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Dobbiamo riscoprire l’importanza del dono e della riconoscenza. Intervista a Davide Grittani

Dobbiamo riscoprire l’importanza del dono e della riconoscenza. Intervista a Davide GrittaniSe volessimo sintetizzare al massimo La rampicante (LiberAria) di Davide Grittani potremmo dire che è un romanzo sul dono in generale, e in particolare su due forme che questo può assumere: la donazione di organi e l’adozione. Ma come sempre accade in lettura il come questi due nodi narrative sono gestiti è funzionale a scardinare alcune verità che il lettore potrebbe essere convinto di possedere in forma granitica.

Proprio da questi due aspetti abbiamo iniziato la nostra chiacchierata con Davide Grittani.

 

Il libro pone due questioni molto spinose dalle quali vorrei provare a partire per questa nostra intervista. La prima riguarda il trapianto d’organi. A beneficiarne sarà Cesare Graziosi, un sessantenne dalla condotta etica a dir poco riprovevole. Secondo lei una situazione come questa rivela la forza o la debolezza del concetto della donazione come scelta gratuita e dunque senza vincoli, inclusi quelli legati alle qualità morali della persona ricevente?

Rivela, molto più semplicemente, la ferocia e l’indispensabilità del caso. Rivela come nessuna delle cose per cui facciamo il tifo, per cui preghiamo che s’avveri, finisca per manifestarsi nel momento, nelle dimensioni e nel mondo in cui speriamo lo faccia. Ma in altri modi, con altre liturgie. Ignorando il nostro bisogno, seguendo invece logiche che non è possibile comprendere.

Nel romanzo è ovviamente una provocazione, la donazione di una nuova vita – attraverso l’arrivo degli organi che lo salvano dal sicuro decesso – avviene a beneficio di sor Cesare Graziosi, che anziché trarre insegnamento da un gesto irripetibile continua a condurre la sua spregevole vita, come ha sempre fatto. Questa contraddizione rappresenta un detonatore, l’esplosivo che fa saltare la storia, che la manda gambe all’aria e che rende – da quel momento in poi – tutto possibile.

In realtà, almeno a me, appare evidentissimo che della donazione in genere, di quella degli organi in particolare, in Italia si abbia una scarsa cultura etica, perché ritenuti atti dovuti che per una forza superiore del destino devono comunque avvenire. Questa presunzione non solo non fa parte della vita, ma non fa parte nemmeno della letteratura: che invece lega la maggior parte dei suoi capolavori al tema della morte, della sua ineluttabilità. È come se a parlare della vita, si abbia paura, perché ritenuta una cosa per deboli, per sdolcinati, non sufficientemente trendy. Ci pensi anche lei, se posso permettermi.

 

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Mi permetta una domanda eccessivamente diretta: cos’è il dono per lei? E cosa significa donare?

Il dono per me rappresenta la capacità di saper rinunciare un po’ a sé stessi, al proprio ego e alla propria vanità. Soprattutto in ambito editoriale e giornalistico, trovo che generosità e solidarietà abbiano lasciato il posto a una pratica onanistica e autoreferenziale molto preoccupanti. Non serve donare nel senso oggettivo del termine, ossia privarsi di qualcosa. Non serve contabilizzare economicamente un atto umano, serve piuttosto capire quanto vale per noi stessi un gesto del genere. Ecco perché, quando storie come La rampicante si presentano al Lettore, prende piede l’interrogativo che anche un collaboratore di Sul Romanzo ha posto a me, come autore, e ai Lettori della rivista come appassionati di libri: possibile che si riesca a parlare di donazione solo in presenza della morte? Beh, la risposta è nella domanda. Perché solo in presenza di un traguardo senza ritorno, ci si rende conto delle cose per le quali non abbiamo mai restituito abbastanza. E nella vita di ognuno di noi, ce ne sono moltissime. Non solo materiali, anzi.

Dobbiamo riscoprire l’importanza del dono e della riconoscenza. Intervista a Davide Grittani

Nel caso del trapianto d’organi, in Italia non è possibile conoscere l’identità del donatore. Mi sembra che lei invece propenda per la rivelazione. Perché secondo lei è importante che si conosca il donatore? Quali meccanismi potrebbe attivare nei riceventi?

