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È possibile promuovere il patrimonio culturale senza svilirlo? Intervista a Marina Valensise

È possibile promuovere il patrimonio culturale senza svilirlo? Intervista a Marina ValensiseMarina Valensise ha saputo nel giro di pochi anni rivoluzionare l’idea di promozione culturale vigente all’interno dell’Istituto italiano di cultura, che dirige in quel di Parigi. E i principi giuda della sua missione sembrano essere riconducibili tutti a una lotta all’incuria e all’inconsapevolezza della potenza culturale che l’Italia si trova a possedere e di cui sembra mostrarsi quasi indegna.

Un’incuria contro cui la Valensise ha parole esplicitamente dure e che di certo si collegano in modo diretto al titolo del saggio con cui è da poco in libreria per i tipi di Marsilio: La cultura è come la marmellata. Promuovere  il patrimonio italiano con le imprese.

Non sorprenda il titolo, definire la cultura “come la marmellata” non significa sminuirla ma è un richiamo al maggio del Sessantotto quando sui muri della Sorbona apparve la scritta: La culture est comme la confiture, moins on en a, plus on l’étale [La cultura è come la marmellata, meno ne hai e più la spalmi, o più la metti in mostra].

Se ad averne poca si rischia di perdersi nei meandri di un’eccessiva promozione, a vivere circondati da un enorme patrimonio culturale il rischio è di perderlo quasi di vista, diventandone appunto inconsapevoli. E proprio da qui siamo partiti per la nostra chiacchierata con Marina Valensise.

 

Lei definisce l’Italia «una grande potenza culturale inconsapevole». Quali sono i rischi di quest’inconsapevolezza?

Il rischio principale è l'incuria. Trascurare lo straordinario patrimonio di cui siamo eredi; e non capire che costituisce l'humus invidiabile di tanti artisti, artigiani, industriali e imprenditori, che ogni giorno combattono per promuovere il prodotto italiano nel mondo.

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E a proposito di incuria, da cosa dipende? È solo, come sostengono molti, la nostra idiosincrasia per la manutenzione, oppure ci sono altre ragioni di quest’atteggiamento?

La disattenzione nasce dall'indifferenza e l'indifferenza è frutto dell'incultura, dell'insensibilità, e cresce nell'ignavia e nella deresponsabilizzazione pubblica e privata.

 

Arriviamo a un altro tasto dolente: il personale pubblico che si occupa di cultura e promozione culturale. Ricordo con un sorriso amaro la figura della «bocconiana», a cui lei propone una possibilità di crescita professionale ma che in risposta «ha uno scatto, come un cavallo bizzoso davanti all’ostacolo, e si mette per una settimana in malattia». Cosa sfugge nel processo di reclutamento pubblico? Basta un adeguato percorso formativo preliminare, oppure ci sono altre strade da affiancare a questo?

Oltre a reclutare i migliori, sarebbe utile tenerli in allenamento costante, evitare di demotivarli, pungolarli e stimolarli con premi e incentivi. Il che implicherebbe anche l'adozione di un sistema di sanzioni e punizioni per i non meritevoli e gli ignavi.

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Un concetto colpisce, quando racconta le varie iniziative concretizzate in Francia per il tramite dell’Istituto, quello di «mecenatismo di competenze». In concreto di cosa si tratta e perché può essere una delle soluzioni?

Lungi dall'essere considerate come semplici mucche da mungere, le imprese intervengono attivamente nel processo di valorizzazione, associandosi a pieno titolo con le istituzioni, entro vincoli precisi e con condizioni chiare, e forniscono non danari, ma prodotti di qualità. In questo modo si mette in atto una sinergia virtuosa, dove entrambe le parti trovano il loro interesse e la loro soddisfazione. Lo stato si affida alle imprese per compiti che non può assolvere da solo, le imprese si affidano allo stato per una missione che nessun privato può dare a se stesso: rappresentare il tricolore mettendo le proprie competenze a servizio dell'interesse nazionale.

