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E se l’uomo inventasse gli animali?

E se l’uomo inventasse gli animali?L’invenzione degli animali, il nuovo romanzo di Paolo Zardi, esce per Chiarelettere ed è una lettura intensa e profonda che lascia il segno, che stimola la riflessione e spinge a pensare che è libero, o liberato, non colui che vive il presente, bensì colui che intuisce il futuro attraverso le coordinate del presente. Sono liberi i visionari. E sono sempre loro a instradare le altre due categorie: chi vive proiettato nel passato e chi vive incagliato nel presente. È questa la scrittura di Paolo Zardi: una via per vederci chiaro, per liberare la propria mente.

In un futuro prossimo, alla Ki-Kowy si investe nelle menti brillanti, nella cultura, anzi si fa profitto grazie alla cultura e si cerca di ottenere ciò che l’umanità sta cercando da millenni: la vita eterna.

Con uno stile asciutto, Zardi dà vita a un’indagine che coinvolge la dimensione della coscienza umana, della responsabilità morale dell’individuo, delle relazioni tra genetica e mente in un mondo in cui è l’economia a delineare i criteri dell’etica e della cultura.

 

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L’invenzione degli animali, un titolo particolare, può dirci qualcosa in merito?

Come spesso mi succede, il titolo arriva tardi; di quello originale, rimangono tracce qua e là: ancora adesso la cartella del mio pc che contiene il file del libro si chiama La coscienza emersa.

L’invenzione degli animali è la naturale conseguenza dell’invito che Dio rivolge ad Adamo ed Eva nel paradiso terrestre, e che viene registrato nella Genesi: «riempite la terra, soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra».Una volta che sono state dominate tutte le specie viventi, non resta altro da fare che crearne di nuove, piegando ai propri scopi le regole definite da quattro miliardi di evoluzione genetica.

D’altra parte, due tratti distintivi dell’homo sapienssono la capacità di inventare e il piacere di farlo. Negli ultimi due secoli e mezzo, e più precisamente dall’invenzione della macchina a vapore di Watt in poi, abbiamo iniziato a maturare la convinzione, per certi versi pericolosa, che l’uomo possa trasformare a proprio piacimento il mondo circostante; e che quando questo non è possibile nel presente, be’, è solo questione di tempo e poi un modo lo si troverà.

E sebbene negli ultimi vent’anni questa fiducia illimitata nel progresso abbia subito qualche battuta d’arresto, continuiamo comunque a credere che, con un sufficiente impegno, sarà possibile, prima o poi, trovare una fonte alternativa ai combustibili fossili, curare il cancro, andare su Marte o avere telefoni con fotocamere da un gigapixel; raramente, però, riusciamo a scorgere, dietro questa convinzione, i pericoli che da sempre si accompagnano alla hybris.

Se possiamo farlo, dice uno dei personaggi del libro citando (e travisando) Kant, allora dobbiamo farlo: a mio parere, questa l’essenza dell’uomo, nel bene e nel male. Se possiamo inventare dei nuovi animali, cosa ci dovrebbe trattenerci dal farlo, in un mondo che ha rinunciato a mettere l’etica al centro del suo agire?

E se l’uomo inventasse gli animali?

Troviamo i protagonisti a lavorare per Ki-Kowy: che cos’è? E cosa rappresenta?

