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“Due biglietti per la felicità”, intervista a Caroline Vermalle

“Due biglietti per la felicità”, intervista a Caroline VermalleDue biglietti per la felicità è il nuovo romanzo, appena pubblicato da Feltrinelli nella traduzione di Monica Pesetti, di Caroline Vermalle, scrittrice francese già autrice di diversi romanzi, che lo scorso anno si è fatta conoscere e apprezzare per la prima volta dal pubblico italiano con La felicità delle piccole cose.

In una fredda domenica invernale, mentre una tempesta di neve avvolge Villerude-sur-Mer, una piccola stazione balneare sulla costa atlantica della Francia, un uomo e una donna varcano la soglia del cinema Le Paradis. La domenica è giorno di cineforum e il vecchio proiettore scricchiolante mostra sullo schermo le immagini in bianco e nero di Jean Gabin.

Ma Antoine è distratto. Qualcuno in sala ha catturato la sua attenzione: una donna minuta, dal profilo delicato e i lunghi capelli rossi, una figura che sembra riemergere direttamente dalla sua infanzia. Capace di far funzionare qualsiasi congegno tranne la propria vita, Antoine è un abile meccanico tuttofare, un timido che sogna di diventare un eroe.

La donna, invece, è Rose, violoncellista di talento in fuga dalla notorietà. Mentre il cinema Le Paradis rischia la demolizione e il paese spera in un piccolo miracolo, Antoine e Rose saranno i protagonisti di una grande avventura, un’impresa epica che vede coinvolti un Jack Russell di nome Nobody, Bach, due bambini su una spiaggia bianca, una vecchia cassaforte e qualche insolito tocco di soprannaturale, come delle luci difettose che lampeggiano ogni volta che qualcuno si avvicina a ciò che più desidera.

Ed ecco la nostra intervista all’autrice. [Plus en bas la version française]

 

Come Rose, la protagonista di “Due biglietti per la felicità”, lei ha abbandonato due grandi città come Londra e Parigi, dove ha vissuto per anni, per andare a vivere in Vandea, vicino al mare. Ha quindi cambiato radicalmente il suo modo di vivere?

Sì, in effetti la vita quotidiana in riva al mare è molto differente! Tuttavia, non ritengo di aver abbandonato qualcosa, direi piuttosto che ho seguito il corso naturale della mia vita che è sempre stata piuttosto nomade. Essermi stabilita per tutto l’anno in Vandea non ha quindi nulla di definitivo, anche se conserverò sempre delle radici qua. Al contrario di Rose, io non lo vivo come un ritorno; è soltanto una tappa, che si adatta alla perfezione a ciò di cui la mia famiglia ha desiderio e necessità oggi. Vivo in un luogo dolcissimo, ve lo consiglio per le prossime vacanze!

 

Il disagio che Rose prova nei confronti del suo violoncello, che pure le ha dato celebrità a ricchezza, può essere letto anche come quello di uno scrittore di fronte ai suoi libri?

Sicuramente. Mentre scrivevo questo libro avvertivo una forte pressione, che di certo veniva dal mondo esterno ma, in definitiva, in gran parte da me stessa. Il monologo di Rose sulla spiaggia deserta, che è il momento in cui lei allenta il suo autocontrollo, mi è davvero uscito dal cuore! In compenso, questi stati d’animo sono stati passeggeri, oppure questo libro è stato terapeutico – chi lo sa? – perché quello che ho scritto dopo (Le coeur de Paris uscito da poco in Francia) è stato concepito nella gioia totale, è stato un momento di pura felicità. Alla fine, anche se nessuno dei miei libri è autobiografico, ognuno di essi riflette le tappe del mio percorso personale.

 

Non le è mai capitato, come accade a Rose (che vorrebbe sentirsi “donna” prima che “musicista”), di essere giudicata dagli altri più come scrittrice che come persona?

