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Divagazione shakespeariana #5 – “King John” e la rivincita delle history play

Divagazione shakespeariana #5 – “King John” e la rivincita delle history playIl dramma storico è un genere di opera teatrale i cui protagonisti sono realmente esistiti e noti al pubblico. Questo tipo di dramma ripercorre, ad esempio, eventi accaduti nella storia antica o recente presentandone, in modo più o meno accurato, le motivazioni, i dialoghi e le implicazioni psicologiche che hanno portato i personaggi ad agire in un determinato modo. Al pari del romanzo storico, però, non è sempre detto che il dramma storico rispetti con rigore e fedeltà tutti gli eventi. Ogni autore si concede qualche piccola licenza poetica aggiungendo personaggi, modificando le fonti e magari omettendo episodi e avvenimenti generalmente considerati fondamentali.

È il caso di William Shakespeare, che di drammi storici o “history plays” ne scrive ben dieci. In Italia, ahimè, non sono molto popolari e ci basta guardarne i titoli per capire perché: parlano tutti di sovrani inglesi, di cui quattro si chiamano Enrico (Henry IV e Henry VI sono divisi rispettivamente in due e tre parti), due Riccardo e un Giovanni. Sono drammi che trasudano “inglesità” e a un primo sguardo ci sembrano anche un po’ tutti uguali. Sentiamo già lo sbadiglio prepotente avere la meglio su di noi e la tentazione di bypassarli tutti per cercare qualcosa di più fruibile è fortissima. Ma scartare i drammi storici a priori è un errore madornale almeno quanto lo è mettere la panna nella carbonara. Questa quinta divagazione shakespeariana, dunque, vuole rendere omaggio alla bistrattata categoria dei drammi storici e lo vuole fare proprio a partire da uno dei meno conosciuti, il King John, quel Re Giovanni lasciato lì tutto solo tra Enrichi e Riccardi.

 

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Come al solito, i critici, i registi e gli studiosi che annoverano il King John tra i loro drammi preferiti si contano sulle dita di una mano. Siamo alla quinta divagazione shakespeariana, ci abbiamo fatto il callo e ormai siamo super fan dei casi disperati. Il King John contiene monologhi meravigliosi, trionfi di retorica e personaggi iconici, ma una quantità infinita di potenziali problemi che non ci viene difficile capire perché la maggior parte delle persone getti la spugna presto. Ma c’è sempre speranza, siamo fiduciosi. A dirla tutta, non si è nemmeno certi di quando sia stata scritta. Gli studiosi la collocano negli anni ’90 del 1500, in quel famoso periodo di apprendistato in cui Shakespeare si dilettava a sperimentare tematiche, generi e stili.

Ma di cosa parla il King John? Presto detto. Il dramma racconta diciassette anni del regno di Re Giovanni (1166-1216), uno dei sovrani meno popolari della storia d’Inghilterra. Un uomo dalla reputazione quasi peggiore di Pablo Escobar (per i suoi contemporanei, s’intende) e che si è guadagnato una quantità di soprannomi mentre era in vita da fare invidia a Daenerys Targaryen de Il trono di spade. I più famosi sono senza dubbio quelli di John “Lackland” (“Giovanni Senzaterra”) e John “Softsword” (Giovanni “Spadamoscia”), dovuti alle sue scarse attitudini militari, ma noi lo ricordiamo soprattutto come “Giovanni re fasullo di Inghilterra” grazie al capolavoro animato di Walt Disney Robin Hood (1973). Anche qui non fa esattamente una bella figura fra intrighi, ambiguità ed evidenti problemi relazionali che ci mostrano un John simil adolescente psicologicamente dipendente da sua madre e in piena crisi esistenziale. Un incrocio tra Draco Malfoy e Joffrey Baratheon, per capirci e per restare sempre in tema fantasy.

