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È giusto dare un limite al lusso?

È giusto dare un limite al lusso?Le regole del lusso. Apparenza e vita quotidiana dal Medioevo all’età moderna esce per Il Mulino, lo firma Maria Giuseppina Muzzarelli ed è la dimostrazione pratica e immediata che la storia non è qualcosa di rigido, lontano, ingessato nel tempo, qualcosa che non ha nulla da spartire con il presente. Anzi, a leggere Le regole del lusso si ritrovano le radici dell’oggi. In fondo, se gli uomini imparano in fretta, è grazie alla memoria, all’informazione che sopravvive e passa di generazione in generazione evitando di ripartire da zero, o da poco più di zero, con ogni inizio.

Quanto siamo liberi oggi? In che misura vengono ancora controllati i nostri «armadi»? Delle regole del lontano '300 non ci sono più tracce nel nostro presente? Questi sono solo alcuni degli spunti di riflessione che nascono dalla lettura dello studio condotto da Maria Giuseppina Muzzarelli, docente di Storia medievale presso l’Università di Bologna, sulle leggi suntuarie che regolavano e limitavano il lusso nelle città italiane dal medioevo all’età moderna.

Con uno stile diretto, chiaro e coinvolgente, la storia delle città si svela seguendo le misure specifiche dei tessuti e i pesi precisi delle decorazioni preziose degli abiti delle donne trasportando il lettore in uno spazio altro, ma riconoscibile, perché ancora suo.

In occasione dell’uscita del libro, con l’autrice abbiamo compreso meglio cosa fossero le leggi suntuarie, in che modo queste hanno influito sulla società, e, con un piccolo esercizio di immaginazione, ci si è addentrati nei legami che tengono uniti passato e presente.

 

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Le regole del lusso è uno studio approfondito che fotografa una società attraverso le leggi suntuarie. Che cosa sono e qual è la loro evoluzione nella storia? Che ruolo hanno avuto nella società?

Le leggi suntuarie sono un insieme di norme, vere e proprie leggi che fanno parte degli statuti cittadini che, a partire dalla seconda metà del Duecento e fino alla metà del Settecento, hanno continuato a essere emanate in tutte, o quasi tutte, le città d’Italia e anche in moltissimi paesi dell’Europa. La prima cosa che va notata è la grande estensione sia cronologica sia geografica. Si tratta quindi di un fenomeno di notevole rilievo, con qualche antecedente e susseguente, nel senso che abbiamo interventi alla limitazione del lusso anche nel mondo romano, poi ne troviamo alcuni in età successive, in vari paesi, fino a casi piuttosto recenti che indicano limiti per matrimonio.

Per quanto riguarda la loro finalità, si possono illustrarne i fini principali. In primis, li considererei degli strumenti di governo come sono le leggi (tant’è che di leggi si tratta). Parliamo di uno strumento che doveva servire ai diversi ordinamenti politici, dovevano servire a rappresentare gli equilibri di volta in volta raggiunti, quindi a premiare, a dare a tutti una qualche forma di partecipazione, a dosare i segni di riconoscimento all’interno di una società fortemente gerarchizzata, qual era quella dei secoli a cui è dedicato lo studio: una società fatta di diseguali ai quali viene concesso scalarmente qualche elemento di soddisfazione estetica.

Ci sono anche altre finalità, come quella di proteggere l’economia limitando le importazioni e quella di indurre quanti non obbedivano a queste norme a pagare una multa, una sorta di tassa sul lusso, un modo quindi per raccogliere le risorse per poi ridistribuirle. In alcuni casi era addirittura dichiarato a cosa serviranno i denari, parliamo dunque di una sorta di tassa di scopo. Si trattava anche di un modo di mettere le mani nelle tasche dei cittadini, dei più riottosi ad accogliere le restrizioni: ai ricchi vanagloriosi viene tolto un po’ del loro denaro e redistribuito.

È giusto dare un limite al lusso?

Dice: «Il lusso è parte di un programma di affermazione che si mette in atto attraverso lostentazione e richiede un pubblico, reale o mediatico: esige dei followers». In che modo l’era digitale ha deformato o ingigantito questa esigenza, secondo lei?

