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"Dopo la pioggia", intervista a Tracy Farr

"Dopo la pioggia", intervista a Tracy FarrCon Dopo la pioggia (UnoRosso, 2018) arriva in Italia Tracy Farr, scrittrice australiana trapiantata da una ventina d'anni in Nuova Zelanda, al suo secondo romanzo dopo una carriera da scienziata ma ancora inedita nel nostro paese.

La storia si svolge a Cassetown, una località immaginaria sulla costa australiana dove la famiglia di Iris, una donna di mezza età, possiede da molti anni una casa, che però è stata venduta, di comune accordo, perché il tempo di trascorrervi le vacanze è finito per tutti. Iris e il marito Paul hanno divorziato, mantenendo però un rapporto di amicizia anche dopo che lui si è risposato con Kristin, da cui ha appena avuto una bambina. Tutti coloro che hanno avuto a che fare con la casa di Cassetown vi si ritrovano per un lungo weekend invernale, durante il quale devono svuotarla e decidere quali oggetti conservare prima di consegnarla ai nuovi proprietari.

 

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Il tempo è inclemente, piove in continuazione e queste giornate di forzata convivenza tra persone molto diverse tra loro – Iris, Paul e il loro figlio ormai adulto, Kristin con la piccola, la sorella di Paul con la figlia adolescente – a cui si aggregano amici di passaggio venuti a dare una mano e a celebrare la fine di un'epoca, diventano il pretesto per una grande riflessione sulla famiglia contemporanea, sui mutati rapporti fra genitori e figli, fra ex coniugi e tra fratelli e sorelle. Sullo sfondo si staglia la figura di Rosa, la madre centenaria di Iris, ricoverata in una casa di riposo ma presente nei pensieri di tutti.

Tracy Farr ha gentilmente risposto alle nostre domande su Dopo la pioggia.

 

Come è avvenuto il suo passaggio da scienziata a scrittrice di narrativa?

Da bambina, durante tutto il percorso scolastico, amavo la matematica (eccellevo in questa disciplina) più della scienza, ma adoravo anche la scrittura, la lettura e la lingua inlgese. Nonostante questo, all'università mi sono ritrovata nella facoltà di scienze, attratta da un senso di ordine e chiarezza. Ma appena ho ottenuto la mia laurea in scienze, sono tornata all'università per studiare letteratura, belle arti e teatro.

Ho continuato a lavorare per più di vent'anni nella scienza, con una carriera soddisfacente, però desideravo sempre di più dedicare il mio tempo e le mie energie a scrivere fiction. Gli aspetti della ricerca scientifica che ho apprezzato di più – la soddisfazione nel risolvere enigmi e l'eccitazione della scoperta – li ho trovati anche nella finzione narrativa.

Ho raggiunto quindi un punto in cui scrivere non era più una cosa che facevo nel mio tempo libero, ma era diventato il mio obiettivo primario. Il mio passaggio dalla scienza alla scrittura è stato graduale e in fondo molto naturale, come un ritorno a casa.

"Dopo la pioggia", intervista a Tracy Farr

La natura è sempre molto presente nel romanzo: il mare, la pioggia, la vegetazione sembrano influire sugli stati d’animo dei personaggi. Questa importanza che lei assegna alla natura e ai suoi fenomeni nasce dalla sua formazione scientifica?

Sì, penso proprio di sì. Anche se ho iniziato la mia carriera scientifica lavorando in un laboratorio biomedico, ho finito per dedicarmi alla ricerca sulle alghe, e il fare regolarmente ricerche sul campo in spiaggia ha avuto un'enorme influenza sul modo in cui guardavo il mondo naturale. Ho imparato a osservare il tempo e le maree oceaniche. Ho imparato a registrare e descrivere l'ambiente naturale. Il cambiamento delle mie prospettive scientifiche dal laboratorio alla ricerca sul campo è accaduto in un momento in cui mi stavo impegnando sempre più seriamente sulla scrittura. La natura era presente nei miei scritti prima di allora, ma l'attenzione è cambiata in quel periodo. Sono sicura che c'è una connessione. Il mio background nella scienza continua a influenzare la mia scrittura.

 

La prima cosa che colpisce leggendo il romanzo è la famiglia allargata di Iris, che riesce a radunare intorno a sé figlio, nipote, cognata, ex marito e nuova compagna di questo senza che tra loro esplodano conflitti e rancori, ma nella realtà non è facile vedere persone in grado di divorziare e di mantenere un rapporto positivo con l’ex marito, o moglie. Perché Iris non porta rancore all’ex marito che le ha preferito un’altra?

È una santa, sul serio! Penso che gran parte della risposta sia nel tempo: è passato del tempo da quando Paul ha spezzato il cuore di Iris. I suoi sentimenti sono cambiati, dal dolore acuto del crepacuore e del tradimento, attraverso il dolore cronico della perdita, alle sue sensazioni di oggi: accettazione, un diverso tipo di amore, ma sempre smorzato rispetto a quel vecchio tradimento. Vediamo un assaggio nella sezione centrale del romanzo, che spero dia un'idea dei sentimenti di Iris. Accettare Paul, con tutte le sue colpe, le consente di mantenere questa famiglia grande, rumorosa e preziosa nella sua vita.

