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“Due belle sfere di vetro ambrato” di Giorgio Caponetti

Due belle sfere di vetro ambrato, Giorgio CaponettiGiorgio Caponetti non è un personaggio facile da classificare, perché la sua vita sfugge a qualsiasi forma di linearità. Nato a Torino sessantotto anni fa, non si può certo definire solo un umanista, nonostante una laurea in Lettere e Filosofia. Le sue esperienze, infatti, spaziano dal copywriting alla direzione creativa, dalla pubblicità al mondo della canzone, con il gruppo I cantimbanchi, con i quali si diletta alla riscoperta di canti popolari. Ma una passione sembra dominarlo più di tutte le altre, quella per i cavalli, in nome della quale abbandona la pubblicità per dedicarsi a tempo pieno al mondo dell’equitazione, fino a ricoprire il ruolo di regista di Nitriti di Primavera – Fiera Nazionale del Cavallo Italiano, realizzata con la Compagnia Maremmana Eventi, quello di advisor per l’immagine della Regione Lazio per il settore cavalli e di relatore alla conferenza Turkmen horse and horse breeding in the art world, nel Turkmenistan.
Ed è proprio ai cavalli che è dedicato il suo ultimo romanzo, Due belle sfere di vetro ambrato, edito quest’anno da MARCOS Y MARCOS, che aveva già pubblicato, nel 2011, il romanzo d’esordio di Caponetti, Quando l’automobile uccise la cavalleria, nel quale viene messa in scena, con toni non sempre entusiastici, la nascita della Fiat.

Due belle sfere di vetro ambrato è un romanzo agevole, snello, sgombro da qualsivoglia velleità letteraria, guidato dall’intento d’intrattenere il lettore con una storia che ricorda molto la vita dello scrittore, anch’egli, ad esempio, docente universitario, come il protagonista Alvise Pàvari dal Canal, esperto di ippologia del XXI secolo e discendente di quel Pàvaro, allevatore e venditore di cavalli nella Venezia della seconda metà del Quattrocento.
E l’intero intreccio narrativo è giocato proprio lungo l’alternarsi dei due secoli che, però, s’incontrano nel rivivere del lavoro del trisavolo nella passione di Alvise e nei testicoli del cavallo di Bartolomeo Colleoni, condottiero al soldo della Serenessima, conservati (bene o male, lo si scoprirà leggendo il romanzo) nelle due sfere del titolo, che una giovane biologa russa, anche un po’ ladra, tenta di rubare all’ippologo veneziano che, a sua volta, li ha ereditati da Bartolomeo, figlio, o quasi, di quel Pàvaro commerciante ippico.
C’è anche da dire che a rendere la storia più intrigante è un altro aspetto, lontanamente plautino, se vogliamo: per uno strano caso del destino, e qualche sollazzo extraconiugale, Alvise potrebbe essere più un discendente del Colleoni che del Pàvaro di cui porta avanti il casato nobiliare, ma più non ci addentriamo ché si rischia di trasformare questa recensione in gossip spoilerante, e anche un po’ soap, con tinte fosche da melò con donna impazzita e suicida nel finale.
Si scoprirà solo dopo che il sogno di clonare il cavallo di Colleoni, questa la ragione ufficiale con la quale la russa si avvicina al veneziano, è solo una scusa per entrare in possesso dei disegni realizzati da Leonardo da Vinci. Già, perché, in questa storia, forse un tantino ricca, non manca neppure il genio toscano, in trasferta veneziana per ragioni artistiche e pure un po’ di promesse in punto di morte.

Un romanzo semplice, lineare, costruito senza sbavature, forse un po’ troppo ricco di storie e con qualche strizzatina d’occhio, talvolta eccessiva, al lettore, quasi a volerlo divertire a tutti i costi; una lettura, comunque, che aiuta a trascorrere qualche giorno di evasione con una storia ben congegnata, con qualche momento simpatico. 

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