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È giusto tenere nascosto uno stupro? “La carne” di Emma Glass

È giusto tenere nascosto uno stupro? “La carne” di Emma Glass«Vischiosa. Appiccicosa appiccica appiccicaticcia lana lacerata bagnata, avvolta intorno alle ferite».

È questo uno degli incipit più belli in assoluto di un romanzo scritto negli ultimi anni che difficilmente si potrà dimenticare. La prima domanda che assale la mente nel leggerlo è sapere chi è che lo ha scritto. Nell’apprendere che si tratta della penna di una giovane autrice trentunenne del Galles, che vive a Londra dove lavora come infermiera pediatrica, si resta fortemente sorpresi. Emma Glass, è questo il suo nome, è una scrittrice promettente e talentuosa e non è un caso se George Saunders, vincitore dell’ultimo Man Booker Prize con Lincoln nel bardo,ha detto di lei che riesce a rinnovare «la fede nel potere della letteratura». E così è indubbiamente sia per l’originalità della storia narrata sia per il linguaggio utilizzato per farlo.

 

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La carne, il cui titolo originale è Peach, pubblicato in Italia da Il Saggiatore e tradotto eccellentemente da Franca Cavagnoli, è una favola contemporanea, crudele, incisiva, profonda e toccante in cui nulla è lasciato al caso. È una favola che induce a riflettere sul significato dell’esistenza identificata come una perenne battaglia per la sopravvivenza, sul potere che il male ha di penetrare con facilità e improvvisamente nella vita di un individuo, trafiggendolo, lacerandolo, squarciandolo come una lama tagliente, inferendogli dentro il corpo e dentro l’anima ferite che mai più potranno cicatrizzarsi e che lo condurranno a un tragico destino, che è poi la fine del male per mezzo del male, quasi che vendicandosi e sporcandosi dello stesso sangue di chi ci ha fatto del male non si ottenesse una reale vittoria, ma una contaminazione che porterà allo sfacelo.

La carne è un racconto breve eppure intenso e potente. Il linguaggio utilizzato è metaforico e cruento. È un libro scritto in modo perfetto, pieno di allitterazioni, assonanze («vedo nero. Nero vedo»), onomatopee («crepa. Crepitio crepitante»), d’immagini violente («Fare a pezzi e catastare. Colpo secco. Stop. Belle fettine. Adagio») e forti («Annegare. Scivolare giù. Nel caldo. Nel buio»). I richiami allo scrittore James Joyce sono tanti ed Emma Glass nel finale del libro lo ringrazia per l’influenza che ha esercitato su di lei, insieme a Gertrude Stein, Dylan Thomas e Kate Bush. La lingua della Glass scorre veloce e fluida come un fiume in piena di pensieri ininterrotti che straripano incessanti, in mezzo ai tormenti impetuosi dell’anima attanagliata della giovane protagonista.

È giusto tenere nascosto uno stupro? “La carne” di Emma Glass

La carne è la storia di Peach (Pesca), una ragazza vegetariana che una sera viene brutalmente aggredita e violentata da Lincoln, un uomo – il male – che la sua mente associa subito alla salsiccia. Peach non racconta a nessuno di ciò che quell’uomo le ha fatto. Resta sotto shock, ma vuole fare finta che nulla sia accaduto, non vuole diventare una vittima, ma continuare a essere la persona forte che è sempre stata, ma soprattutto vuole riuscire a dimenticare. Tornata a casa dopo l’aggressione subita, Peach prende ago e filo e di nascosto dei genitori, cura le ferite che l’uomo salsiccia, che «l’ha sporcata, infettata, di unto», le ha inferto. «Con due dita avvicino i lembi di pelle fredda […] Infilo lo spillo nella pelle. Cucio. Non punge. Sanguina. Filo bianco si fa rosso. Rosso laccio».

Peach non desidera che i familiari o il fidanzato sappiano della violenza subita e tiene tutto dentro, come se fosse un segreto. Ma questo terribile segreto comincia lentamente a crescerle dentro insieme alla sua pancia che piano piano si gonfia, come il frutto del male che le si è inseminato dentro.

