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È il tempo di tutti noi: i nuovi eroi secondo Oscar di Montigny

È il tempo di tutti noi: i nuovi eroi secondo Oscar di MontignyIntervista a cura di Sara Minervini e Gerardo Perrotta

Il viaggio dell’eroe è ormai diventato un concetto talmente diffuso da essere, per paradosso, distorto nel suo vero significato. Cos’è il viaggio dell’eroe? Cosa intende metaforizzare? Chi è l’eroe, fuori dal mito e dalle leggende? Chi sa davvero rispondere a questi quesiti senza cadere in stereotipi e cliché? E allora, di che cosa parliamo quando parliamo de Il tempo dei nuovi eroi?

Oscar di Montigny, manager esperto di marketing e comunicazione, ideatore e fondatore della Corporate University, nel libro appena edito da Mondadori, non offre certezze ma una densa riflessione critica. E lo fa attingendo agli incontri significativi che hanno accompagnato il suo percorso di uomo (Tara Gandhi, il Dalai Lama, Lech Wałesa, Gorbacëv, Patch Adams), ma soprattutto al colloquio con sé stesso, uno scavo nell’intimità, nella relazione con il sé che non precede quella con l’altro ma intercede per essa.

Principi alla base di una ricerca più grande, impossibile come i sogni, ma «Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni» (W. Shakespeare) cita in apertura della sua biografia. E, sicuramente, non è una citazione scelta a caso. Perché se siamo capaci di sognare, sognare una civiltà etica, fondata sulla responsabilità, su una condivisione orientata al bene, anche dalla solitudine, intesa come momento supremo di conoscenza del sé, possono scaturire la capacità e la forza di essere eroi, i nuovi eroi, non edonistici ma autentici.

Da queste premesse è nata questa intensa intervista.

 

La dedica del libro è abbastanza singolare: «a tutte le persone per-Bene». Cosa significa essere per-Bene oggi e chi sono le persone per-Bene?

Essere una persona per-Bene deve essere inteso come un vantaggio, ma non un vantaggio solo per sé stessi, bensì un vantaggio che includa anche gli altri, la collettività che ci contiene tutti. Si riesce a essere per-Bene solo se si vive orientati non verso di sé, ma verso gli altri e l’insieme.

 

Esistono anche persone per-Male? E cosa le contraddistingue?

No. Secondo me le persone per-Male sono persone per-Bene ma mal-orientate, o per meglio dire dis-orientate. Non credo che l’uomo sia malvagio per natura, credo piuttosto che, se non è educato al concetto di Bene, rischia di perseguire come obiettivo il solo vantaggio per sé stesso, e questo, giocando con le parole, sarebbe appunto per-Male. Ovviamente, per educazione al Bene, non si intende un’educazione nell’accezione canonica del termine, non riguarda la conoscenza o meno delle buone maniere; è un concetto legato proprio all’etimologia della parola ex-ducere, tirare fuori. Credo che ogni uomo sia buono dentro, quindi se si sa tirare fuori la sua parte benevola, allora è naturalmente per-Bene; se non è così, allora è innaturalmente non per-Bene.

È il tempo di tutti noi: i nuovi eroi secondo Oscar di Montigny

Lei crede molto nel potere della parola, al punto di scrivere che «la parola mi è subito apparsa come una forma vivente» e di citare l’incipit del Vangelo di Giovanni. In che modo quest’importanza della parola e, dunque, del parlare si concilia con la solitudine che pure lei considera un valore?

Perché nella solitudine parli con te stesso, per cui anche stare in ascolto di sé stessi è parlare, un colloquio durante il quale si plasma il proprio mondo interiore. Al contempo, parlando con sé stessi s’indaga nel profondo e, nel colloquio con sé stessi probabilmente, o comunque auspicabilmente, si scopre qualcosa di nuovo, per cui la parola è l’arte più nobile che abbiamo per plasmare il pensiero e le emozioni. E il silenzio, il parlare con sé stessi, è funzionale proprio a questo.

 

Condivisione è uno dei due valori (l’altro è la reciprocità) sul quale vuole fondare il suo rapporto con il lettore. Perché, secondo lei, pur usando molto il verbo “condividere” con riferimento alla realtà dei social media, ne abbiamo perso un po’ il senso autentico che è un possedere insieme, partecipare insieme, offrire del proprio ad altri? Nel senso che siamo quasi più inclini a condividere la nostra vita sui social piuttosto che a renderci partecipi dell’altro…

Esatto. Infatti sui social non condividiamo niente. Imponiamo noi stessi a un ipotetico o addirittura fantasmico interlocutore. Non stiamo condividendo nulla perché quest’altro non c’è. È un mondo fittizio, è la community, la piattaforma. Quindi, si sta un po’ stravolgendo il concetto originario di condivisione, di dividere con qualcuno qualcosa. In realtà, io sto buttando nell’etere me stesso con l’auspicio o l’illusione che qualcuno attinga queste informazioni, noti le mie tracce. È come quando si cammina sulla sabbia e si lasciano le proprie impronte: quel cammino non è condivisione, così come il semplice vedere, da parte dell’altro, quelle tracce non implica la condivisione di uno stesso percorso.

