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E se il Diavolo decidesse di sparire? Intervista a Lorenzo Vargas

E se il Diavolo decidesse di sparire? Intervista a Lorenzo VargasA due anni dalla partecipazione a Masterpiece, il talent per aspiranti scrittori andato in onda su Rai3, e dalla pubblicazione di Pierre non esiste, il suo primo romanzo edito da Bompiani, Lorenzo Vargas torna in libreria con Una più del Diavolo.

Edito da Las Vegas Editori, il romanzo prende l’avvio da una situazione molto particolare: la scomparsa del Diavolo. A investigare sul caso e con l’obiettivo di ritrovarlo è chiamato Giovanni Archei, personaggio singolarissimo che dell’eroe ha davvero molto poco. Il tutto condito con una certa dose di ironia che rende lieve e piacevole la lettura.

Del romanzo e delle sue idee di fondo abbiamo parlato con Lorenzo Vargas nell’intervista che ci ha gentilmente rilasciato.

 

Il romanzo è incentrato sulla scomparsa del Diavolo e sulla difficoltà (quasi impossibilità) a ritrovarlo. Ma perché è così indispensabile la sua presenza?

Quando si lavora con fonti da accumulo, prive di qualsivoglia pretesa sistematica (guardiamo la religione, gli apparati mitologici, o la cartografia di Napoli) c’è sempre bisogno di mettere un po’ d’ordine. Per questo, per esempio, la fiction moderna sulla mitologia Norrena è sempre più epica di quella tramandata da Snorri, dove gli Asi sono in sostanza un gruppo di ultràs perennemente ubriachi con l’hobby di attaccarsi lo scroto alla barba delle capre (lo fa Loki, per la cronaca).

La narrativa invece ha bisogno di maggiore sistematicità, che nella religione cristiana manca, a cominciare proprio da quell’eterna lotta tra Dio e Satana. Stando alle fonti, Dio non può perdere e questo narrativamente è una stupidaggine. Quindi tocca all’autore fare opera di restauro, per non snaturare in maniera eccessiva l’originale e finire con una roba tipo Angel Sanctuary (Kaori Yuki).

Il restauro, in questo caso, parte da tre punti.

Il primo è il significato del nome Satana: l’Avversario. Il Diavolo in sé non è intrinsecamente malvagio perché il suo nome non lo indica, e i nomi, in ambito mitologico, sono fin troppo importanti. È una forza di opposizione, il punk per eccellenza, l’incarnazione del Whatever it is, we’re against it dei fratelli Marx (e a proposito, un Satana irreprensibilmente punk lo troviamo in God is dead, di Hickman/Costa).

 

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Il secondo punto è la filosofia. Sant’Agostino e Kant, per motivi diversi, descrivono Dio come la summa di tutti gli attributi positivi manifesti al massimo grado (LA Mary Sue). Il nostro Satana, quindi, per relazione, in quanto Avversario, dovrà coprire tutto il resto dello spettro. Dall’Antico Testamento, inoltre, abbiamo notizia di un Dio quantomeno nervosetto, il che implica che non è sempre stato il pezzo di pane cosmico, tramandato dai Vangeli. Con una piccola forzatura quindi ho deciso per un Dio completo pre-Caduta (l’originale Alfa e Omega) e dopo la Caduta (col subentrare quindi di un avversario) un Dio di luce, epurato da ogni Male.

Tutto questo pippone per dire che il Diavolo è compensazione, divisione dei poteri e razionalizzazione di un sistema che non si è mai preoccupato di rimanere coerente. È uno che fa solo il suo lavoro, in un disegno più grande, vittima a sua volta, come il Giuda di Leonid Andreev.

 

E se il Diavolo decidesse di sparire? Intervista a Lorenzo Vargas

A ritrovarlo è chiamato Giovanni Archei, un eroe che poi non è proprio tale, almeno stando ai parametri tradizionali. Come mai ha scelto un personaggio così poco eroico per una missione che risulta determinante per l’umanità?