Questa giovane donna vuole riprendere a condurre la vita di prima, una vita normale, ma l’uomo salsiccia glielo impedisce, perché comincia a perseguitarla. Lincoln la segue ovunque: si nasconde nel bosco vicino alla scuola, dietro un lampione di fronte casa, in piscina. Le manda lettere, parole di giornale ritagliate e incollate, «parole sparpagliate. Cervello sparpagliato». Prima ancora di vederlo, lei sente l’odore di quell’uomo, «un tanfo di carne di maiale marcia» che pervade l’aria contaminandola. È il male che la insegue. È il male che la insegue. Quale decisione dovrà prendere Peach per ritrovare la propria stabilità emotiva? Dovrà uccidere Lincoln? Organizzare un barbecue e mangiare i resti dell’uomo insieme ai genitori e agli amici? O dovrà continuare a vivere sentendo addosso il fiato sul collo di quest’uomo che la perseguita? Se mangiasse «il cibo della paura» forse potrebbe finalmente tornare ad essere libera? Se uccidesse l’orco che l’ha molestata, violata, riuscirà a ritrovare la tranquillità che brutalmente le è stata strappata? 

È giusto tenere nascosto uno stupro? “La carne” di Emma Glass

Oltre alla toccante e realistica vicenda narrata, a colpire in questo romanzo è il linguaggio. Le brevi frasi coincise ed essenziali descrivono vivamente lo stato di angoscia nel quale questa giovane donna vittima di violenza si ritrova catapultata. La scelta d’identificare l’innocenza con l’essere vegetariani e il male con la carne di maiale non è casuale, anzi è l’azzardo più cruciale compiuto nel romanzo. Emma Glass ha voluto rendere il male come qualcosa di reale, vivo e credibile, qualcosa che è possibile sentire, annusare, con il suo «fiato grave di carbone mi si attacca alla pelle e mi soffoca», toccare, per via delle dita di quell’uomo «viscide salsicce scivolose», del suo corpo «lungo, grosso […] Dondola, Salsicce dondolanti. Dondolanti braccia a pistone». Un’innocente vegetariana non può non restare completamente contaminata dalla violenza su di lei esercitata dal male salsiccia.

 

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Peach resta segnata da quest’esperienza che l’ha traumatizzata e annientata. È una giovane anima in pena e tormentata e nemmeno la vendetta finale sarà in grado di restituirle la pace e liberarla dall’odio che le si è oramai insinuato dentro modificandole l’esistenza. Non esiste una reale guarigione per il trauma causatole dall’uomo salsiccia e alla fine pure lei finirà con lo sgretolarsi a causa del male subito. Si riesce a sentire la voce di questa donna che vorrebbe essere forte, ma che è in realtà impaurita. Come si reagisce dinanzi a uno stupro? Cosa scatta dentro la mente di una persona che è stata vittima di violenza? Se le ferite del corpo con il trascorrere del tempo si risaneranno, sarà così pure per quelle dell’anima? La mente non dimentica mai. Essa serba tutto dentro, in un piccolo angolo nascosto, come qualcosa che si ripone in un ripiano dell’armadio ben pulito, ma pronto a ricomparire in qualsiasi momento. Così è per il dolore, pronto a riemergere sempre, persino quando sembra sia stato rielaborato e accantonato. E Peach il suo dolore non può nemmeno metterlo da parte, perché Lincoln non smette di perseguitarla. Il male oramai le si è talmente insinuato dentro, tanto da trapassarla e infettarla, ma non oltrepassarla.

La carne è un libro che indubbiamente entra nelle viscere intime del lettore. Nel leggerlo tante domande scattano dentro: come avviene la rielaborazione di una violenza sessuale subita? È giusto tenere nascosto l’accaduto o bisogna denunciarlo? Occorre vendicarsi da soli o lasciare che sia la vita a punire chi è stato capace di compiere tanto male? La crudeltà di questa vicenda, le parole incisive e potenti utilizzate, sono tutti elementi che difficilmente il lettore potrà dimenticare ed è questo che un libro ben scritto ha il compito di fare: non lasciare che si rimanga la stessa persona che si era prima di cominciare la lettura.


Per la prima foto, copyright: atc commphoto.

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