Il tema dell’ostentazione, quindi il lusso, è prevalentemente un modo di atteggiarsi volto a dichiarare, a gridare il proprio privilegio o possibilità economica. A questo punto è evidente che se lo vuoi dichiarare, lo devi dichiarare a qualcuno. Tant’è che questa normativa si fa sistematica e continua non a caso nelle città di epoca comunale: nelle città, non in una corte ristretta, quindi un mondo un po’ a parte, ma in ambiti cittadini dove le persone vedono, possono desiderare e voler imitare. Anzi, è esplicitamente detto che se una giovane o non giovane donna si presenta una domenica in chiesa con dei panni preziosi e belli, sicuramente altre andranno a casa chiedendo altrettanto a mariti e padri. È chiaro che parliamo di un programma di provocazione del desiderio, di suscitare l’ammirazione.

Certo, le piazze dell’epoca di cui ci stiamo occupando sono le piazze cittadine, quindi sono molto ristrette. Paliamo della strada che porta da casa alla chiesa, perché le donne facevano questi tragitti. Oggi le piazze sono piazze infinite, appartengono a città estese che hanno guadagnato maggiori luoghi per l’ostentazione. Ma soprattutto sono piazze virtuali: non serve uscire di casa, è sufficiente che tu mostri ai tuoi followers, a chi fa riferimento a te, un modo di vestire, un oggetto, e se sei capace di parlare a queste persone, loro prenderanno spunto da te e a loro volta difenderanno i tuoi oggetti e le tue idee.

Fondamentalmente, le piazze sono diverse ma il fenomeno è lo stesso.

Se pensiamo ai giorni che stiamo vivendo, dell’emergenza, in cui siamo tutti chiusi in casa, paradossalmente è ancora più esteso il fenomeno dell’influenza attraverso questo genere di piazze virtuali, per cui accade che la capacità di influenzare, di ispirare è enorme, e, in più, non abbiamo nemmeno bisogno di uscire, di andare nei negozi. Abbiamo un altro tipo di accesso ai beni, per cui gli ultimi tempi ci hanno messo di fronte a una situazione in grado di cambiare anche il volto delle città. È possibile che si resti chiusi in casa e non ci sia più nessun negozio. Ovviamente è uno scenario che mi atterrisce, però questo è qualcosa che gli ultimi tempi ci mettono sotto gli occhi.

 

Trasposte nella nostra epoca, le leggi suntuarie quali sfarzi proibirebbero, con quali implicazioni a livello sociale?

Nelle leggi di cui noi stiamo parlando, quello che veniva misurato, limitato e dosato non erano solo i molti metri (che ai tempi si chiamavano braccia) di tessuto o l’altezza di una gonna, che, a partire dai piedi, non poteva essere di circonferenza superiore agli 8 metri, se si pensa, non poco. Oppure la quantità di oro sotto forma di bottoni, di ricami che non poteva essere più di 1 kilo.

Questo genere di misure di lunghezza e di peso oggi non avrebbero senso. Si pensi quanto possa essere rischioso girare con una tal quantità di oro addosso. Non che allora non si corresse il rischio, infatti nel libro indico processi intentati alle persone finite impiccate per aver strappato a una donna una di queste corone.

Oggi è diverso. Credo che se ci fossero delle leggi, e per certi veri ci sono, quello che potrebbe essere preso di mira è il discorso del consumo individuale che fa male alla collettività. Per esempio, il consumo di pellicce di animali in via di estinzione, tra l’altro già legge. Oppure la regolamentazione dei consumi di prodotti che aumentano l’inquinamento. Ma questo è legato a singoli provvedimenti.

Se oggi, però, potessero esserci norme del genere dovrebbero soprattutto colpire l’accumulo di stracci, cioè il consumo che da un punto di vista economico non grava particolarmente al singolo. Un oggetto che costa 3 euro e tutti possono comprarlo, diventa un accumulo che poi costerà molto in termini di smaltimento.

Oggi andrebbe messo a fuoco, e in parte lo è, l’atteggiamento di promuovere il durevole, il fatto bene, nell’ottica di un mondo in cui il consumo del singolo tiene conto anche della collettività.

È un’operazione culturale lunga e complessa. Tant’è che anche allora, all’epoca di cui il libro si occupa, non c’erano solo le leggi che proibivano, limitavo o dosavano, c’erano i predicatori che cercavano di fare opinione.

Non basta fare la legge, bisogna costruire una cultura che accompagni questi interventi.

È giusto dare un limite al lusso?