La vera condivisione, una condivisione orientata, dovrebbe avere uno scopo. Nel digitale tutto questo è illusorio. Forse il termine è stato mutuato dal linguaggio già esistente ed è apparso il più adatto all’azione del post su Facebook che però, per quanto mi riguarda, non ha nulla a che vedere con il significato originale. 

Da qui scaturisce anche il tema della solitudine, perché adesso il digitale ci illude di non essere soli ma è una grande falsità. Soprattutto perché la solitudine, quando consapevole, è un momento bellissimo, un momento di riflessione. La gente la rifugge perché, chiaramente, si attiva tutto un linguaggio interiore, ti manifesti per quello che sei con te stesso, e quindi preferiamo illuderci di condividere chissà cosa con chissà chi, e questo sta alimentando, a mio parere, una forma di solitudine più profonda e soprattutto più inconsapevole: prima, quando eri solo te ne accorgevi; adesso non te ne accorgi neanche. Ci si perde il bello della solitudine illudendosi del contrario.

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Uno dei temi centrali del viaggio che vuole intraprendere insieme al lettore è quello della “responsabilità” rispetto alla quale lamenta l’esistenza di un sistema che ci spingerebbe verso la passività e la deresponsabilizzazione. In tutto questo, però, non ritiene possa esistere anche una sorta di complicità del singolo che è sempre più portato a ritenere altri responsabili di ciò che accade, chiamandosi così fuori da ogni possibilità di azione?

Assolutamente sì. Infatti la non assunzione di responsabilità coincide con la irresponsabilità. Poi se c’è consapevolezza c’è anche complicità. Ma il più delle volte non c’è, per cui non so se si possa davvero parlare di complicità. Magari le persone decidessero consapevolmente di essere complici. Purtroppo le persone lo fanno inconsapevolmente, e il grande rischio che corre la nostra civiltà in questo momento è immaginarsi consapevoli ma agire da inconsapevoli. C’è, piuttosto, uno stato di sonno, di assopimento, al massimo di veglia, sentiamo il nostro corpo, la nostra mente, il battito del nostro cuore, ma non siamo davvero presenti a noi stessi.

 

Condivisione, reciprocità e responsabilità, a cui aggiunge riflessione e consapevolezza. Quanto è difficile essere o diventare un Eroe? E quale lavoro su di sé richiede e comporta?

Premesso che io non sono un eroe né mi ritengo un modello per ciò che scrivo, ho solo condiviso la mia indagine al riguardo. Allo stesso modo, credo che l’eroe non sia un individuo eccellente, quanto piuttosto chi aspira con costanza all’eccellenza. Non credo che sia possibile un percorso eroico senza passare da un costante lavoro su sé stessi. Il viaggio dell’ero è, come rivela il libro, una metafora perché in realtà si tratta di un viaggio interiore; poi prende forma esteriore nella Storia e nella civiltà, a seconda della dimensione spazio-tempo. Ma il viaggio dell’eroe è l’addestramento di sé stessi.

Detto questo, rispetto a degli standard di vita ordinaria, essere eroi richiede grande impegno e sacrificio che, quando accettati, diventano molto piacevoli, come per uno sportivo è piacevole allenarsi per raggiungere i propri traguardi. Quella dell’eroe è, al medesimo tempo, una dimensione semplice ma anche molto nobile dell’essere umano. Chi la acquisisce è un eroe, appunto. Il resto è il popolo.

È il tempo di tutti noi: i nuovi eroi secondo Oscar di Montigny

Il tempo dei Nuovi Eroi… mi permetta di chiudere in maniera un po’ provocatoria, anche se funzionale ad aprire temi importanti. Che bisogno c’è dei Nuovi Eroi 0.0? E crede davvero che il nostro tempo saprà “accoglierli”?

Di nuovi eroi c’è un grandissimo bisogno, ovvero persone perbene, persone semplici che vivono nella loro quotidianità l’eroismo di una vita che non è mai né scontata né ordinaria, se pensiamo alla bellezza insita nella vita di ciascuno.

Nuovi eroi sono necessari perché la nostra epoca non sta fornendo eroi mitici… penso a uomini come Nelson Mandela, Martin Luther King, Ghandi…

 

LEGGI ANCHE – Il capitano della propria anima. La scelta secondo Nelson Mandela

 

I miti prodotti dalla società contemporanea sono più che altro miti imprenditoriali, sportivi o appartenenti allo show business, quindi non uomini capaci di coniugare con semplicità il massimo dell’espressione filosofica, scientifica, artistica. Mentre ce n’è estremo bisogno, perché una società non può fare a meno di avere dei miti. Perché un mito è un modello, una misura alla quale guardare e possibilmente rifarsi. La carenza di miti potrebbe indurci a dei livelli importanti di mediocrità. Ecco allora che mi sono detto che forse è il tempo di tutti noi, il tempo di una vita semplice, non necessariamente sacrificata a una collettività immensa o a un’ideale incredibile. Però tante piccole cellule di eroismo potrebbero essere stimolanti per la nostra società. E sono questi i nuovi eroi.


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