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Diventare una tribù di schiavi – Milo nel rogo dei bulgari di Puglia

Diventare una tribù di schiavi – Milo nel rogo dei bulgari di PugliaNel ghetto le fiamme si alzano cupide. Divorano le tende, le baracche, le roulotte. Il capobranco, Milo, osserva disfarsi sotto i suoi occhi l’accampamento. Siamo vicino Manfredonia, è febbraio, e il ghetto dei bulgari brucia perché qualcuno ha lasciato una bombola troppo vicina a una cicca accesa.

 

«Che ne sarà di noi, adesso? Chi ci darà un riparo, la notte? O da mangiare?»

Il fumo acre delle plastiche fuse e i pianti dei bambini mi fanno immaginare di essere in un racconto oltre il tempo: da un lontano futuro di inciviltà. Invece siamo in Puglia, nell’inverno 2016, e tutti parleranno di questo rogo insensato.

«Dovremo tornare in Bulgaria, ma non ce lo possiamo permettere. Siamo europei anche noi, cristo!»

 

Milo è impotente di fronte a questo fuoco che, ritualmente, brucia il passato per aprire tutto a una nuova via, una nuova pista. Ma quale? Le donne guardano impassibili le fiamme, allattando i bambini al petto. Gli anziani scuotono la testa. Nessuno può salvare nulla, perché quel che brucia è un ammasso di immondizia cancerosa usata per dormire, vivere, far l’amore. Domani qui ci sarà una montagnola fumante di veleno: un blob marrone scuro, un’onda gommosa e maleodorante. Tutto questo è Italia, Europa, Puglia…

 

«Dove andrò? Dove? Qui non ci torno più», dice Milo e poi sputa per terra.

I bulgari, questi bulgari che vengono tutti dalla medesima regione, dagli stessi villaggi, sono i discendenti dei nomadi che arrivarono dalle steppe a occupare una parte d’Italia. Nei loro occhi, nelle loro parole, il segno inestinguibile di un destino mobile.

 

«Andremo altrove. Magari in Grecia. Lì possiamo ricominciare a vivere»

Se vivere si può chiamare questo girovagare come circensi tra un sistema e l’altro, aspettando che un rogo si porti via il passato più vicino.

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Diventare una tribù di schiavi – Milo nel rogo dei bulgari di Puglia«Ci hanno pagato una miseria, l’estate scorsa. Per questo non viviamo nelle case. Io ho fatto la raccolta del pomodoro per undici euro al giorno. Ho lavorato per dieci ore. Sai cosa significa, vero? Che tu, che sei europeo come te, ti arricchisci su di me… Contro di me!»

 

Nella mancanza di diritto si rivela la sperequazione interna all’Unione Europea: tra europei di serie A e di serie B. Ma la serie B è lunga, e noi, italiani, siamo al vertice di una classifica che si allontana sempre più da quella più nobile. È un campionato nel quale perdono tutti, non vince nessuno.

 

«Magari in Grecia ci compriamo un campo e finalmente nessuno viene a rompere»

Come in antichità, quando i loro antenati portarono braccia, donne, bambini. Rinnovarono la vecchia Europa. La cambiarono negli usi, nella bellezza, nella cultura. Da qualche parte devono pur insediarsi, se non vogliono più lottare contro il fato e contro il fuoco.

 

«Ma la stagione in Puglia non la facciamo più. Ce ne andiamo tutti. Non ce la facciamo a vivere con trecento euro al mese. Non siamo delle bestie, noi»

 

L’amara constatazione di una condizione subumana. Loro non sono bestie, ma i nostri sfruttatori e caporali sì che lo sono. Questa piccola tribù bulgara è stata spogliata della dignità dai caporali e dalle imprese agricole della Capitanata. Sono stati immiseriti, abbattuti da loro. E adesso, tra queste fiamme rabbiose, decidono di abbandonare questo campo di internamento e di lavoro forzato che si chiama Italia.


Segui il nostro speciale I nuovi schiavi. Reportage tra i lavoratori agricoli.

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