Nell’inventare la Ki-Kowy ho preso in prestito alcune delle caratteristiche delle quattro aziende più influenti del mondo, indicate tutte insieme con l’acronimo GAFA, e cioè Google, Apple, Facebook, Amazon. Come spiega, con toni allarmati, Laurent Alexander nel suo saggio La guerra delle intelligenze, uscito per EDT l’anno scorso, il livello di sviluppo tecnologico raggiunto da queste aziende è ormai insuperabile, il che le pone in una situazione di dominio in settori specifici, quali la raccolta di informazioni private su miliardi di persone, l’elaborazione di gigantesche moli di dati, l’intelligenza artificiale; nel nostro futuro le decisioni prese da queste aziende avranno impatti reali su come evolveranno le idee, su quali stradi prenderà la politica – ne abbiamo un esempio clamoroso nell’utilizzo delle informazioni private degli utenti nelle campagne elettorali degli ultimi anni. Tutto questo non è un male in sé; diventa pericoloso solo nel momento in cui la politica, per interesse o incapacità culturale, non è in grado di gestire questa evoluzione e ricondurla all’interno di un progetto che tuteli realmente le necessità dei cittadini.

La Ki-Kowy rappresenta l’ambizione dominatrice dell’economia: nella sua visione, le nazioni, la democrazia, la redistribuzione della ricchezza, sono ostacoli alla piena realizzazione della propria missione, che è quella di produrre utili trasformando il mondo e rendendolo un posto migliore – che è quanto viene affermato, abbastanza esplicitamente, negli statuti fondativi di Google e Facebook (qualche mese fa si è parlato molto della cancellazione delle pagine di Casa Pound da parte di Facebook, e ci si è domandati se era corretto che un’azienda potesse prendere questo genere di decisioni). Il motivo per il quale le dittature, nonostante il loro orrore, riescono a convincere un numero così alto di persone a sostenerle, riscuotendo un consenso schiacciante nei periodi storici nei quali il futuro appare incerto e pericoloso, risiede in una convinzione tragicamente diffusa: rinunciando a taluni diritti è possibile procedere più speditamente verso la soluzione dei problemi. La Ki-Kowy è dunque il neoliberismo portato alle sue più lucide conseguenze: l’economia che prevale sulla politica, e che riduce l’etica a strumento di marketing.

 

Lo spirito con cui si muove Ki-Kovy è quello di cambiare il paradigma: cos’hanno capito quelli della Ki-Kovy, visto il grande interesse manifestato nei confronti delle menti brillanti?

In un’intervista uscita di recente, Carrére spiegava come il romanzo divorasse tutto: con Flaubert si era preso la poesia, con Joyce la psicanalisi, con Thomas Mann il saggio e – ma questo lo dico io –l’autobiografia con Carrére.

Credo che considerazioni analoghe, ma su scala ancora più ampia, debbano essere fatte per l’economia. Qualche settimana fa, in un centro commerciale dove stavo facendo la spesa, c’era della musica di sottofondo che, com’è noto, aiuta a spendere; tendendo un po’ l’orecchio, ho capito che si trattava di una versione lounge di Perfect day di Lou Reed. Una ventina di anni fa, all’Auchan di Vimodrone, ho comprato Vita nei boschi di Thoreau, prendendolo da un’enorme cesta di libri venduti al chilo: accanto c’era una bilancia con un unico tasto – allora, se non ricordo male, spesi millecinquecento lire. Fuori, nel parcheggio, erano stati tirati, dalla sommità di un pilone in cemento, dei fili elettrici con delle lampadine luminose: eravamo ai primi di dicembre e quello era il loro albero di Natale. Ogni cosa, dunque, che sia una canzone che esprime una critica totale verso il nostro modo di vivere, o una festa pagana, una religione, una cultura, i simboli di un movimento di protesta, vengono assorbiti, neutralizzati e quindi venduti, o utilizzati per sostenere i propri obiettivi. In una delle più famose pubblicità degli anni Ottanta, quella del Macintosh della Apple, venivano riprese le atmosfere di 1984 per sostenere che questo nuovo personal computer era lo strumento di liberazione da un’immaginaria dittatura – con il senno di poi, potremmo dire, invece, che era chiaro fin dall’inizio quale fosse la segreta aspirazione di Steve Jobs.