Nonostante il suo “protagonista”, però, King John ci può offrire una discreta quantità di spunti interessanti. Per elencarli tutti ci vorrebbero venticinque volumi e altrettanti sbadigli potenti (vedi sopra), quindi ci concentreremo principalmente sugli aspetti che danno al dramma un’incredibile risonanza contemporanea. Ci piace fare i sensazionalisti e amiamo le dichiarazioni forti e ci sentiamo di dire a Flann O’Brien, Sally Rooney e compagnia bella che non hanno inventato un bel niente: King John ha tutte le carte in regola per essere definita un’opera postmoderna. Basta una lettura veloce per capire che questo è un testo radicale, frammentario e frastagliato. Senza contare che John, nonostante dia il titolo all’opera, non è l’eroe forte e puro che ci aspettiamo e non è nemmeno un villain carismatico e affascinante, come lo è, ad esempio Riccardo III. Non riusciamo nemmeno a dispiacerci quando muore, perché tra il primo e il quinto atto ci è divenuto talmente insopportabile da sentirci quasi sollevati dalla sua brutta fine. Già questo è fuori dagli schemi. Aggiungiamoci poi, che sebbene si componga di cinque atti, l’opera ci sembra a tratti incompiuta, quasi frettolosa. Non ci è sempre chiaro, ad esempio, perché un evento si stia verificando o meno e se ci sia una connessione con quelli precedenti e successivi. A completare il tutto, aggiungiamo pure che Shakespeare si dà alla pazza gioia nel manipolare le fonti storiche a sua disposizione e a tralasciare eventi fondamentali nella vita del sovrano, come la firma della Magna Carta nel 1216. Perché lo fa? Non ne siamo del tutto certi e le ipotesi fioccano copiosamente. Probabilmente e semplicemente perché non era quello che gli interessava dire. Quel che sappiamo, però, è che abbiamo di fronte un bel minestrone shakespeariano dominato da un prepotente senso di randomness in grado di mandare in tilt qualsiasi lettore maniaco compulsivo amante del rigore formale. Ditemi voi se non somiglia a un romanzo scritto oggi.

Divagazione shakespeariana #5 – “King John” e la rivincita delle history play

Instabilità, precarietà, ambiguità sono tutte parole chiave che descrivono il King John dal punto di vista strutturale, ma anche per quel che riguarda le sue tematiche e i suoi personaggi. Sempre a proposito di manipolazione di fonti storiche, qui il caro William inserisce anche un personaggio di sua invenzione che non esitiamo a definire una delle sue creazioni meglio riuscite. Stiamo parlando di Philip “the Bastard” Faulconbridge – che non è il nome di un giovane rapper statunitense, purtroppo. A che pro, direte voi, aggiungere un personaggio fittizio quando abbiamo già una marea di gente che è anche esistita per davvero? To prove his point, direbbero Oltremanica, ossia per sottolineare in modo ancora più efficace il messaggio centrale del testo: legittimità e illegittimità non sono altro che costrutti artificiali. Quel che conta davvero è l’autorità che si ottiene dal consenso, in questo caso quello nazionale. La domanda che aleggia continuamente per tutto il play – e che nessuno però di fatto mai pronuncia – è “Chi è che comanda qui?”. Cosa significa essere re? È sufficiente mettersi una corona in testa? Ovviamente no perché è quello che ha fatto John, ma passa praticamente tutti e cinque atti a cercare di convincere noi lettori/spettatori e i suoi sudditi che il suo potere, la sua regalità è legittima. Nella quarta battuta della prima scena del primo atto (che al mercato mio padre comprò…licenza poetica, chiedo venia), l’ambasciatore francese Chatillon descrive John come una “borrowed majesty”, una sovranità d’accatto, presa in prestito se non presa con la forza.

Il povero re ci prova in tutti i modi a farsi valere, ma non ci crede nemmeno sua madre, la sua prima (e forse unica) fan:

JOHN – Il saldo mio possesso e il mio diritto stanno per noi.

ELEANOR – Il saldo tuo possesso, ben più che il tuo diritto, o per noi due sarebbe torto marcio, ti sussurra all'orecchio la mia coscienza… e che nessuno l'oda all'infuori del cielo e di noi due.

 

Il diritto a regnare di John è una presa in giro, una “legal fiction”, una finzione giuridica. Shakespeare mette in dubbio la legittimità di John già nel primo atto per poi presentarci, immediatamente, altri due candidati molto più validi. Il primo è Arthur che è poco più che un bambino, ma è il figlio di uno dei fratelli maggiori di John e che avrebbe, a voler essere fiscali, un diritto maggiore rispetto allo zio. I suoi requisiti di partenza sono impeccabili, ma è giovane, tenero di cuore e inadatto a guidare politicamente e militarmente il Paese e, infatti, finirà male. Il secondo candidato è proprio quel Philip Faulconbridge che abbiamo già menzionato e che decide di farsi chiamare il “Bastardo” come presa di posizione. Non reclamerà mai la corona per sé, ma, paradossalmente, sarà forse l’unico a restare sempre fedele a John.