Parte della mia motivazione a ritrarre una relazione così positiva è che la vedo nella mia famiglia allargata e ho voluto rifletterci nel romanzo. Ad esempio: i miei genitori divorziarono quando avevano circa trenta, quarant'anni. Ma quando mia madre si risposò vent'anni anni dopo, fu il suo ex marito (mio padre) che l'accompagnò all'altare. Mia madre, il suo nuovo marito e il suo ex marito rimasero buoni amici e andavano spesso in vacanza insieme. Il passare del tempo aveva spostato l'attenzione dal tradimento e dal dolore del matrimonio fallito dei miei genitori. Allo stesso modo, il mio ex compagno è un caro amico, e rimane una persona importante nella mia vita anche se sono passati quasi trent’anni da quando ci siamo separati.

 

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La parte centrale del romanzo ci racconta la vita di Rosa, la centenaria madre di Iris, risalendo nel tempo fino alla sua nascita. Come mai ha scelto questa curiosa narrazione a ritroso e quando ha pensato di inserirla nella vicenda presente? Non ha avuto paura di disorientare un po’ il lettore?

La struttura insolita è arrivata molto tardi nel processo di scrittura, come soluzione a un problema. Ci sono due filoni in questo romanzo: la storia moderna, ambientata nella casa delle vacanze di famiglia in un lungo weekend piovoso; e la narrazione storica, raccontando il retroscena di Rosa (la madre di Iris) e di tutta la famiglia. Ho scritto questi fili nello stesso periodo, ma li ho tenuti separati, però il mio problema era come combinarli. Per me era importante che nella narrazione moderna l'attenzione fosse limitata nel tempo e nello spazio alla casa delle vacanze, al fine settimana piovoso. Volevo che il lettore sentisse di essere dentro la casa con la famiglia. Così mi sono chiesta come potessi unire le due tracce senza infrangere l'incantesimo (per i personaggi e per il lettore) dell'essere tutti nella casa.

Durante tutto il processo di scrittura e revisione, ho temuto che il problema potesse essere insolubile. Forse ero finita in un angolo, e non c'era un modo soddisfacente di sposare questi due fili in un unico romanzo. Ho mantenuto il problema nel mio subconscio mentre lavoravo sui filamenti separati. Un giorno ho scritto sul mio taccuino: «Qualcosa mi è balenato nella mente la scorsa notte: forse la storia di Rosa è raccontata in prima persona, dalla fine all'inizio». Mi sono resa conto che aveva molto senso collocare la parte storica nel cuore del romanzo e viverla all'indietro dal punto in cui si interseca nel tempo con la situazione moderna. La vita di Rosa è vissuta all'indietro ("disfatta"), poiché la vita condivisa della famiglia nella casa non è stata realizzata. Finiamo la sezione centrale alla nascita di Rosa, cento anni fa, ed emergiamo nella bimba sveglia in casa nel cuore della notte nella narrativa moderna. Tutto si connette.

L'intero romanzo gioca con il tempo in modi diversi, sebbene quella sezione centrale sia l'esempio più audace. Ho fatto attenzione ad aggiungere titoli che segnano il tempo e la sequenza, ma anche così, è vero, c'è il rischio che sia disorientante. I lettori però mi hanno detto che provano uno scossone quasi fisico quando si imbattono in quel passaggio dalla narrativa moderna di un momento presente che guarda in avanti a una narrativa storica rovesciata. Questo cambiamento è, penso, ciò che fa funzionare il romanzo.

"Dopo la pioggia", intervista a Tracy Farr

Tutti i personaggi sono profondamente legati alla casa in cui si ritrovano per l’ultima volta tutti insieme, dopo aver deciso di lasciarla per sempre. È positivo avere un posto del cuore dove tornare oppure è meglio non legarsi troppo alle case, ai luoghi?

C'è il rischio di investire troppo, affettivamente, in una casa o in un luogo. Il luogo potrebbe cambiare, oppure potresti perdere la possibilità di andarci. Eppure c'è qualcosa di fondamentale nel connettere un luogo, nella vita reale, nella memoria o nella scrittura.

In un certo senso, i miei primi due romanzi sono lettere d'amore per luoghi che sono importanti per me, ma che spesso avverto come molto distanti sia nel tempo, sia nella geografia. Sono cresciuta a Perth, in Australia, ma non vivo lì da quasi trent'anni. L'Australia e la Nuova Zelanda sono vicine l'una all'altra, eppure Wellington (dove vivo ora) è a più di cinquemila chilometri da Perth. Il mio primo romanzo, The Life and Loves of Lena Gaunt, è ambientato principalmente a Cottesloe Beach, a Perth, dove sono cresciuta e dove la mia famiglia ha forti legami. Dopo la pioggia, il mio secondo romanzo, è ambientato in una città immaginaria che è una combinazione di luoghi a poche ore di auto a sud di Perth, dove ho trascorso le vacanze da bambina, da adolescente e ventenne. Sono tutti luoghi che rimangono importanti per me. Avendone creata una versione narrativa, posso sempre tornare da loro.


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Per la prima foto, copyright: Philippe Tarbouriech su Unsplash.

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