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È l’Italia del futuro tra robot e asteroidi in “Finis mundi” di Gianluca Barbera

Gianluca Barbera, Finis mundiCi sono robot e asteroidi in arrivo sulla Terra tra gli ingredienti di Finis mundi, romanzo di Gianluca Barbera ambientato nell’Italia del futuro, precisamente nel 2036.

Edito da Gallucci Editore, racconta la storia del giornalista Marco Salieri, che commette un omicidio mentre si dirige a casa di amici. Senza pensarci due volte, occulta il cadavere nel bagagliaio dell’auto e dopo aver assunto il Sirenill, si rimette al volante. Lo attende una cena nella villa di Tomas, fratello della vittima.

Proprio quella sera, però, un gigantesco asteroide potrebbe entrare in rotta di collisione con la Terra. Durante la festa e nell’attesa della possibile collisione, gli ospiti si cimenteranno con un gioco di società noto come Simposio 2.0, una sorta di riedizione del banchetto platonico, però in chiave apocalittica, i cui concorrenti, scienziati e bizzarri studiosi, si sfidano con un monologo, in un macabro mix di ironia e humour nero. E sarà il momento della resa dei conti definitiva. Marco Salieri non si ferma e prova a portare avanti il suo piano criminale da attuare prima dell’apocalisse.

In Finis mundi, che presenta una scrittura puntuale, serrata e avvincente, non mancano personaggi stralunati, robot affetti da disturbi del linguaggio, un potente telescopio in grado di capire i segreti dell’Universo e fantastici viaggi nel rarefatto spazio della mente: insomma, un nuovo scenario si cui si affaccia la fine del mondo che potrebbe non essere come viene sempre immaginata.

Si sa, l’Apocalisse è uno scenario molto attraente per narratori e in questo caso Barbera ha tentato un esperimento abbastanza insolito, fondendo insieme la cultura classica, il thriller, la fantascienza e la scienza.

Gianluca Barbera, direttore editoriale di Barbare editore, è autore di saggi, come Il dittatore utopista (dedicato alla figura di Gheddafi) e Julian Assange: l'uomo che fa tremare il mondo, e di articoli per il «Corriere della Sera» e «Il Giornale». Finis mundi segna il suo esorio come romanziere.

 

Da dove ha tratto ispirazione per questo romanzo?

Da dieci anni di intense letture filosofiche e innumerevoli taccuini fittamente riempiti di riflessioni; dalla volontà di scrivere alcuni monologhi su temi chiave quali la morte, il divino, la giustizia, il tempo; e infine dall’idea di mettere in scena una commedia umana popolata di personaggi costretti ad agire in condizioni estreme, da resa dei conti finale.

 

Quali sono le ragioni dell’interesse che ancora suscita la fantascienza? E qual è l’obiettivo che si è prefisso di raggiungere con Finis mundi; prevedere scenari futuri o capire meglio il presente?

La fantascienza non mi interessa granché, se non per le possibilità che offre di immaginare qualunque cosa e produrre esperimenti sociali e umani per così dire “in vitro”. Crei un mondo nuovo, ci inserisci degli esseri umani e vedi cosa succede. Con Finis mundi mi sono prefisso la ricerca della verità. Che cosa è la verità? Per un cristiano la verità è Dio. Per me consiste nell’affrontare ogni cosa sorretti da uno spirito di verità. Ciò che conta è il cammino, non la meta.

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Gianluca BarberaQuali sono i suoi riferimenti per questo genere? E lei che genere di lettore si considera?

Le influenze sono abbastanza evidenti: Don Delillo (in particolare La stella di Ratner), Thomas Pynchon, Guido Morselli (Disspatio HG) e il film di Lars Von Trier Melancholia. Oltre al Simposio di Platone e alle Operette morali di Leopardi. Cosa leggo? Soprattutto filosofia. Su dieci romanzi che comincio, otto li mollo per noia. Però quando mi imbatto in un grande romanzo, beh... non c’è esperienza più grandiosa. Quando qualcuno mi domanda perché scrivo, sono solito rispondere: non per i soldi, non per il successo, ma per fare arte. E se mi si domanda chi è veramente Gianluca Barbera, non posso che rispondere: uno scrittore. Scrivere per me non è un mestiere, ma un fatto di identità. Chi era Socrate? Un filosofo. Chi sono io: uno scrittore.

 

Nel romanzo ci sono molti riferimenti alla spiritualità, a Dio e alla metafisica: come è riuscito a conciliare tutto questo con gli elementi di fantascienza e del thriller?

Il romanzo si muove su differenti livelli. Innanzitutto, quello narrativo. Una cena con tanto di delitto, furto e rapina in villa, durante la quale i personaggi raccontano storie in attesa del passaggio ravvicinato di un gigantesco asteroide che potrebbe porre fine alla vita sul pianeta così come la conosciamo. Ma al vertice del romanzo sta un orizzonte metafisico-generale che permea tutta l'opera trovando una esplicitazione in alcuni passaggi chiave nei quali si afferma che «finché ci sarà spazio per l'uomo, continuerà a essercene per dio. E viceversa […] Dietro il dio, l'uomo. Dio è l'uomo. E quell'uomo sono io». Il secondo livello, quello morale, è riconducibile alla possibilità che, se la fine del mondo è alle porte, tutto diventi consentito. Ossia: date certe condizioni, la morale decade. Il terzo trova riscontro nell’idea che se vogliamo conservare la nostra identità non dobbiamo rivelare tutto di noi. Perché «è ciò che nessuno sa di noi che ci permette di essere ciò che siamo».

 

La sua scrittura è pregna e densa di riferimenti, forse un po' impegnativa per il lettore medio: qual è il suo metodo per coinvolgerlo?

Primo, il ricorso all’ironia, al divertissment. Quando qualcuno definisce “Finis mundi” un romanzo filosofico, io subito ribatto: no, è una parodia del genere. La vena ironica è la colonna vertebrale del libro, anche se a volte la si coglie solo in filigrana. L'ironia e l'autoironia sono un modo anche per prendere le distanze da tutto ciò che racconto e dico. Non si sa mai. E se le mie ipotesi non fossero altro che un cumulo di sciocchezze? Ecco dunque che l'ironia funge un po' da polizza assicurativa o da elemento scaramantico contro la tentazione di prendersi troppo sul serio.

Secondo, lo sviluppo di una narrazione che proceda attraverso un crescendo di tensione e di fatti che potrebbero, da un momento all'altro, far prendere al romanzo una direzione tragica o inquietante. Il tentativo è quello di suscitare nel lettore, attraverso il giusto dosaggio della suspense, l'impulso irresistibile ad andare avanti.

Terzo, la ricerca del piacere estetico, che cerco di generare attraverso la cura e la bellezza della lingua, la brillantezza dei pensieri.


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