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Dodicesima giornata delle lingue europee, ma l’Italia non ci sta

Giornata europea delle lingueInglese, francese, tedesco, spagnolo e italiano. Ma anche romeno, polacco, greco, bulgaro, ceco e molte altre. 24 in tutto, considerando che dal 2013 tra le lingue dell’Unione c’è anche il croato. Una Torre di Babele estesa neanche 11 milioni di km quadrati che proprio nei rapporti tra gli elementi base di questo multilinguismo ha molti dei suoi valori e molta della sua storia.

È così che, dal 2001, il 26 settembre di ogni anno è dedicato alla celebrazione delle lingue europee, le due dozzine di idiomi ufficiali dei paesi Ue alle quali si sommano le parlate di oltre 60 comunità autoctone. Senza dimenticare le lingue parlate dai cittadini originari di altri Paesi e continenti. Proprio a questo, a non dimenticare, dovrebbe servire la “giornata”, anche se il suo interesse, dal 2001, Anno europeo delle lingue voluto da Unione europea e Consiglio d’Europa pare sia andato via via scemando.

Restando all’interno dei confini nazionali, ad esempio, poche e sporadiche sono le iniziative orientate alla cultura linguistica, e perlopiù rivolte a dialetti e parlate locali che, per quanto culturalmente importantissimi (lo dico da appassionato di linguistica) al massimo possono consentire di colloquiare con il proprio vicino di casa. Ammesso che sia autoctono. Davvero misere, invece, le iniziative rivolte a chi vorrebbe, o magari dovrebbe, imparare almeno un’altra lingua per inserirsi nel mondo del lavoro o, nella migliore delle ipotesi, per viaggiare senza il rischio di far figure barbine. Molto sembra esser lasciato all’iniziativa privata, soprattutto di istituti scolastici o, al di fuori di questi, agli sforzi di gruppi di aficionados di Babele.

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Se molto spesso si sentono autorità locali promettere la tutela del dialetto (di fronte a gente che perde il senno se solo gli dici che il suo è un dialetto, ché una lingua è altra cosa) difficilmente gli stessi politici stanziano fondi per favorire l’apprendimento di una lingua straniera. Proprio ai nostri politici, anzi, dobbiamo perle linguistiche come “Gògol” (chi se lo ricorda? È il Google di Berlusconi), il maccheronico “pliis, visit Italy” (nell’appello urbi et orbi di Rutelli) e l'ambiguo “Ai em mai uaif” (gridato da Clemente Mastella direttamente in faccia alla polizia che aveva formato sua moglie a Bruxelles).

Recentemente, proprio a ridosso della Giornata delle lingue europee 2013, è stata ancora una volta l’Italia a distinguersi, portando il Tribunale della Corte di giustizia Ue a stabilire che tutti i bandi di concorso per lavori nelle istituzioni europee dovranno essere pubblicati integralmente in tutte e 24 le lingue ufficiali dell'Unione. Poteva essere un passo stimolante verso l’apprendimento di un’altra lingua (dal 2008 l’Ue aveva scelto inglese, francese e tedesco come principali per comodità), invece l’Italia ha preferito distinguersi dagli altri con un “no”, e il Tribunale europeo le ha pure dato ragione. E guai se provate a spiegare che la tutela della lingua di Dante è altra cosa e si fa in altro modo. Un nugolo di italioti potrebbe assalirvi, e riservare a voi lo stesso trattamento che da qualche anno riserva al congiuntivo.

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