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Divagazioni Shakespeariane #2 – I due “gentiluomini” di Verona

Divagazioni Shakespeariane #2 – I due “gentiluomini” di VeronaNel lontano 1998 John Madden, con l’aiuto di un sempre geniale Tom Stoppard, partorisce Shakespeare in Love, fortunato e pluripremiato film che tutti noi fan sfegatati di Shakespeare abbiamo amato e odiato a fasi alterne. La pellicola offre un ritratto abbastanza accurato della società elisabettiana, insieme a un resoconto iper-romanzato di una parte della vita del celebre drammaturgo di Stratford-upon-Avon. In una delle prime scene del film, l’impresario Philip Henslowe (interpretato da Geoffrey Rush) discute con un giovane Shakespeare (Joseph Fiennes) a proposito dei drammi più in voga a quel tempo, ovvero il Doctor Faustus di Christopher Marlowe e… un’opera teatrale, senza nome, che prevede una scenetta tra un clown e un cane dotato di gorgiera. Sorpresa, sorpresa: l’opera in questione esiste veramente ed è stato proprio il caro William a scriverla anche se, ovviamente, oggi non se ne parla quasi mai. Stiamo parlando di The Two Gentlemen of Verona (“I due gentiluomini di Verona”), tema di questa mia seconda divagazione shakespeariana. L’obiettivo è sempre lo stesso: portare alla luce potenzialità e problematiche dei drammi shakespeariani che oggi sono finiti un po’ nel dimenticatoio, perlomeno in Italia. E di problemi qui ne abbiamo da vendere.

Raccontare la trama di un’opera non è mai saggio, ma qui è indispensabile per capire al meglio ciò di cui stiamo parlando. Senza contare, poi, che la trama dei Two Gentlemen fa concorrenza a qualsiasi soap opera che si rispetti. Facciamo un bel respiro profondo, dunque, e partiamo, cercando di non dilungarci troppo.

La scena si apre nella bella Verona dove facciamo la conoscenza di Valentine e Proteus, due giovani super amiconi in procinto di salutarsi. Valentine, infatti, sta partendo per la corte del Duca di Milano e cerca di persuadere il suo migliore amico ad andare con lui, ma Proteus non vuole sentire ragioni: è innamorato perso di Julia e vuole restare a Verona a corteggiarla. Valentine, allora, lascia l’amico e si imbarca per Milano (lo sappiamo… Shakespeare era un asino in geografia). Facciamo conoscenza dell’entourage dei due ragazzi composto da Speed – fido servitore di Valentine e abilissimo nei giochi di parole – e da Launce e Crab, il famoso cane-con-gorgiera cui abbiamo già accennato. Launce è il servitore di Proteus e si contraddistingue per la complicata relazione col suo amico quadrupede che è anche frutto di numerosi siparietti comici nel corso di tutta la commedia.

 

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Divagazioni Shakespeariane #2 – I due “gentiluomini” di Verona

Veniamo a sapere che Julia ricambia i sentimenti di Proteus, ma gli ostacoli sono dietro l’angolo: il padre di Proteus decide di inviare il figlio a Milano al fine di completare la sua educazione da gentiluomo. Il giovane, disperato, è costretto a partire, ma non prima di essersi scambiato anelli con Julia e di averla inondata di toccanti promesse di eterna fedeltà e amore imperituro. Non ci crede nessuno: gli amori a distanza sono complicati e già sentiamo nell’aria puzza di fregatura. Nel frattempo, anche a Milano albergano i problemi di cuore visto che Valentine si è innamorato di Silvia, la bellissima, perfettissima e corteggiatissima figlia del Duca. Valentine chiede a Proteus di aiutarlo a conquistare la ragazza, ma qui iniziano i dolori: Proteus, infatti, si è innamorato di lei a sua volta ed è determinato ad averla. Così, infatti, dirà nel tremendo monologo in cui ci comunica i suoi intenti:

PROTEO – A lasciar la mia Julia, io mi farò spergiuro; a innamorarmi della bella Silvia, io mi farò spergiuro; a far torto all’amico, ancora più spergiuro mi farò; e a fare questo triplice spergiuro m’induce ancora e sempre quel potere che mi strappò il primo giuramento: amor m’impose allora di giurare, amor m’impone d’essere spergiuro. […] Non so cessar d’amare; eppur lo faccio: cesso d’amare chi dovrei amare. Io perdo Julia e perdo Valentine; ma se conservo loro, devo per forza perdere me stesso. Se invece perdo loro, per Valentine ritrovo me stesso, per Julia, trovo Silvia. Voglio più bene a me che ad un amico, perché l’amore è il bene più prezioso […] Voglio dimenticar che Julia è viva, e ricordarmi solo che il mio amore per essa è morto: quanto a Valentine, vorrò tenerlo ormai per mio nemico, e preferire alla sua amicizia quella di Silvia, tanto più soave.

