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“È arrivata la felicità” – Intervista a Ivan Cotroneo

“È arrivata la felicità” – Intervista a Ivan CotroneoÈ arrivata la felicità, fiction in onda su Rai1 ogni giovedì in prima serata per la regia di Riccardo Milani e Francesco Vicario, sembra rappresentare la conferma della Rai di aprirsi al contemporaneo, raccontandolo non per astrazioni o attraverso seriose apologie, bensì ricorrendo all’ironia. Quella tipica della commedia all’italiana, che castigat ridendo mores, con una punta di cattiveria che ci costringe a sorridere di noi stessi anche senza rendercene conto.

Ed è grazie a quest’ironia che la nuova serie firmata da Ivan Cotroneo (alla sceneggiatura insieme a Stefano Bises e a Monica Rametta) riesce a raccontare la famiglia italiana come cartina di tornasole per mettere in scena ciò che sta accadendo nell’Italia di oggi.

È arrivata la felicità, dunque, non è solo il racconto per flashback della storia d’amore (o almeno così sembra destinata a essere) tra Angelica e Orlando (interpretati da Claudia Pandolfi e Claudio Santamaria), ma vive di un insieme di storie che coinvolgono i membri delle rispettive famiglie, mettendo in scena situazioni e avvenimenti funzionali a concretizzare un’apertura ironica sul mondo in cui ci troviamo a vivere e che abbiamo contribuito a creare.

Proprio di questo abbiamo parlato con Ivan Cotroneo, che ha risposto ad alcune nostre domande.

 

La prima impressione nel vedere le puntate di È arrivata la felicità finora trasmesse è stata una piacevole sorpresa. A sette anni dall’ultima serie di Tutti pazzi per amore, l’ironia e la freschezza tornano su Rai1. Cosa si prova a condividere la responsabilità di rinnovare il modo di fare fiction su Rai1?

Grazie per la “piacevole sorpresa” e per la sottolineatura sull’ironia e sulla freschezza. Io, Monica Rametta e Stefano Bises, che abbiamo scritto tutti i soggetti e le sceneggiature di quello che fra noi chiamiamo per brevità “EALF”, avevamo nostalgia di una commedia sentimentale con delle caratteristiche un po’ surreali o comunque libere dal realismo stretto, un mondo che avevamo affrontato in Tutti pazzi. Ma avevamo anche molta voglia di raccontare il contemporaneo, e quello che in questi setti anni è cambiato sia in termini realistici che in termini di rappresentazione. Quando è arrivata l’idea di raccontare tutta la storia d’amore (dovrei dire le storie d’amore) in flashback, usando come contrappunto le interviste dei due protagonisti che parlano avendo coscienza di quello che è successo, sono arrivati anche tutti i personaggi e quindi il mondo narrativo di EALF. Credo di poter dire che non la viviamo come una responsabilità, almeno non ci proponiamo affatto come obiettivo quello di rinnovare la fiction, più modestamente cerchiamo di portare nel nostro racconto degli elementi che ci divertono e che vediamo in spirito presenti nel racconto televisivo contemporaneo. Più che cercare l’innovazione, cerchiamo di tenere gli occhi aperti e di non autocensurarci.

“È arrivata la felicità” – Intervista a Ivan Cotroneo

Un’innovazione, però, che conserva un elemento fondamentale della tradizione di Rai1: la finalità pedagogica (nell’accezione più nobile del termine) rispetto a grandi temi sociali, dalla famiglia allargata alla genitorialità di una coppia omosessuale. Quale ruolo può avere una fiction come È arrivata la felicità nel sostenere l’inclusione di realtà diverse nell’immaginario comune?

Non pensiamo in realtà a una rappresentazione in termini strettamente pedagogici, però sentiamo la responsabilità di ciò che raccontiamo. Il termine “inclusione’ rappresenta molto bene la nostra ricerca di storie e personaggi. È vero cioè che cerchiamo di proporre storie o temi che non troviamo abbiano generalmente tanto spazio nella narrazione televisiva. Da un lato perché ci stimola lavorare con personaggi e storie che non abbiamo visto rappresentate, e dall’altro perché pensiamo che sia corretto, aspirando a una rappresentazione del mondo contemporaneo, cercare di non escludere nessuno. Non sta a me valutare che ruolo possa giocare questa scelta. Ricordo però che quando in Tutti pazzi per amore abbiamo deciso di affrontare in modo non drammatico il personaggio di un ragazzo sieropositivo, con l’intenzione di raccontare i passi avanti fatti dalla medicina e soprattutto dalla società in termini di accettazione, la risposta di persone sieropositive che si sono sentite finalmente rappresentate è stata importante e per noi motivo di orgoglio.

