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“Due anni, otto mesi & ventotto notti” di Salman Rushdie

“Due anni, otto mesi & ventotto notti” di Salman RushdieL’ultimo romanzo di Salman Rushdie Due anni, otto mesi & ventotto notti (edito da Mondadori, nella traduzione di Lorenzo Flabbi) – è attuale quanto lo sono il terrorismo e le guerre di religione. Temi che riguardano Rushdie da vicino, perché dai fanatici della fede, che lo hanno condannato a morte per via di un romanzo giudicato blasfemo (I versi satanici, del 1988), lo scrittore deve guardarsi da quasi trent’anni, come un giudice o testimone di giustizia dalle vendette di mafia e come, da qualche anno, Roberto Saviano dalla camorra.

Nel romanzo Rushdie affronta il problema che gli ha messo a soqquadro la vita, e lo fa, coerentemente, in modo caotico, debordante. Per raccontare dello scontro perenne tra fede cieca e pensiero razionale mette in campo tutta la sua cultura ed esperienza: racconta di filosofia, allude a diverse opere della letteratura mondiale, descrive la vita di un bombaita a New York. Cercare di riassumere la trama di Due anni… è piuttosto laborioso, perché avvenimenti e personaggi disparati affollano uno spazio narrativo di un millennio, anzi due.

I fatti hanno inizio nella Cordova araba del XII secolo e maturano piano, tanto che le loro conseguenze si avvertono fin nel XXI secolo, da New York all’Afghanistan e persino nel «mondo di sotto», un luogo abitato dai geni (o jinni, gli stessi della Lampada di Aladino), e raggiungibile dalla terra attraverso fessure invisibili che si aprono in circostanze eccezionali. Al centro della storia, come si è detto, c’è la lotta tra intransigenza religiosa e ragione, principi incarnati da due personaggi storici prestati al romanzo, il teologo persiano al-Ghazali e il filosofo di Cordova Ibn Rushd, noto in Occidente come Averroè. La fama di entrambi – vissuti a breve distanza l’uno dall’altro, tra l’XI e il XII secolo – è legata alla loro riflessione su Aristotele e il pensiero filosofico. Dei due, Ibn Rushd, il commentatore di Aristotele, è il difensore della filosofia, bollata invece da al-Ghazali come incoerente e incompatibile con la fede islamica. Nel romanzo, lo scontro ideale tra Ghazali e Rushd, iniziato nel Medioevo, prosegue dopo ottocento anni, quando i due pensatori riescono magicamente a ispirare dai loro sepolcri una lotta cruenta tra fanatici e non fanatici per il predominio sulla terra.

Questa lunga storia viene raccontata, ancora mille anni dopo, da un onnisciente narratore senza nome, cittadino di un mondo futuro in cui la ragione ha infine prevalso, e religione e violenza sono solo un ricordo. Da lui apprendiamo le fasi decisive, vincitori e vinti della lotta finale tra fede e ragione, combattuta ai giorni nostri dai luogotenenti di Ghazali e Rushd.

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“Due anni, otto mesi & ventotto notti” di Salman RushdieGli abitanti del mondo di sotto hanno larga parte nella vicenda. Mentre lo spirito di al-Ghazali si serve di jinni maligni – rigorosamente maschi – per spaventare l’umanità e avvicinarla a Dio con l’arma del terrore, Ibn Rushd riesce a contrastare la violenza della fede con l’aiuto di una jinnia benevola, Dunia, e la stirpe dei suoi discendenti per metà umani, ma dotati di poteri magici. Nel lontano 1195, Dunia era stata l’amante di Ibn Rushd, esiliato dalla corte del califfo perché accusato di eresia. Per il tempo di due anni, otto mesi e ventotto giorni – ossia mille e una notte – i due amanti avevano parlato di filosofia e generato innumerevoli figli. Dunia poi era ridiscesa nel mondo di sotto, tra i geni suoi simili, per fare ritorno di nuovo nel XXI secolo, e difendere la terra dalla minaccia rinnovata del fanatismo. Chiamati a raccolta i discendenti della sua numerosa prole, sparsi ai quattro angoli del globo, Dunia si batte per l’umanità. Scoppia, tra New York e il Medio Oriente, una guerra efferata, con effetti speciali da ambo le parti: umani che lievitano, donne che scagliano fulmini dalle dita, mostri, mutaforma e supereroi. Filosofi contro terroristi. Si combatte per un dio che non c’è, jinni contro jinnia, uomini contro uomini. I jinni, creature amorali, fatte di fuoco, mandano sventure terribili sulla terra, si impossessano del corpo degli umani, trasformandoli in assassini fanatici. Infine Dunia e i suoi discendenti hanno la meglio perché sono nel giusto. Sconfitti Ghazali e i suoi accoliti, il mondo terrestre e il mondo di sotto si separano per sempre, gli uomini diventano solo ragione e – unica nota dolente – smettono di sognare.

Rushdie torna al passato per trovarvi le radici e la soluzione fantastica del dissidio che dilania il presente. Il pensiero di Oriente e Occidente, le novelle delle Mille e una notte e personaggi degni dei fumetti della Marvel: tutto concorre nel romanzo a condannare, irridere e sbugiardare l’irragionevolezza dei fanatici.

Una storia dalla costruzione tanto arzigogolata e dalla tesi tanto palese e condivisibile – i pazzi fanatici vanno sconfitti a ogni costo, la ragione un giorno supererà la fede – non riesce però ad avvincere alla lettura come il capolavoro cui il titolo allude. Difficile, tra salti spaziali e temporali, seguire il filo degli eventi, o distinguere tra loro molti dei personaggi, che sono appena tratteggiati, perché servono a rappresentare idee, manie, comportamenti. Nonostante la bravura di Rushdie nell’inanellare storie e aneddoti come una Shahrazad, i suoi personaggi lasciano freddi, con le loro qualità portate all’estremo, le loro vite assurdamente ricche di coincidenze: il veneziano amante delle belle donne che non è più amato da nessuna e per contrappasso corre dietro alle vecchie sdentate, i numerosi ricchi finanzieri uccisi da fulmini a ciel sereno, gli intellettuali divorati dalla personificazione delle loro idee. Neanche i protagonisti, gli eroi positivi lasciano il segno. Resta l’impressione di un insieme disordinato di fatti e personaggi, e sarà forse l’impressione che Rushdie voleva creare.

Accanto a tanta invenzione un po’ di introspezione tocca a Dunia – la jinnia incompresa dal padre e costretta a tradire il suo mondo per salvare gli amati esseri umani – e a Geronimo Manezes, indiano trapiantato a New York, un vecchio giardiniere-filosofo nostalgico del suo paese (difatti lievita, è separato dalla terra in cui vive). Sono due transfughi, come Rushdie. Manezes (che è mezzo uomo, mezzo jinn) sogna Bombay e si batte per una New York pacifica e razionale, ma a costo di perdere i sogni. Dunia lotta perché la filosofia trionfi sulla terra e per questo è estromessa dal Peristan, il regno delle fate.

Nel caos del XXI secolo l’unico punto saldo sembra il passato, la cultura che tutti gli uomini condividono, in ogni Paese del mondo. Abbondano nel romanzo i riferimenti all’arte e alla letteratura, a volte fittissimi in poche righe. Tuttavia, sono i jinni i responsabili delle opere d’arte più fantasiose degli uomini, come lo sono delle loro follie omicide.

Due anni, otto mesi & ventotto notti di Salman Rushdie racconta il sogno paradossale di un futuro di pace possibile solo a patto di rinunciare a quanto di meglio gli uomini forse sono in grado di creare, le favole, i sogni.

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