 

Mentre noi esultiamo per la candidatura all’Oscar di Proteus come “amico e fidanzato dell’anno”, la sfortunata Julia decide di scappare da Verona, travestirsi da un uomo di nome Sebastian, per poter così rivedere il suo amato a Milano. A questo punto inizia il delirio: Valentine e Silvia decidono di fuggire assieme, ma vengono traditi da Proteus che spiffera tutto al Duca. Valentine è esiliato e fugge nella foresta dove diventerà capo di un gruppo di banditi; Silvia è rinchiusa nelle sue stanze e deve sorbirsi le avances di Proteus mentre Julia/Sebastian assiste, impotente, alle azioni del fidanzato. Silvia respinge Proteus, disgustata dal suo comportamento nei confronti di Julia, e scappa da Milano per poter raggiungere Valentine. Proteus, assume Sebastian “al suo servizio” e insieme inseguono Silvia nella foresta.

La poveretta è stata catturata dai banditi, ma viene salvata da Proteus il quale, scalando rapidamente il nostro indice di gradimento nei suoi confronti, tenta di violentare la ragazza, esasperato dal suo ennesimo rifiuto. Fortunatamente, Valentine ha assistito di nascosto alla scena e giunge in suo soccorso, denunciando le nefandezze dell’“amico”. E qui, cari amici, assistiamo a uno dei finali più incredibili di sempre:

PROTEO – Valentine, perdonami! Colpa e vergogna m’hanno annichilito. Se un rimorso sincero ed accorato può essere riscatto sufficiente a quest’offesa, te l’offro umilmente: il dolore che provo ora per essa è grande come il male che ho commesso. 

VALENTINO – E d’esso io mi tengo soddisfatto, e t’accolgo di nuovo tra gli onesti. Chi, di fronte a un sincero pentimento non si ritenga pago e soddisfatto, non merita né il cielo né la terra, ché questi d’esso entrambi si compiacciono, e il pentimento, se vero e sentito, placa la stessa collera di Dio. Ed io, per dimostrarti la schiettezza del mio perdono, Proteus, tutto quel che può esser mio in Silvia lo dono a te.

 

Quindi, per capirci, Valentine non solo perdona Proteus, ma gli offre anche Silvia. Julia, udita la notizia, sviene (come darle torto) e così il suo travestimento viene scoperto. Proteus si ricorda, improvvisamente, del suo amore per Julia e i due hanno modo di riconciliarsi. Ottenuto il perdono del Duca, Valentine e Silvia possono sposarsi e invitano Proteus e Silvia a fare lo stesso.

Divagazioni Shakespeariane #2 – I due “gentiluomini” di Verona

Tutto è bene ciò che finisce bene, dunque, ma noi di certo siamo rimasti con l’amaro in bocca. E non ci sorprende sapere che i critici, nel corso dei secoli, hanno più volte screditato e/o volutamente trascurato questa commedia. La trama di per sé non è nemmeno così originale se inserita all’interno del canone shakespeariano e non lo sono nemmeno le sue tematiche principali come la giovinezza, l’amicizia tra uomini “minacciata” dalla possibilità di intraprendere una relazione romantica con una donna, ecc. Sono tutti elementi che l’autore va ad esplorare in maniera più o meno approfondita in altre opere. The Two Gentlemen of Verona, infatti, è il testo che contiene più rimandi ai lavori successivi del Bardo. Tracce di Twelfth Night, As You Like It e The Merchant of Venice, The Taming of the Shrew, Richard II, Othello e molte altre, sono facilmente riconoscibili in diversi aspetti di questa curiosa commedia. Alla luce di tutto ciò, dunque, possiamo interpretare i Two Gentlemen in due modi.