Perché di eroi ne abbiamo avuti abbastanza. La letteratura (specie fantasy) offre due paradigmi. Il primo è il predestinato, quello coi superpoteri, o in generale un netto vantaggio sulla popolazione comune, che lo rende adatto al proprio compito. È lo schema adottato nel fumetto supereroistico, che lo ha mutuato a sua volta dal mito.

Il secondo paradigma è quello dell’uomo comune che trova in sé la forza per compiere grandi gesta. È una figura più moderna, tipo il Sam del Signore degli Anelli o il protagonista di un qualsiasi romanzo Young Adult, ed è da questa che parte Giovanni Archei.

Mettetevi nei panni dell’eroe-uomo comune. Razionalmente quanto è probabile che una persona qualunque, messa di fronte all’orrore di una guerra, o a un’ordalia sovrumana sia preparato ad affrontarla?

Come per la domanda precedente, anche Archei è una razionalizzazione. È l’unico, vero tentativo di immedesimazione in una storia di eroismo fantasy: un eroe che non riesce nemmeno a tenere ordinata la propria stanza, il cui più grande problema è trovare una rima per una canzone, si trova a dover salvare il mondo.

Mi sembra ben più normale che abbia una crisi isterica.

 

Per Una più del Diavolo e per una storia potenzialmente drammatica per l’umanità ha scelto l’ironia, a volte tagliente e dissacrante. Nella lotta tra Bene e Male, quale posto occupa l’ironia?

Tutto. C’è solo l’ironia. Altrimenti uno si ammazza.

Una più del Diavolo è un romanzo di risposta. Archei risponde agli eroi perfetti del genere; la rielaborazione religiosa risponde a un bisogno di razionalità. Il registro ridicolo è il fallo di reazione su una certa retorica che descrive guerre e crisi come tempi bigi e oscuri, dove tutti sono seriosi e paralizzati in una smorfia di dolore, ripresa in filtro blu. Certo, la guerra è orribile, i disastri naturali sono un’occorrenza spaventosa, ma il punto dell’essere umano è che si abitua. Il sorriso è un mezzo di sopravvivenza, un modo di combattere il dolore.

Un campo di battaglia realistico è quello di Full Metal Jacket, con Palla di Lardo che si spara in bocca, ma anche col soldato Joker che non riesce a restare serio. La lotta tra il Bene ed il Male (scritta con le maiuscole) è un’espressione contingente di un bipolarismo più generico, è il Noi VS Loro di cui non ci si riesce ancora a liberare.

L’ironia, invece, inerisce la vita.

Per quanto riguarda la stupidità che pare permeare Angeli e Demoni, così come chiunque altro, è il riflesso di una mia perplessità personale. Sono, questi, tempi di complottismo e di presunti grandi burattinai che agiscono nell’ombra, ma ho come l’impressione che, in realtà, tutte le trame ordite alle nostre spalle (ammesso che esistano) siano singoli fili che, tirati nel momento sbagliato, si siano ingarbugliati. Tutti eserciti senza comandante, agitati da un piano che improvvisano un po’ come viene.

È tutto più assurdo di come ce lo figuriamo e forse, se fossimo fuori dall’occhio del cyclone, ne rideremmo anche noi.

 

E se il Diavolo decidesse di sparire? Intervista a Lorenzo Vargas

Oltre al Paradiso e all’Inferno, Napoli, Roma e Las Vegas sono i tre luoghi intorno ai quali si snoda la vicenda. Perché la scelta di città tra loro così diverse?

Napoli l’ho scelta perché vi sono particolarmente legato. Tolti i miei genitori il resto della mia famiglia è tutta lì e io soffro un po’ la sindrome del migrante, nonostante non ci abbia mai vissuto veramente. Inoltre ci sono anche alcune ragioni di raccordo con il vecchio romanzo. Il resto delle location è per ovviare, sebbene nel piccolo, a quella che chiamo la sindrome di Tokyo. Ognuno ambienta l’arrivo degli alieni nel proprio luogo di nascita, perché lo conosce meglio. Gli Angeli di Evangelion attaccano sempre Neo Tokyo III, gli alieni di Indipendence Day se la prendono con DC. La carrellata di spettatori preoccupati davanti a un televisore non basta a colmare le ripercussioni di eventi del genere.

