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“Dove eravate tutti” di Paolo Di Paolo

Dove eravate tuttiIntervista a Paolo Di Paolo

 

Già a chi si limitasse a sfogliarlo in libreria, Dove eravate tutti, l’ultimo romanzo di Paolo Di Paolo edito da Feltrinelli, si presenta come un curioso connubio di prosa e immagini (in prevalenza ritagli di quotidiani); del resto la commistione di vita privata ed esistenza pubblica, dovuta a media fin troppo pervasivi, è una delle ossessioni del protagonista: Italo Tramontana, giovane laureando in Storia contemporanea che si ripropone di compilare una tesi sull’ultimo decennio del 2000. Non avendo nemmeno trent’anni, la sua maturazione politica deve necessariamente rapportarsi alla figura dell’ex premier, oltre che agli eventi della contemporaneità: «La prima volta? l’esame di maturità? la visita di leva (un attimo prima che fosse abolita)? la laurea cosiddetta triennale? Governi Berlusconi II, III, IV. Mi sento costretto a concludere che niente di decisivo nella mia vita fin qui è accaduto senza che ci fosse, da qualche parte, Silvio Berlusconi».

Il limite di Italo è proprio questo, l’incapacità di scindere la realtà personale da quella storico-sociale: «Tutto sta a riattivare la connessione tra i fatti del mondo e i fatti tuoi. […] Dov’eri tu. Dove eravamo tutti». Non sorprende dunque che gradualmente il suo sguardo, insieme al tessuto del romanzo, diventi intimistico. Il protagonista si trova oltretutto a dover arginare la disgregazione della sua famiglia, scaturita proprio da un piccolo e apparentemente insignificante episodio di cronaca: un docente in pensione ha cercato d’investire un suo ex alunno. Quel docente è però il padre di Italo, l’alunno in questione (Thomas) è il moroso della sorella e il tutto sarà il detonatore della frustrazione materna. Italo, allora, interrogando il suo passato cercherà di ripercorrere anche la storia coniugale dei suoi genitori e le piccole crepe, gli impercettibili errori che segnano ogni relazione sentimentale.

 

Ecco dunque la prima domanda per Paolo Di Paolo: davvero le nuove generazioni, che non hanno «sperimentato la cecità pura e violenta dell’ideologia», al di là di velleitarie proteste, sono così indifferenti verso ciò che trascende gli interessi e gli affetti privati? Quanta parte ha in questo proprio la sovraesposizione mediatica?

L’idea che l’ideologia sia cecità pura e violenta appartiene al personaggio e non all’autore, che pure non ne ha mai conosciuto lo slancio. Non credo di avere intorno, tra i coetanei, solo persone indifferenti e ripiegate su se stesse, anzi. È vero però che circola – perfino tra chi protesta più appassionatamente – molto disincanto. La generazione dei padri ce ne ha consegnato molto, e il rischio è che sommato al nostro diventi cinismo.

Una delle tracce sotterranee del testo è la difficoltà nel rapportarsi con l’alterità: «Due corpi sono vicinissimi, si toccano, ma le loro attese restano lontane»; e ancora: «Dove sta la verità su qualcuno? È il risultato delle interpretazioni altrui, così contraddittorie, approssimative […]?». Dove nasce questa distanza e cosa l’ha esasperata negli ultimi decenni?

Non credo che questa sia una questione degli ultimi anni. La distanza tra due corpi è quella da sempre. Si può assottigliare (c’è un bellissimo libro di Derrida in proposito: Toccare, Jean Luc Nancy, sul toccare/essere toccati) ma non sparirà mai del tutto. Resta una zona d’ombra che è insieme avventurosa e inquietante, in qualunque rapporto umano.

La presenza delle scansioni delle prime pagine dei quotidiani, ma anche di grafici e disegni, dà l’impressione di una certa multimedialità del testo: è anche una strategia per accattivare un pubblico giovane? Hai pensato a un target preciso di lettori durante la stesura del romanzo?

Senza dubbio ho pensato anche ai lettori della mia età. Ma il collage mi pare restituisca bene un’idea di bellezza disordinata, di accumulo – che forse è l’unica possibilità per avvicinare, inseguire lo spirito del tempo quando questo tempo è molto vicino. Aggiungo che – se dovessi immaginare nel futuro un romanzo pensato direttamente per una sua fruizione su, mettiamo, iPad – mi piace l’idea che contenga zone intertestuali e multimediali. Possibilità di esperienze diverse dalla pura lettura (visive, uditive) che è comunque l’autore a organizzare e guidare.

Sempre più ragazzi lamentano la difficoltà a introdursi nel mondo del lavoro, tu a dispetto della giovane età hai diverse pubblicazioni alle spalle e collabori con testate giornalistiche nazionali. Quali sono state, oltre al talento, le chiavi del tuo successo professionale e cosa suggeriresti ai tuoi coetanei interessati alla realtà editoriale?

Sicuramente c’è una componente di buona sorte, di coincidenze fortunate. Ma anche l’aver cominciato molto presto. Se uno vuole fare del campo creativo la propria professione, non può occuparsene come ci si occupa di un hobby. È inutile lamentarsi del poco spazio se non ci si mette al lavoro giorno per giorno con passione e tenacia. Due qualità che, unite a un certo rigore (posso dire “serietà”?), possono far sperare in bene.

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