Una prima interpretazione, come suggerisce Harold Goddard, considererebbe tutti i riferimenti ad altre opere di cui abbiamo parlato come prova inconfutabile non solo della paternità shakespeariana del testo, ma anche del fatto che probabilmente questa è la più “acerba” delle sue commedie. Il testo apparterrebbe a quel famoso periodo di “apprendistato” di cui abbiamo parlato nella precedente divagazione shakespearianae che è oggetto delle più strabilianti istanze di bipolarismo da parte di critici, studiosi e semplici appassionati. Ormai lo sappiamo, il passaggio dalla lode al massacro senza pietà è veramente questione di attimi o di decenni, nel nostro caso. La commedia, infatti, dimostra una certa competenza nell’utilizzare meccanismi come quello del travestimento del personaggio femminile in modo abbastanza efficace. Tuttavia, secondo molti studiosi, il testo non brilla particolarmente per originalità in fatto di versificazione e di battute sagaci. Per non parlare poi di azioni e reazioni che, per noi spettatori/lettori del XXI secolo, non stanno né in cielo né in terra soprattutto a proposito di uno dei finali più esasperanti non solo dell’intero canone shakespeariano, ma, oserei dire, della storia del teatro occidentale.

Possiamo salvare qualcosa? Sicuramente i personaggi femminili, a ulteriore dimostrazione del fatto che le eroine delle commedie shakespeariane sono una spanna sopra i loro colleghi maschi in fatto di arguzia e buon senso. Se Silvia ci ricorda la donna perfetta e distante idealizzata e cantata dai trovatori, Julia rappresenta la modernità. Consapevole di ciò che vuole e di cosa deve fare per ottenerlo, non ci pensa due volte a lasciare casa sua, travestirsi da uomo e rivedere il suo amato. Anche lei, come Silvia, è subordinata alle aspettative maschili, certo, ma grazie al suo travestimento da Sebastian riesce a essere considerata effettivamente competente e utile da Proteus e a riguadagnare, così, il suo amore: egli non sarà più costretto a scegliere tra l’oggetto del suo desiderio e la prospettiva di un’amicizia maschile, li può trovare entrambi nella stessa persona. È impossibile, dunque, non simpatizzare con Julia, anche se si fa davvero fatica a capire come possa essersi innamorata di un essere ripugnante come Proteus.

Ma il vero capolavoro del genio shakespeariano sono Launce e Crab. Tutti i critici concordano nel dire che Launce ha più senso dell’umorismo nel suo dito mignolo di tutti gli altri maschietti in scena – fatta eccezione, forse, per Speed. È lui a fornirci il resoconto più veritiero delle reali personalità dei due “gentiluomini”, quando dirà a proposito di Proteus: «il mio signor padrone è un fior di farabutto» e che Valentine è un «grosso citrullo». Non possiamo dargli torto. Perché allora la commedia si intitola The Two Gentlemen of Verona? Chi sono questi due “gentiluomini” e che cosa ci voleva dire Shakespeare con questo bel minestrone? Che l’abbia scritto con “his tongue in his cheek” come direbbero Oltremanica (e che potremmo tradurre con l’espressione “strizzandoci l’occhio”)?

Arriviamo, così, alla seconda possibile chiave di lettura dei Two Gentlemen che ci propone di guardare alla commedia come un tentativo di ironia, una parodia sofisticata dell’ipocrisia di alcuni valori e convenzioni tipicamente rinascimentali tra cui gli ideali cavallereschi e il “parlar d’amore”. Sappiamo che Shakespeare tiene in grande considerazione i suoi personaggi più altolocati nelle sue commedie, ma allo stesso tempo riesce con facilità a smascherarne le contraddizioni senza offendere nessuno (o quasi). Ci riesce talmente bene che, all’epoca, venne definito da colleghi invidiosi, come Robert Greene, “Tyger” e “Upstart Crow”, accusandolo di presunzione e fama immeritata, viste le sue umili origini. Haters gonna hate, come si dice adesso.

Non è la prima volta che Shakespeare prova a rivoluzionare qualcosa nel suo mondo. I suoi sonetti sono già di per sé una novità, se consideriamo a chi sono rivolti e il tipo di messaggio che ci vogliono comunicare. Non ci viene difficile, perciò, immaginare il Bardo che osserva alcuni dei “gentlemen” che frequentano il suo teatro parlare di “amore e onore”, mentre con il loro comportamento rivelano tutt’altro. Quasi lo vediamo mentre pensa “Quasi quasi adesso mi invento un personaggio che incarna tutte le loro falsità e ipocrisie, gli metto accanto un compagno assolutamente privo di buon senso, li chiamo entrambi “gentiluomini” e li spaccio a questa gente come se fossero l’articolo originale”. Novantadue minuti di applausi, direbbe Fantozzi.