Io sento la mancanza di una donazione consapevole, reale, convinta. Quando si vanno a fare, o a rifare, i documenti di identità, il funzionario dell’anagrafe chiede – piuttosto meccanicamente – se si è favorevoli o contrari alla donazione, perché – per Legge – va indicato nei documenti. Bene, lei pensa che da genitore, appunto rifacendo i documenti dei miei figli piccoli, a me possa venire in mente il fatto che quei bambini possano diventare donatori virtuali? Ovviamente no!

Questo intendo dire, che quando poi si verificano le condizioni della donazione, non si ha mai abbastanza modo e tempo, e forse nemmeno la volontà, di fermarsi a pensare al gesto, al gesto in sé. Solo al gesto, dico. Al gesto di chi morendo salva la vita di un uomo, o al gesto – sebbene passivo – di chi ricevendo l’organo di un altro rinvia il suo appuntamento col destino. Io sono favorevole alla rivelazione dell’identità dei donatori perché, nel 2019, con la tecnologia e i mezzi a nostra disposizione, non ha praticamente più senso coprire con un muro così fragile un gesto che, se condiviso con grande civiltà, può essere di straordinaria maturità civile e culturale. Si fa molto presto a capire che, in un dato incidente a una data ora del giorno e della notte, un donatore ha favorito lo svolgimento di un dato trapianto. Tutti sapevano, ad esempio, del grande gesto di civiltà dei genitori di Marta Russo, la studentessa brutalmente assassinata all’interno de La Sapienza a Roma. Eppure le dico, conosciamo tutto dei due assassini – condannati in via definitiva dalla Cassazione –, conosciamo tutto delle loro aberrazioni, delle loro fissazioni, della loro difesa, di come si vestivano e di cosa pensavano, ma non sappiamo niente della vita che Marta ha donato dopo la morte. Perché? Le rigiro la domanda, se vuole. Perché? Cos’è che ci fa così paura? Forse che i morti possano insegnarci, molto paradossalmente direi, com’è che si sta al mondo?

 

Parlando del suo romanzo, Dacia Maraini chiosa: «Nelle mani del lettore, alla fine del libro, resta l’interrogativo che forse sta alla base di tutte le coscienze: ci siamo meritati tutto ciò che abbiamo avuto?» Perché è importante interrogarsi sul merito in questo contesto?

Dacia non si riferisce al merito come classicamente lo intendiamo noi. Al merito degli studenti. Al merito professionale. Al merito sportivo. Al merito artistico. Dacia si riferisce, abbastanza acutamente direi, alla sostanza del merito. Al nostro rapporto con ciò che abbiamo avuto e ciò che invece abbiamo dato, che non deve necessariamente essere in pari, ma che quanto meno deve – o dovrebbe – rappresentare un riferimento, un modo per darsi dei contenuti, degli orientamenti. Qui non si tratta di essere buoni o cattivi, non si tratta di sapere da che parte si sta, ma molto di più. Qui si tratta di essere consapevoli, anche della cinica fortuna che si è “accanita” in nostro favore. Una frase di una canzone di Niccolò Fabi dice, molto categoricamente, «facciamo finta che chi fa successo… se lo merita». Non credo che il cantautore romano si riferisse esplicitamente e solo ai suoi colleghi, ma a tutta una categoria umana di persone che indubitabilmente hanno avuto più di ciò che avrebbero meritato. Qui è in gioco il regno sovrano della mediocrità, soprattutto di quella etica e morale.

Dacia Maraini – che nella sua letteratura si è sempre fermata a chiedersi che piega stava prendendo il suo tempo, e lei stessa dentro al tempo che stava vivendo – leggendo il romanzo ha chiesto «ci siamo meritati ciò che abbiamo avuto?». Lo abbiamo mai fatto? Perché già questa domanda, ad esempio, sarebbe una prima donazione. Verso l’umiltà, che ormai pare una musa sfuggente a cui nessuno più osa rivolgersi.

Dobbiamo riscoprire l’importanza del dono e della riconoscenza. Intervista a Davide Grittani

All’altro capo del dono dovrebbero esserci riconoscenza e gratitudine. Siamo ancora in grado di provare questi sentimenti?