 

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L’espressione chiave nel volume, così come del suo operato, è «collaborazione tra pubblico e privato». In Italia, quando si parla di queste forme di partenariato, si storce il naso, pensando sempre ad ambiguità ai limiti della legge, o comunque della moralità. Come si fa a rendere virtuoso quello che sembra un circolo vizioso?

Bisogna superare la reciproca diffidenza e il doppio ostacolo che rischia di vanificare gli sforzi comuni: e cioè da un lato il sospetto che spesso paralizza la pubblica amministrazione nei confronti della proposta lanciata da un privato; dall’altro, l’eccesso di autoreferenza da parte del privato, che rischia di straripare rispetto all’interesse pubblico e alla naturale visione d’insieme dell’amministrazione.

Bisogna superare lo stallo che contrappone i fautori del mercato e della libertà di impresa ai custodi dell’ortodossia.

I primi non sognerebbero altro che di privatizzare il patrimonio nazionale, incuranti del concetto di demanio pubblico, e quando elargiscono nobili contributi per restaurare qualche monumento, s’ostinano a dichiararsi mecenati, il che presupporrebbe la gratuità del gesto, mentre in senso tecnico sono solo sponsor, visto che se ne appropriano subito a fini di lucro; i secondi, invece, continuano a ritenersi le severe vestali del patrimonio pubblico, considerato solo come un bene inalienabile e indisponibile, anche se nei fatti questo corre il rischio irreversibile di consumarsi ed estinguersi per carenza di alimentazione.

 

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Sveliamo l’arcano del titolo: «La cultura è come la marmellata, meno ne hai, più la metti inmostra». Anche averne troppa ha i suoi bei rischi, non crede?

L’Italia non ha bisogno di mettere in mostra la cultura o di farne sfoggio, perché ne possiede in eccesso. La cultura, infatti, in Italia è dappertutto, come aveva capito Stendhal che ai primi dell’Ottocento si divertiva a constatare come i milanesi non leggessero libri. Bastava la conversazione, tutt’al più l'opera e il teatro, spiegava da patito del teatro alla Scala.... ma non è un motivo per autoindulgere a cattive abitudini e perdere di vista quello che resta uno dei compiti primari della vita pubblica.

 

È possibile promuovere il patrimonio culturale senza svilirlo? Intervista a Marina Valensise

Chiudiamo con una nota di frivolezza. Com’è accolta la cultura italiana in Francia? Lei di certo conoscerà il luogo comune degli italiani sui francesi…

Personalmente cerco di superare i luoghi comuni, anche se conosco la famosa battuta di Jean Cocteau sui francesi che sono italiani di cattivo umore. La verità è che i francesi adorano l'Italia e la cultura italiana, sognano di vivere a Venezia, in Toscana, di viaggiare in Calabria e in Sicilia. E se non possono partire, viaggiano attraverso i sapori. Sedendosi a tavola, nutrono il desiderio di accostarsi al paese dell’arte, del bello, del gusto.

Magari mangiano la pasta scotta, non la condiscono nemmeno, ma quando assaggiano uno spaghetto al pomodoro e basilico, o un cacio e pepe fatto a regola d’arte, sono pronti a replicarlo in proprio. Il fatto è che da anni la dieta quotidiana dei francesi ha integrato carboidrati, aceto balsamico, olio extravergine d’oliva pressato a freddo, e la burrata, mentre pana cotta e tiramisu sono ormai una presenza fissa nei menu francesi. Non c’è casa, non c’è ristorante, non c’è bistrot, e non parliamo dei film o degli spot pubblicitari, che non tengano conto di questa conversione al gusto italiano. È per questo che fra i vari corsi di lingua abbiamo lanciato un corso applicato alla cucina, mantenendo il principio dell'offerta. Il che grazie alla cucina offerta da Modulnova, e attrezzata da Smeg, Bitossi Home, Bialetti, i Fratelli Gessaroli e la Irinox, ci ha consentito di aumentare del 40 per cento il pubblico dei frequentatori dell'Istituto e quasi di raddoppiare la dotazione pubblica con entrate proprie.

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