È un problema profondo, con cui mi dibatto costantemente. Al di là dello sguardo degli altri, che è qualcosa che io, senza arrivare a ignorarlo, riesco comunque a relativizzare, quello che è spesso impietoso è lo sguardo che rivolgiamo a noi stessi. Noi siamo ciò che facciamo? Se è così, cosa accade agli scrittori quando non riescono più a scrivere? Oppure quando non c’è più nessuno a leggerli? È difficile costruirsi nell’”essere” piuttosto che nel “fare” o nell’“avere” (soprattutto per una persona iperattiva come me), ma per il mio benessere so che per me è fondamentale non definirmi soltanto come scrittrice. Per mio figlio, sono la mamma… e per il mio gatto, sono una distributrice di crocchette. Questo mi aiuta a rimettere le cose a posto.

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“Due biglietti per la felicità”, intervista a Caroline VermallePerché ha deciso d’inserire in questo romanzo un tocco surreale, vale a dire l’evoluzione del personaggio di Camille (il proiezionista del vecchio cinema Paradis)?

In principio ho immaginato il cinema … in bianco e nero, come in un vecchio film, e allora ho visto subito Camille. Poi ho immaginato i dialoghi tra Antoine e Camille, e mi è piaciuto scriverli, cosa che è sempre un buon segno. Ma soprattutto, il personaggio di Camille è funzionale alla storia: anche lui, come Antoine, cercava di dare un senso, anche se uno alla vita, l’altro alla morte. Ho approfondito questo tema il più possibile.

 

La scomparsa dei vecchi cinema è un problema che ha già appassionato cineasti e scrittori, se pensiamo al regista italiano Giuseppe Tornatore con Nuovo cinema Paradiso o al romanzo Una sera a Parigi di Nicolas Barreau, nel quale compare di nuovo un cinema Paradis. Anche lei, dunque, ha un vecchio cinema del cuore tra i suoi ricordi?

In realtà, non ho più visto Nuovo cinema Paradiso dal tempo della sua uscita nelle sale nel 1989, perciò non posso dire che ne sono stata ispirata (e non ho nemmeno letto il romanzo di Nicolas Barreau). Il nome del mio cinema viene da Les Enfants du Paradis (famoso film di Marcel Carné del 1945), che ci insegna che il “paradiso” è la balconata più alta di un teatro, dove i prezzi sono meno cari per un pubblico popolare. La mia passione per il cinema non viene tanto dal fascino per qualche vecchia sala (quella di Due biglietti per la felicità in realtà non esiste), ma dai film stessi, in particolarmente dal realismo poetico francese degli anni Trenta. Quando avevo circa dodici anni tagliuzzavo la rivista dei programmi televisivi per ritagliare le immagini dei film (riassunto compreso), che incollavo su degli album fotografici! La mia passione per il cinema, nata tanto tempo fa, è stata persino più forte di quella per i libri.

 

Lei pensa che, nonostante l’avvento di tecnologie sempre più sofisticate, sia importante mantenere in vita i vecchi cinema, dove vedere un film può ancora essere un’esperienza completamente differente da quella che si può avere in una multisala di ultima generazione, oppure dobbiamo rassegnarci alla loro scomparsa?

In un mondo ideale, le vecchie sale sarebbero restaurate per accogliere la tecnologia, cosa che però comporta un impegno di risorse molto più alto della costruzione di una multisala. Come nel mio romanzo, bisogna unirsi e crederci, oppure rassegnarsi alla loro scomparsa.

 

Version française

Comme Rose, protagoniste de Les Amis du Paradis, vous avez abandonné deux grandes villes, comme Londres et Paris, pour aller à vivre en Vendée, à côté de la mer. Avez-vous donc changé radicalement votre façon de vivre?

Oui, tout à fait, le quotidien au bord de la mer est très différent ! Cependant, je ne considère pas avoir abandonné quoi que ce soit - je dirais que j’ai juste suivi le mouvement naturel de ma vie qui a toujours été plutôt nomade. L’installation à temps plein en Vendée n’a rien de définitif non plus, même si je garderai toujours des attaches ici. Contrairement à Rose, je ne le vis pas vraiment comme un retour ; c’est juste une étape, parfaitement adaptée à ce dont ma famille a envie et besoin aujourd’hui. Je vis dans un endroit très doux, je vous le conseille pour vos prochaines vacances !

 

Le malaise de Rose à son violoncelle, bien qu’il lui a donné célébrité et richesse, peut aussi être lu comme celui d’un écrivain en face de ses livres?