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La caratteristica principale di questa serie è sicuramente rappresentata dalla forza dei personaggi tutti ben tratteggiati fino a rappresentare dei tipi in cui è facile riconoscersi o riconoscere qualcuno. Pensiamo, ad esempio, proprio ai due protagonisti, Orlando e Angelica. Quali sono le maggiori difficoltà nella costruzione di personaggi dotati di tale forza?

Angelica e Orlando in EALF tengono tutta la struttura del racconto, e hanno richiesto una cura particolare, ma è un discorso che vale per tutti i personaggi di una serie. Noi cerchiamo di costruire personaggi ricchi, con più sfumature, con odi, simpatie, idiosincrasie, amori, segreti e con una visione del mondo originale. Parliamo a lungo fra noi e cerchiamo di conoscerli bene, e piano piano finisce che un po’ ce ne innamoriamo. In realtà non è difficile, richiede tempo e dedizione, ma una volta che abbiamo imparato a conoscerli, è molto bello e non così difficile potere attraversare con loro il lungo racconto della serialità.

 

Mi sembra di poter dire che le ultime fiction che ha scritto (da Tutti pazzi per amore a Una grande famiglia, da Una mamma imperfetta a Un’altra vita fino a È arrivata la felicità) comportino anche una profonda riflessione sulla famiglia, sui cambiamenti che l’hanno attraversata e sull’attuale ruolo sociale che essa può ricoprire. Una possibile riflessione sull’Italia e sui suoi costumi passa ancora attraverso l’analisi e la rappresentazione della famiglia?

Credo anche io, soprattutto riguardando i lavori a cui ho preso parte (anche quelli cinematografici, e penso a Mine vaganti, Io sono l’amore, Viaggio Sola e Io e lei, oltre che alla Kryptonite nella borsa), di avere usato spesso la famiglia come mondo interno dal quale far partire una riflessione su quello che succede intorno. Forse perché da narratore tutto quello che si agita nella società mi sembra più potente quando è raccontato attraverso le dinamiche famigliari. Inoltre il concetto di famiglia è in continua evoluzione, lo si vede anche dalle difficoltà legislative che il nostro Paese incontra, ed è quindi un terreno fertile, ricco, vivo. Credo che quindi le riflessioni politiche e sociali sul nostro Paese possano passare “ancora” e certamente dalla famiglia. Ma la famiglia non è più (solo) quella di quarant’anni fa, e questo rende tutto il discorso vivo e attuale.

“È arrivata la felicità” – Intervista a Ivan Cotroneo

È arrivata la felicità è tutta incentrata sulla felicità, quella che viene cercata con tutte le nostre forze e quella che arriva improvvisa e inattesa. Cos’è la felicità per Ivan Cotroneo? E quanta fatica costa essere felici?

Che domanda impegnativa. La felicità non è qualcosa che si conquista, ma quella che si incontra mentre cerchiamo di capire noi stessi e i nostri desideri. Costa molta fatica, ma la ricerca della propria felicità personale (che passa attraverso la conoscenza di noi stessi) è forse l’avventura più complicata e entusiasmante che possiamo affrontare, specialmente se non la si intende in senso egoistico, ma come possibilità di raggiungerla e condividerla insieme alle persone che conosciamo e che fanno parte della nostra ‘famiglia di affetti’.  Sicuramente una cosa che mi rende felice e di cui sono grato è l’avere avuto finora la possibilità di fare ciò che mi piace di più al mondo – e cioè raccontare storie – il mio lavoro di ogni giorno.

 

Tutte le vicende della fiction, anche quelle in apparenza più tragiche, sono narrate con una dose massiccia di ironia che diverte senza diventare mai sarcasmo. L’ironia ci salverà?

L’ironia ci salva sempre. La distanza ironica dalle cose che ci succedono ci aiuta a comprenderle meglio, anche nei momenti più difficili. Sì, credo molto nell’ironia, e nell’autoironia. Mi piace molto pensare che non prendersi troppo sul serio sia un aiuto a vivere meglio, e forse anche a scrivere meglio.

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