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E se Borges non fosse mai esistito? Intervista a Francesca Fiorletta

E se Borges non fosse mai esistito? Intervista a Francesca FiorlettaÈ arrivato da poco nelle librerie Borges non è mai esistito (L’Erudita), romanzo di Francesca Fiorletta che racconta di una storia d’amore tra un professore universitario e una sua studentessa, della precarietà lavorativa che investe inevitabilmente anche la vita personale, del tempo che spesso sembra passare troppo in fretta… E vi starete chiedendo cosa c’entra Borges in tutto questo.

Ne abbiamo parlato direttamente con Francesca Fiorletta che ha risposto ad alcune nostre domande.

 

Cominciamo dal titolo: perché Borges non è mai esistito?

Piccola curiosità: il titolo così particolare nasce dal genio del mio editore, Antonio Sunseri, e della redazione de L’Erudita. E questo forse può spiegare anche un altro dubbio che spesso mi trovo a chiarire, e cioè se Borges sia o meno una sorta di pretesto. In realtà non lo è affatto, semplicemente è un carattere dominante che è emerso molto spontaneamente nel genotipo del romanzo, a lettura ultimata. Sulla sua “esistenza” o meno, lascerei invece la parola ai lettori, se avranno voglia di leggere il libro.

 

Cosa rappresenta Borges per lei?

Per me ha sempre rappresentato la contraddizione: Borges è lo stesso autore che costruisce un immaginario pazzesco di demoni e labirinti, e che contestualmente ti mette a disposizione il libretto d’istruzioni per poterli sconfiggere, e uscire (quasi) illeso dal ginepraio. La sua intera opera è un mix ben congegnato di follia assoluta e stringente razionalità. E trovo che la contraddizione, nella scrittura come nella vita, sia sempre molto stimolante.

 

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Il libro è insieme tante cose, tra queste c’è anche la precarietà di Anna, soprattutto nel lavoro. Cosa significa oggi per una giovane donna attraversare la precarietà?

Significa essere pronta a cambiare anche spesso vita, oltre che lavoro. Significa lottare ogni giorno per non deprimersi ma provare anche a cogliere gli aspetti positivi, se ce ne sono, di questa continua evoluzione; e non piangersi semplicemente addosso per le pasture della crisi economica, ma inventare il proprio futuro in piena autonomia, senza dover per forza dipendere dalle molte mancanze dello Stato e dalle politiche di governo che ad oggi mi sembrano, almeno in questo, tendenzialmente fallimentari.

 

Uno dei capitoli è intitolato Il tempo invecchia in fretta, riprendendo un libro di Tabucchi. Perché per Anna il tempo invecchia in fretta?

Forse invecchia in fretta e forse invece resta eternamente giovane. Anna ha un rapporto molto viscerale col tempo, con l’avvicendarsi delle stagioni e con lo scorrere degli anni. Vive tutto con estrema partecipazione, fisica quanto emotiva, e perciò anche i ricordi sembrano dilatarsi, farsi persone in carne e ossa, e le risulta sempre più difficile riuscire a distinguerli dalla quotidianità che invece vive nel presente. Il suo reale tentativo, anticipato da uno dei due esergo del libro, quello di Philip Roth, è proprio di imparare a “lasciar andare”: le ossessioni, gli atti mancati, il tempo.

 

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In Borges non è mai esistito c’è anche la storia d’amore tra Lucio, il professore di letteratura sudamericana, e la giovane Anna. L’amore può lenire la sensazione di precarietà oppure è un ulteriore elemento che la rafforza?

Ah dipende, sicuramente c’è del vero in entrambe le prospettive; credo però che l’amore, oltre al bruciante tormento, che è visione anche molto letteraria, conservi alla fine più influssi positivi che negativi. Mi piace pensare all’amore come alla parte construens (o a una delle parti construens) della vita di un individuo, quindi mi concentrerei sul suo potere lenitivo, quantomeno rispetto alle ansie e alle angosce che il precariato si porta dietro. Non è forse vero che ci sposiamo e facciamo figli anche un po’ per sconfiggere la fugacità dei giorni?

E se Borges non fosse mai esistito? Intervista a Francesca Fiorletta

Anche nel suo precedente libro, More uxorio, al centro della narrazione c’era un personaggio femminile, Nadja. È nella rappresentazione delle donne la vera sfida della letteratura e della società contemporanee?

Non so se sia la vera sfida, so certamente che la trovo un’esperienza molto interessante, sia da scrittrice che da lettrice. Raccontare le donne e guardare il mondo dal loro punto di vista è un passaggio quasi obbligato, per me, mi viene automatico, probabilmente perché mi piace parlare solo di ciò che conosco intimamente, profondamente. Anche nella lettura, forse non lo faccio sempre o in modo del tutto consapevole, ma sono avida di storie di donne, magari scritte da penne diversissime come quelle di Margaret Atwood e di Alessandra Sarchi, per citare solo due degli esempi più cari che hanno illuminato il mio 2017. La società, invece, secondo me ha ancora tanto, troppo da lavorare anche solo per potersi avvicinare al concerto di sfida. Basta guardare agli ultimissimi fatti di cronaca, all’hashtag #quellavoltache lanciato in rete da Giulia Blasi, che raccoglie migliaia di testimonianze di donne abusate in vari modi. Non credo, purtroppo, che la società sia sufficientemente “matura” in questo senso.

 

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Vorrei chiudere di nuovo con Borges: nel suo labirinto è più facile smarrirsi o ritrovarsi?

Beh, lapalissianamente direi che occorre prima smarrirsi per poi potersi ritrovare. Borges in questo è maestro, e - come ho detto su - sa fornirti gli strumenti necessari per entrambe le evenienze. Spero, nel mio piccolo, che anche il mio romanzo sia un piccolo labirinto di ricordi in cui smarrire l’oggi per ricongiungersi forse al vero sé.


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