Allo stesso modo, dunque, la Ki-Kowy tenta di assorbire la sapienza millenaria dell’Occidente per raggiungere i propri risultati; ha capito – e questo è indubbiamente un merito – che la cultura è un motore in grado di produrre ricchezza. La determinazione nella ricerca del cambio di paradigma le deriva dalla lettura, credo attenta, de La struttura delle rivoluzioni scientifiche di Thomas Kuhn: il progresso scientifico (e quindi economico), secondo la Ki-Kowy, non avviene attraverso l’accumularsi di conoscenze, ma attraverso un’alternanza tra scienza “normale” e “rivoluzioni scientifiche” le quali, invece di concentrarsi sul fornire risposte a vecchie domande, ne formulano di totalmente nuove.

Che la cultura e la conoscenza siano le basi della ricchezza lo hanno capito anche le GAFA, mentre, pare, non riescono a capirlo i politici che devono prendere decisioni per il futuro. In alcune presentazioni del libro, è stato fatto notare che questa meritocrazia così accentuata è l’unico tratto realmente fantascientifico di questo romanzo.

 

Oltre a voler cambiare il paradigma, alla Ki-Kovy si persegue anche un certo ideale di vita. Ne parla Kapoor… Di cosa si tratta?

In uno dei primi capitoli del libro, viene organizzata un’enorme e sontuosa cena aziendale a casa di Kapoor, che viene presentato in questo modo: «seduto su un divano, sotto un quadro che aveva tutta l'aria di essere un Pollock originale, vestito con una camicia bianca ampia come un saio, i pantaloni di canapa grezza, i piedi nudi, i capelli lunghi e neri e lucidi, una decina di chili di troppo, sudato, vorace, fragoroso nelle sue risate, il naso aquilino, le borse sotto gli occhi scuri, una faccia da indiano in senso lato – un misto tra Toro Seduto e Nehru Gandhi, ma più giovane – ecco il numero uno in Europa, il braccio destro di Moreau, il suo piede sinistro, metà del suo sistema nervoso, uno dei due testicoli, un buon terzo delle sue circonvoluzioni cerebrali, la voce nelle riunioni più animate, il pugno quando serviva...»

Kapoor è l’espressione più pura dello spirito della Ki-Kowy – l’esecutore più spregiudicato, il braccio armato, il volenteroso carnefice. Mentre chiacchiera con i due protagonisti, Patrick e Lucia, rivela loro il vero obiettivo finale dell’azienda per la quale lavorano: la vita eterna. Dice così: «È un progetto ambizioso, non lo nego. D'altra parte, cosa potremmo chiedere, ancora? Possiamo fare qualsiasi cosa, adesso, ma il tempo per farlo è rimasto lo stesso di quando vivevamo nelle capanne e non c'era tutta questa tecnologia, tutti questi cosi per spostarsi, tutti questi posti da vedere. Ne abbiamo sempre troppo poco, sei d'accordo? Ti metti a fare una cosa, ti distrai un attimo, e poi ti guardi allo specchio e hai settant'anni.»

Ma per quanto fantascientifico possa sembrare questo progetto, non è una mia invenzione: è uno degli obiettivi che Google e Facebook si sono posti. Sergey Brin, uno dei due fondatori di Google, assieme a Larry Page, non ne fa mistero. Trovare il Sacro Graal, la fonte della vita eterna: da quanto tempo lo sogniamo? Ed esiste forse ambizione più grande? Le dimensioni di queste aziende e le competenze che hanno acquisito in questi anni consentono, per la prima volta nella storia dell’umanità, di dire “presto vivremo in eterno” senza che questa sia considerata una follia.

E se l’uomo inventasse gli animali?

Sebbene non ci si trovi in uno scenario post-apocalittico, la realtà descritta ci catapulta comunque in un post-qualcosa, o prossimi a un post-. Cosa rimane del vecchio mondo in questo nuovo mondo descritto da L’invenzione degli animali?

