori della nuova generazione potrebbero essere penalizzati dalla presenza in rete, venire distratti da troppi stimoli e rischiare di dare meno ascolto al loro demone interiore?

Siamo in una fase antropologica che non ha eguali. Negli ultimi deici anni siamo cambiati come esseri umani molto più che nei millenni precedenti. Facciamo dieci cose insieme, ma tutte in maniera superficiale. La nostra soglia d'attenzione è ridicola rispetto al passato.

Nel momento ni cui a tutti noi accade di trovarci con noi stessi dobbiamo andare in profondità, ma la nostra epoca va in direzione contraria. Anche la scrittura letteraria sta cambiando, i romanzi non sono più scritti come vent'anni fa e del resto ci sono mille altri modi di raccontare storie.

Mi rendo conto però di come tutto questo mondo sempre più veloce abbia effetto anche su di me. Mi sento anch'io più frenetico e questo si ripercuote sulla scrittura, perciò sono molto curioso di vedere come andrà la letteratura.

"E tu splendi", quando si diventa adulti. Intervista a Giuseppe Catozzella

Pietro vive quella fase della vita in cui la concezione del tempo è ancora diversa, in cui un'estate dura dieci minuti e un pomeriggio dieci anni, quando l'infanzia ci fa giocare in un cortile trasformandolo in un altro mondo. Questa non è una risposta proprio a un mondo che va sempre più veloce?

Se c'è una cosa che ho capito a quarant'anni è che la mia direzione è un'altra, assomiglia a quella di un tempo più umano, e probabilmente questo si è concretizzato nel romanzo. Cerco di farmi fregare il meno possibile e di restare il più possibile fedele a me stesso, seguendo il ritmo di vita che vuole la mia anima. Ho bisogno di sapere e capire quello che sto facendo.

Recentemente sono stato invitato a un incontro al Ministero degli Esteri a Roma, con duemila ragazzi a cui ho detto "siccome sono più grande di voi, mi permetto di augurarvi questo, che diciate sempre quello che fate e facciate sempre quello che dite", ed è quello che intendo dire anche adesso: conta la concordanza tra quello che fai e quello che sei.

 

Visto che il tema del libro è questa enorme guerra tra poveri, secondo lei come se ne esce? E sapendo che si trova spesso a contatto con i giovani nelle scuole, qual è la percezione di di questo problema nelle ultime generazioni?

Dipende veramente molto dalla zona geografica. Sono andato nelle scuole dappertutto, dal Trentino alla Sicilia, e avverto moltissimo le differenze.

In generale, sono convinto che c'è un abisso tra la disposizione che ha un ragazzo di aprirsi al mondo rispetto a quella di un adulto, ed è per questo che mi piace che i miei libri vengano letti nelle scuole. Noi adulti siamo ormai induriti come i nostri corpi: i ragazzi hanno ancora una grande apertura, ma io li vedo soprattutto spaventati, indipendentemente da dove vivano, riguardo al loro futuro. Non sanno se lasciare l'Italia o rimanere. Queste paure e questa fragilità sono molto manipolabili.

 

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Qual è oggi il suo rapporto con la Basilicata?

Un rapporto d'amore. Ci torno raramente, spesso solo per lavoro. Adesso sono curiosissimo di sapere come verrà accolto là questo romanzo, però il mio oggi è il rapporto che si può avere con la terra archetipica. Sono i mattoni del mio immaginario, della mia simbologia personale. Magari un giorno aprirò una masseria in Basilicata, un rifugio per scrittori e artisti.

 

Poco fa ha detto che il mondo letterario è cambiato molto negli ultimi dieci anni. È cambiato anche il rapporto con i lettori?

Sì, per me è molto meglio oggi. Ricevo stimoli dalle persone, lettere, pensieri, riflessioni suscitati dai miei libri nei lettori di tutto il mondo, questo mi arricchisce e mi piace moltissimo, tranne che nei periodi in cui scrivo, quando cerco di sparire dalla rete per concentrarmi.


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Per la prima foto, copyright: Elijah Henderson.

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