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Docufilm – “The White Soldier” di Danielle Zini

The White Soldier di Danielle ZiniChissà cosa sta pensando in questi giorni The White Soldier, che non è solo il titolo del film presentato in anteprima italiana allo scorso Biografilm Festival bolognese e che non sappiamo se avrà accesso nelle sale italiane, ma anche il personaggio che la regista Danielle Zini ha voluto filmare.

The white soldier è stato creato dall’artista performativo Yuda Braun, israeliano «non praticante» che ha servito nell’esercito del suo Paese. «Il fatto stesso che ognuno di noi sia tenuto a entrare nell’esercito, è qualcosa con cui siamo nati e cresciuti. Sì, a volte ho pensato che sarebbe bello essere in altri Paesi, ma d’altronde questa è la nostra realtà e dobbiamo confrontarci con essa, dobbiamo reagire in qualche modo ad essa», è stata la risposta della Zini a una delle domande che le sono state poste. La reazione di Yuda Braun è stata lasciare l’esercito e intraprendere un progetto artistico.

Danielle Zini, sua vicina di casa per sei anni, lo ha supportato e ha poi deciso di filmare la performance per farle varcare le frontiere israeliane. Così è nato The White Soldier, a metà tra documentario e videoarte.

La camera segue Yuda Braun e il suo compagno in un viaggio spazio-temporale nei luoghi del conflitto tra Israele e Palestina. Vestito di una divisa bianca, imbracciato un fucile giocattolo, the white soldier si aggira tra l’erba alta. Questo è l’inizio del film. Si appiatta, corre veloce e di nuovo scompare. Poi è la volta del suo compagno. Così i due, lentamente, avanzano. Il loro sembra un gioco infantile di avvicinamento tattico a un obiettivo invisibile. L’effetto straniante è immediato.

Yuda Braun mima le azioni dell’esercito israeliano. Non lancia bombe o missili, ma scorta manifestazioni, perlustra territori deserti, compie sopralluoghi nelle abitazioni, chiede documenti, costruisce barricate. Le sue parole non mimano, però. Il soldato bianco si mantiene neutro e vago nelle risposte ai curiosi che lo avvicinano. Avanza, un po’ buffo eun po’ ingessato, in quel suo bianco calcinato dagli infiniti possibili simboli che lo rende una figura fantasmatica o un cartoon sovraimpresso sull’assurdità di una realtà concreta indecifrabile. La sua è la presenza surreale di chi sa di «essere una macchina», dopo aver deciso di non esserlo più, e vuole «prendersi gioco di loro». Yuda Braun materializza il suo disagio di ex-soldato, il fallimento della politica del suo Paese e le contraddizioni di Israele. Fuori campo, voci raccontano: veniamo a sapere che l’artista ha visto in televisione sua madre venir trascinata sanguinante fuori dalla casa in cui abitava nella Striscia di Gaza. Ma The White Soldier vuole solo generare domande e reazioni. La sua non è una critica definitoria e assertiva, ma una provocazione ferma e ponderata.

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E il film di reazioni ne ha ottenute. Al passaggio del soldato bianco, c’è chi lo fissa attonito non capendo, chi si spaventa, chi sorride dopo aver compreso, chi assale l’artista e gli urla se uno di sinistra come lui pensa di fare bene al suo Paese. Yuda Braun e la sua troupe hanno anche subito più volte arresti dalla polizia: oltre a essere imbarazzanti, avevano filmato in luoghi off limits.

Ora, però, in Israele il soldato bianco è conosciuto. Il volto dolce e pulito di Yuda Braun compare alla televisione. È tempo perché The White Soldier, prodotto da Yair Moss nel corso di tre difficilissimi anni, esca da Israele.

Danielle Zini ha comunicato l’intenzione di pubblicare sul sito whitesoldier.com l’intero filmato, già selezionato a IDFA 2013 e vincitore del Dioraphte Award Film Festival 2013. Intanto, vi trovate clip e interviste, che potreste guardare ricordando queste parole di Yuda Braun: «Penso che quando cresci con una forte coscienza militante, ti assumi una responsabilità. Se succede qualcosa che ti fa infuriare, esci e fai qualcosa. Noi restiamo della stessa opinione». Frasi che riassumono il motivo per cui è nato The White Soldier.

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