Quando ero alle elementari, la mia maestra, Noemi, accompagnava le lezioni di storia con la lettura di un libro nel quale era raccontata la vita della gente comune, mentre sullo sfondo accadevano i grandi eventi. Di recente, invece, a distanza di più di quarant’anni da quelle mattine passate a scuola, ho ripreso a leggere Tacito, Orazio e Ovidio, e la cosa che mi colpisce di più, da queste letture, è che in questi duemila anni, gli esseri umani non sono cambiati poi molto. Fanno le stesse cose da un sacco di tempo. In una delle prime pagine dell’Ars amandi, Ovidio racconta come va corteggiata una donna allo stadio: l’intera scena potrebbe essere trasferita ai giorni nostri, senza modificare nulla, ed essere perfettamente credibile.

Perciò, cosa rimane del vecchio mondo, del Novecento, delle grandi narrazioni onnicomprensive del marxismo e della psicologia di Freud, della rivoluzione scientifica della meccanica quantistica, dell’ascesa e del crollo dei totalitarismi, di quel particolare modo di organizzare le società? Niente di specifico, e tutto allo stesso tempo. La storia si fa concreta secondo percorsi accidentati e casuali. Le vite delle persone sono travolte o innalzate da scelte delle quali nessuno è realmente consapevole. Ma all’interno di questo enorme alveo nel quale scorre il tempo, tutto sembra avvenire secondo le medesime regole: le passioni, le paure, il desiderio e l’ambizione sono la sostanza di cui si compongono i nostri giorni. Io non sono interessato a immaginare il futuro in sé: mi piace, invece, pensare all’effetto che un mondo diverso da quello in cui viviamo può produrre su un essere umano che mi assomiglia – in questo caso, Lucia Franti, la giovane scienziata che viene posta di fronte a un dilemma etico.

 

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Un’analogia mi ha molto colpita. Dice: c’è una connessione tra il marito violento con la moglie e un’azienda che ti chiude come in un cerchio con vincoli contrattuali. In che modo si collegano e si rispecchiano queste due facce di una stessa medaglia, ovvero la società?

L’analogia mette insieme due dei temi che affronto in quasi tutto quello che scrivo, e cioè i legami famigliari e il rapporto tra essere umano e società nella quale vive. Qualsiasi struttura, anche la più elementare, è contemporaneamente spazio di crescita, convivenza civile, strumento di protezione e luogo di detenzione coatta: a ben pensarci, una prigione e un condominio hanno molti punti in comune e si distinguono per gli scopi sottesi, e per le modalità con le quali vengono distribuite le chiavi a chi ci vive dentro.

L’invenzione geniale che sta dietro le chiese gotiche sta nel riconoscere, in una costruzione, la presenza di spinte distruttive e di sfruttarle a proprio beneficio per innalzarsi verso il cielo. Anche in una società, qualsiasi sia la sua forma o il suo scopo, esistono forze opposte: forze centrifughe, forze centripete, forze prevaricatrici e forze che tengono insieme. I novelli sposi, dopo aver pronunciato il fatidico “sì”, si baciano, e intanto con una mano libera firmano un contratto di diritto civile che riassume diritti e doveri: entrambi sanno che l’amore che li sta unendo, quella passione incontenibile, è un fucile carico sempre pronto a sparare.

Le vite degli esseri umani si muovono, per gran parte del tempo, lungo noiose, rassicuranti, e sostenibili, linee di equilibrio, e come essere umano, tendo a vedere soprattutto le cose che funzionano, in una relazione, famigliare, politica o aziendale che sia, ma l’oggetto della scrittura è quasi sempre la crepa, il punto di rottura, il momento in cui la struttura evidenzia il proprio lato oscuro: in questo senso, la poesia di Montale Forse un mattino rappresenta la definizione più chiara degli obiettivi che dovrebbe avere sempre la scrittura – «io me n'andrò zitto/tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto».


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Per la prima foto, copyright: Brett Jordan su Unsplash.

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