In rare, rarissime occasioni, ho visto piena consapevolezza della riconoscenza. Veramente rarissime occasioni. Perlopiù per mano di anziani e bambini, categorie umane lontane dalla condizione di arroganza e presunta superiorità in cui agisce la maggior parte degli adulti. Ecco perché La rampicante è un romanzo in cui, i veri protagonisti dell’intreccio, sono bambini. La loro legge, semplice e spietata.

 

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L’altra questione è quella dell’adozione, o meglio di un ragazzo che scopre di essere stato adottato e dunque pone domande sulla sua famiglia di origine. Anche in questo caso ci troviamo dinanzi a un dono e a identità nascoste, anche se i motivi sono diversi. È un caso o sono due aspetti sui quali ha voluto interrogarsi attraverso il romanzo?

Non è affatto un caso. La rampicante è un romanzo con al centro il concetto del dono, del saper donare. Ma questa scommessa implicava tre grossi interrogativi, da parte dei miei personaggi. Sapersi accorgere di aver ricevuto un dono (Riccardo viene adottato, ma non riesce a rendersi conto del dono straordinario che ha ricevuto, nonostante il rapporto coi suoi sia conflittuale); saperlo meritare (Riccardo corre tutta la vita dietro a una domanda, senza rendersi conto che le risposte che cerca sono più prossime di quanto non creda); e saperlo dimenticare (che è la condizione più importante per me, e che ha a che fare proprio con la donazione degli organi, ma solo dopo che siano piene e mature la consapevolezza e la maturità di aver accolto il senso più nobile della vita, la sua rigenerazione). Il romanzo è un romanzo articolato, complesso ma al tempo stesso di facile lettura e – mi dicono, mi scrivono – di grande godibilità, di doti letterarie, lingua nobile, suggestioni letterarie e vere emozioni umane. Io non credo di essere capace di scrivere diversamente, di essere capace di occuparmi di una cosa – di una storia – conservando in maniera militaresca il mandato di portare la narrazione dove dev’essere portata. Ecco perché all’interno de La rampicante convivono mille anime, mille microstorie, mille sentimenti che incastrandosi tra loro portano al compimento di un’unica grande storia. A chi – pochissimi per la verità – dice che si tratta di una storia sdolcinata e per cuori deboli, rispondo ricordando che è una storia in cui si susseguono un’adozione tormentata, un tentativo di incesto, la morte di una madre e del miglior amico del protagonista, quindi un trapianto di organi e il tentativo di un figlio di uccidere suo padre su commissione: se il romanzo conserva un tratto identificativo suo proprio, è quello di un cinismo e di un’equidistanza che sono la fortuna di una narrazione tutt’altro che dolce, anzi a tratti molto molto dura. Però, ovviamente, ognuno legge e rilegge come può, come vuole. Ci mancherebbe!

 

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La rampicante del titolo è l’edera che lei ha più volte indicato come esemplificatrice del destino che si aggrappa dove può. Ma nel romanzo c’è un personaggio, la bambina Edera che soffre di paracusia. Perché al centro di questa storia una bambina? E per quali ragioni proprio un disturbo di allucinazioni uditive?

Per le ragioni che le dicevo prima. I bambini sono decisamente al centro di questa storia, la loro innocenza ma anche il loro cinismo. Perché in quel momento del romanzo, che aveva raggiunto un equilibrio narrativo tra i personaggi in ballo, mi serviva l’ingresso di un personaggio che fungesse da detonatore. E una bambina affetta da una stranezza, non da una malattia, era la ragione migliore per spaccare in due la trama, gli avvenimenti. Questa bambina, col suo disagio e con la sua paracusia, rappresenta insieme un elemento di mistero e di saggezza, di stregoneria e di calma. Integra perfettamente col resto delle persone che popolano questa storia, ma al tempo stesso rappresenta un po’ la voce delle loro coscienze: lei sa di tutti; lei parla al posto di tutti; lei sembra conoscere il destino di tutti, ma lascia che si compia. Come l’edera, come la forza e l’ineluttabilità della rampicante.

Edera è un personaggio molto amato, che mi sta portando molta fortuna. Ma soprattutto che mi sta dando molta gioia, la gioia di aver raccontato una parte di mondo cogli occhi dei bambini. Per me, semplicemente impagabile.


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Per la prima foto, copyright: Sharon McCutcheon su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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