Tout à fait... Au moment de l’écriture de ce livre, je ressentais beaucoup de pression, qui venait du monde extérieur certes, mais finalement, beaucoup de moi-même... Ce monologue de Rose sur la plage, ce moment où elle a lâché prise, il est vraiment sorti du coeur ! En revanche, ces états d’âme ont été passagers - ou ce ce livre thérapeutique, qui sait ? - car celui que j’ai écrit ensuite (“Le Coeur de Paris”) a été conçu dans une joie totale, un pur moment de bonheur. Finalement, même si aucun de mes livres ne sont autobriographiques, ils reflètent bien les étapes de mon chemin...

 

Avez-vous jamais senti, comme Rose, d'être jugée par d'autres plus comme une écrivaine que comme une personne?

C’est une question profonde, et avec laquelle je me débats constamment. Car au-delà du regard des autres - quelque chose que, sans arriver à ignorer, j’arrive plutôt bien à relativiser - le regard sur soi-même est parfois impitoyable. Sommes-nous ce que nous faisons ? Si oui, que se passe-t-il pour les écrivains lorsqu’ils ne peuvent plus écrire ? Ou qu’il n’y a plus personne pour les lire ? C’est difficile de se construire dans l’ « être » plutôt que dans le « faire » ou l’ « avoir »... (surtout pour une hyperactive comme moi) mais pour mon bien-être, je sais que c’est fondamental de ne pas me définir seulement comme un écrivain. Pour mon fils, je suis maman... et pour mon chat, je suis un distributeur de croquettes. Ca m’aide à remettre les pendules à l’heure...

 

Pourquoi avez-vous choisi de présenter dans ce roman une touche surréaliste, c’est-à-dire l'évolution du personnage de Camille?

J’ai d’abord visualisé le cinéma... en noir et blanc, comme dans un vieux film... et j’ai vu Camille, comme çà. Puis les dialogues entre Antoine et Camille me sont venus, et j’ai pris du plaisir à les écrire, ce qui est toujours bon signe. Mais surtout, le personnage de Camille a soudain servi l’histoire : lui aussi, comme Antoine, il essayait de trouver du sens... l’un à la vie, l’autre à la mort. Je suis allée jusqu’au bout de ce thème.

 

La disparition des vieux cinémas est une question qui a déjà passioné cinéastes et écrivains, si on pense au réalisateur italien Giuseppe Tornatore avec “Nuovo Cinema Paradiso”, ou au roman “The Secret Paris Cinema Club” par Nicolas Barreau, où il ya encore un cinéma Paradis. Avez-vous donc, vous aussi, un vieux cinéma du cœur parmi vos souvenirs?

D’abord, je n’ai pas vu Nuovo Cinema Paradiso depuis sa sortie en salles en 1989, je ne peux donc pas dire que j’ai été inspirée par lui (et je n’ai pas lu le livre de Nicolas Barreau). Le nom de mon cinéma vient des « Enfants du Paradis », qui nous apprend que le « paradis » est le plus haut balcon d’un théâtre, là où les places sont les moins chères pour un public populaire... Ma passion du cinéma ne vient pas tant de la fascination pour une salle (celle dans mon livre est inventée), mais des films en eux-mêmes, particulièrement le réalisme poétique français des années 30. Lorsque j’avais une douzaine d’années, j’épluchais le programme TV pour découper les images des films (avec tout le générique et le résumé) que je collais dans des albums photo ! Ma passion du cinéma, née il y a longtemps, a même été plus forte que celle des livres.

 

Pensez-vous que, malgré l'avènement des technologies de plus en plus sophistiqués, il est important de garder en vie les vieilles salles de cinéma, où voir un film peut encore être une expérience complètement différente de celle que vous pouvez vivre dans un multiplex de la dernière génération, ou devons-nous nous résigner à leur disparition?

Dans un monde idéal, ces vieilles salles seraient réhabilitées pour accueillir la technologie, ce qui signifie un engagement de ressources bien plus grand que la construction d’un multiplexe. Comme dans mon roman, il faut se mettre ensemble et y croire... Sinon, se résigner à leur disparition...


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