Tra i molti dettagli che rendono la lettura un’occasione per riflettere, c’è quello riguardante la donna. È lei a essere multata, è lei a essere esposta a un possibile pubblico. È uno strumento, esibito e punito. Quanto è cambiata la situazione da allora per le donne? In che misura è d’accordo con il fatto che la moda operi ancora seguendo questa logica?

Qualche cambiamento c’è. Le norme suntuarie, quasi nella totalità dei casi, si occupano di cosa si mettono le donne. Si occupano anche delle feste, dei banchetti, dei ceri nei funerali. Ma l’aspetto su cui più ci si sofferma è proprio il vestimento, soprattutto delle donne.

Intanto, va detto che le leggi le scrivono gli uomini, e non è un dettaglio. Seconda ragione: le donne avevano un ruolo preciso, di vetrina da esposizione. Non vestivano secondo il loro gusto o il loro status, perché il loro status era quello di moglie o di figlia di. Loro rappresentano il privilegio o il non privilegio della famiglia. Vengono colpite in quanto vetrina di esposizione.

Le cose sono cambiate nel momento in cui le donne hanno incominciato ad avere un loro ruolo autonomo. Da questo punto di vista, si vedono cambiamenti, incredibile ma vero, già a cominciare dal Medioevo.

Io ho studiato una figura femminile, una certa Christine de Pizan, di origini bolognese. È la prima intellettuale donna di professione, vissuta fra il '300 e il '400. Lei ha individuato la divisa dell’intellettuale donna di professione. In tutte le miniature si fa rappresentare sempre con lo stesso completo, che sarebbe il nostro tailleur da conferenza.

Lei, la prima intellettuale di professione, vuole rappresentare il suo status e non l’essere moglie del notaio o figlia del medico, non si veste come loro, ma come l’intellettuale di professione, come il suo ruolo.

A me pare che da lì cominci una storia che ha a che fare con il modo di vestire delle donne non più come vetrina d’esposizione, che arriva fino ai giorni nostri, nonostante i gusti e la moda. Quest’ultima ci impone delle cose assurde, come scarpe dai tacchi altissimi totalmente incompatibili con la vita.

Ora le donne hanno questa figura autonoma e vogliono rappresentare se stesse, però interviene la forza della moda che, in alcuni casi, confligge con la vita e con l’esigenza di madre che corre dal mattino alla sera o di donne che inseguono un autobus. La moda è una forza e impone modelli in contrasto con la realtà effettiva delle persone.

 

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Infatti, la moda ha radici profonde nella storia, è il secondo sistema più inquinante al mondo, avviluppa e coinvolge anche chi pensa di essere fuori dai suoi schemi. La domanda è: in che modo il mondo occidentale può opporsi allo schema della moda? È possibile o è solo un’illusione?

Credo che non possiamo opporci alla moda, perché la moda è una grandissima forza economica e comunicativa. Già nel '600 si trovano dei trattati in cui si dice che la moda è una malattia, un’infezione, qualcosa che ti prende e ti costringe al sacrificio. C’è un bellissimo dialogo di Leopardi tra la morte e la moda, e in questo dialogo la morte dice «io ho il potere di», e la moda replica: «sapessi che potere ho io».

Ci si sacrifica, si indossano cose ridicole che rendono la vita impossibile. Opporsi alla moda non è proponibile.

Si può ragionare sull’idea della compatibilità, sull’idea di usare la moda in modo più avveduto.

Penso soprattutto a questi tempi che ci stanno facendo ragionare sul concetto di limite e non credo che ci renderanno più virtuosi, ma possono rappresentare uno spiraglio per farci ragionare sui ruoli. Per esempio si parla molto dei medici eroi. Quello che sarebbe interessante adottare come domanda è: dopo, cosa resterà dei nostri applausi rivolti a chi si prende cura degli altri?

Se qualcosa potesse restare, questo potrebbe essere il riferimento per educare, per proporre figure che abbiano un autentico valore per la collettività. Abbiamo visto anche casi di influencer che si sono mobilitati per raccogliere fondi da destinare agli ospedali, con una buona applicazione nella collettività, ma la domanda che resta è questa: che valore custodiscono nella vita, questi influencer, cioè oltre a quello di essere desiderati e desiderabili?

Ecco, passata la tempesta, magari si potrebbe tenere conto anche nel settore medico del concetto del durevole e di ciò che ha un valore nella collettività.


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Per la prima foto, copyright: Jonathan Francisca su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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