Divagazioni Shakespeariane #2 – I due “gentiluomini” di Verona

Se decidiamo di seguire questa linea di pensiero, ecco che, magicamente, la maggior parte delle atrocità presenti nella commedia scompaiono. L’opera, però, non va intesa come una satira in senso stretto; in questo Shakespeare è molto più vicino alla poetica di Geoffrey Chaucer nel dimostrare umanità e compassione, humor e poesia senza mai condannare nessuno. Il testo è pieno zeppo di elementi a supporto di questa ipotesi.

Tra gli otto personaggi maschili, ad esempio, fatta eccezione per i briganti, Antonio – padre di Proteus – e il Duca di Milano rappresentano la classica figura di padre autoritario e tirannico che ostacola l’amore dei giovani protagonisti. Il confronto/scontro tra generazioniè uno dei tratti comuni delle commedie shakespeariane e anche qui non si fa eccezione. È un altro modo per mettere in luce cosa non funziona nella società. Anche l’inefficacia di un linguaggio amoroso costruito e artificiale viene messa in evidenza, proprio attraverso i due protagonisti. Nella scena iniziale, Valentine e Proteus si salutano, come si saluterebbero due innamorati:

PROTEUS – Te ne vuoi proprio andare? Ebbene, dolce Valentine, addio. Pensa al tuo Proteus quando, nel tuo viaggio, t’accadrà di veder qualunque oggetto prezioso e degno, come tuo partecipe della felicità di contemplarlo… Se mai pericolo ti circondasse, affida pure tutta la tua pena alle mie pie preghiere, Valentine, ch’io ti farò da buon intercessore. 

VALENTINE – Ed in qual breviario pregherai per me, in un libro d’amore?

PROTEUS – In un qualunque libro dell’amore.

 

Ironia della sorte, quando toccherà a Valentine corteggiare Silvia scoprirà di non essere altrettanto abile con le parole e chiederà proprio aiuto all’amico, il quale verrà comunque sbeffeggiato dalla ragazza per la meschinità dei suoi versi. Vista così, dunque, è come se Shakespeare ci stesse dicendo che qui non c’è nessun vero gentiluomo, ma non è così. Gli unici due degni di appartenere alla categoria sono, curiosamente, i due servitori, Speed e Launce, in un meccanismo che sembra confermare definitivamente l’intento ironico-parodico di Shakespeare. Launce, in particolare, dimostra nei confronti del suo cane un atteggiamento cavalleresco ai limiti del donchisciottismo. Anche Crab, naturalmente, fa la sua parte: il suo evidente e ovvio mutismo in scena sarebbe da interpretarsi, secondo alcuni, come un antidoto all’artificiosità del linguaggio a cui abbiamo già accennato. Se diamo retta a Launce, inoltre, quando dice che “questo (suo) segugio, è il cane dal cuore più di sasso mai esistito”, allora Crab può divenire anche parodia della donna crudele e distante della tradizione poetica in voga, così come un modello di costanza e fedeltà. Tutte caratteristiche che non troviamo di certo nei due protagonisti. La stessa etimologia del nome Proteus, del resto, poteva darci qualche indizio sulla sua propensione all’incostanza e al cambiamento.

 

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La stessa scena finale si apre a diverse interpretazioni. C’è chi sostiene che Shakespeare abbia voluto trovare un lieto fine ad ogni costo, così come c’è chi ipotizza che l’assurdità della scena si ricongiunga a nozioni storico-culturali che noi oggi facciamo fatica a comprendere. Tutti i critici, comunque, concordano nel detestare questo epilogo e non li possiamo certo biasimare. Non sapremo mai quale sia la chiave di lettura “giusta” dei Two Gentlemen of Verona, ma in fin dei conti è proprio questo il bello. Ai posteri l’ardua sentenza, come si suol dire. Quello che sappiamo, però, è che Shakespeare non era uno sprovveduto e ci piace pensare che magari, neanche lui apprezzasse particolarmente il finale della sua commedia, se non per il suo intento ironico.

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