Per questo abbiamo il capitolo ambientato a Las Vegas, quello a Roma, o la breve storia di Joe McGoodandall. Nell’occasione di un cataclisma c’è un mondo fuori e mi sembrava giusto prenderne atto.

 

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Il suo esordio narrativo è avvenuto con Pierre non esiste, subito dopo la partecipazione a Masterpiece. A distanza di due anni cosa conserva di quell’esperienza? E cosa invece ritiene di poter tranquillamente archiviare?

Mah, a distanza di anni, la mia idea su Masterpiece è rimasta sostanzialmente la stessa: un’ottima occasione sprecata. Mi sono già dilungato a riguardo in precedenti interviste. Mi è servito a esordire in condizioni assolutamente impensabili e di questo sono contento. Inoltre gli addetti ai lavori non si sono rivelati prevenuti come tutti li hanno accusati di essere e ai concorrenti non mi risulta sia rimasto alcuno stigma.

Avrei evitato, forse, esordire in maniera così strana, così in grande e così in piccolo insieme, senza praticamente essere seguito, nel mezzo del caos editoriale della vendita a Mondadori.

Diciamo che tutta la faccenda di Masterpiece, all’infuori di ciò che si è accennato in un recente articolo di VICE, si è risolta come quelle storie alla be careful what you wish for. Ho avuto ciò che desideravo, ma ho pagato un prezzo, nemmeno troppo alto. Fosse per me Masterpiece, con un po’ più di criterio, sarebbe da rifare.

 

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Da Bompiani a Las Vegas Editore: com’è stato il passaggio a un editore più piccolo? Quali differenze ha riscontrato?

Per la verità sono scappato urlando.

La dimensione del grande editore è legata a una profonda rigidità. Sì, i mezzi saranno anche maggiori (l’anticipo, per esempio, sigh), ma vengono impiegati sempre nelle stesse cose. Il dialogo, inoltre, è quasi inesistente, specie se si è nella mia condizione. L’ufficio stampa di Bompiani mi ha dedicato sì e no tre ore e se non mi fossi eretto a incubo di tutta la casa editrice me ne sarei uscito dal tour di Pierre non Esiste con a malapena due presentazioni e una cinquantina di copie vendute. Non è del tutto colpa loro. Alle case editrici grandi ci si arriva, non si comincia.

In un certo senso a quelle dimensioni, l’autore è quasi un dipendente.

Con Las Vegas, invece, pur nella palese differenza di mezzi, mi ritrovo con una maggiore libertà. C’è ancora dialogo. Il libro è curato in concerto e non si ha l’impressione di lanciare il testo in un apparato digerente dai metodi misteriosi. Le idee arrivano da entrambe le parti: per esempio mi hanno lasciato fare una pagina di contenuti extra per il romanzo; hanno assecondato (e partecipato nella diffusione) dei vari disegni usati per preparare i personaggi; mi hanno invitato a fare piccoli video promozionali. Il tutto dandomi una mano nell’intero processo.

Per non parlare dell’ufficio stampa, che ringrazio ogni singolo secondo del ciclo vitale di questo libro. Io vi giuro, mi sono girato cinque minuti e mi ha proposto quattro presentazioni. Stiamo parlando di una sola persona che fa tutto il lavoro.

Se la carriera letteraria andrà avanti probabilmente dovrò muovermi di nuovo verso strutture più grandi (se non altro, per mangiare), ma potendo scegliere preferisco di gran lunga una dimensione come quella di Las Vegas. Ci si sente decisamente meno in un romanzo di Kafka.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori e scrittrici.

Per la prima foto, Il sogno di Tartini, illustrazione di Louis-Léopold Boilly

Per la terza foto, la fonte è qui.

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