Il Bastardo è l’eroe vero del play. È tutto ciò che John non è o non riesce ad essere, quasi come se Shakespeare volesse dirci “Ehi, guardate che un uomo comune può essere migliore di qualsiasi re”. Piuttosto sovversivo per l’epoca, se ci pensiamo. Il Bastardo non è un personaggio “piacevole”, sa essere rozzo e spietato, ma la sua logica e trasparenza sono come manna dal cielo di fronte all’ipocrisia e all’inettitudine del re. Il suo sarcasmo fa di lui il perfetto commentatore degli eventi, così come lo è Mercutio nel Romeo and Juliet. Il Bastardo è l’unico personaggio a rimanere fedele a sé stesso per tutta la durata del dramma e il suo discorso sulla “commodity” (che potremmo tradurre con “interesse personale”, ma anche “merce di scambio” o “idoneità”) resta uno dei passaggi migliori del testo:

Pazzo mondo! pazzi re! […] Ah, Interesse, forza motrice del mondo, di quel mondo che, per se stesso ben equilibrato, fatto per scorrere liscio su un terreno ben levigato, da questo vantaggio, da questa maligna forza motrice, da questo dominatore d’ogni moto, da questo Interesse è spinto ad allontanarsi dall’imparzialità, a deviare dalla giusta direzione, da ogni retto proposito, corso, intento. […] E perché sono io qui a imprecare contro questo Interesse, se non perché lui non mi ha ancora corteggiato? Non ho certo la forza, io, di chiudere la mano quando i suoi begli angeli d’oro vorrebbero salutare il mio palmo: è solo che la mia mano, non ancora tentata, fa come il povero mendicante che lancia maledizioni ai ricchi. Sì, mentre sono un mendicante lancerò maledizioni e dirò che la ricchezza è l’unico peccato: da ricco, poi, cambierò virtù e andrò dicendo che non c’è vizio peggiore del chiedere la carità. Poiché i re infrangono la fede per interesse, tu, guadagno, sii il mio signore, che io t’adorerò!

 

Non è esattamente uno stinco di santo, certo. Ma dopo aver visto tutti gli altri abbiamo una tremenda voglia di gridare “Date una corona a quest’uomo!”, senza pensarci troppo su. Se osserviamo attentamente possiamo renderci conto che questo è un discorso che qualsiasi politico potrebbe fare ancora oggi. Il Bastardo lo pronuncia nel secondo atto, fuori le mura della città di Angiers dopo aver assistito a un dialogo surreale in cui i re di Francia e Inghilterra si trovano a dover convincere i cittadini su chi sia il loro vero sovrano. Shakespeare ci presenta una società divisa, in cui persino i re per farsi riconoscere dai loro sudditi devono farsi propaganda come se fossero in campagna elettorale. Non è così che dovrebbe funzionare, specialmente in una società medievale e specialmente se si tratta di monarchia. Qui Shakespeare ci presenta due versioni diverse d’Inghilterra tra loro in contrasto: da un lato, abbiamo una società radicata sui concetti di ereditarietà e legittimità per quel che riguarda ruoli e potere, dall’altro, invece, ci viene presentata una comunità in cui l’autorità regia deriva innanzitutto dal consenso del suo popolo. Ci ricorda qualcosa?

Divagazione shakespeariana #5 – “King John” e la rivincita delle history play

Terzo e ultimo elemento che fa sembrare il King John qualcosa scritto l’altro ieri è il tentativo di Shakespeare di dare voce a figure che raramente trovano spazio nella Storia: quella dei figli illegittimi, come il nostro beneamato Faulconbridge, e quella delle donne. Shakespeare sembra quasi suggerire una visione più inclusiva dalla politica rispetto alle altre history play. A differenza degli altri drammi storici, infatti, qui le donne – e in particolare le madri – hanno un ruolo importantissimo. Il testo sembra volersi concentrare sul rapporto tra madri e figli presentandocene ben tre esempi: John e la Regina Madre Eleanor, Arthur e la combattiva Constance e, infine, il Bastardo e Lady Faulconbridge. Il focus sul rapporto madre-figlio è abbastanza inusuale in Shakespeare, fatta eccezione per Coriolanus. Le scene tra madri e figli ci mostrano tutta la complessità e la profondità dell’amore materno, la lealtà filiale e quanto l’influenza materna sia determinante nel processo di costruzione d’identità dei loro figli. Philip Faulconbridge ha bisogno di sua madre – dell’umiliazione di sua madre, a dirla tutta – per poter dimostrare di essere un Bastardo reale; John, a sua volta, non è niente senza Eleanor e infatti, alla notizia della sua morte, la sua condotta e il suo smarrimento peggioreranno notevolmente. Constance meriterebbe un discorso a parte, ben più lungo e approfondito, ma la brevità è l’anima del senno, come Shakespeare farà dire a Polonio in Hamlet, quindi ci limitiamo a dire che i suoi monologhi rivaleggiano con quelli del Bastardo in quanto a bellezza e arte retorica, facendo di lei la vera martire del dramma.

 

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Per tirare le somme, quindi, possiamo dire che King John è un dramma essenzialmente politico, che racconta sì di una porzione importante della Storia inglese, ma che ha ancora molto da insegnarci. Non stupisce, perciò, che una piccola parte di critica abbia riconosciuto alcune somiglianze tra la situazione politica presentata nel testo e il clima pre-Brexit in Gran Bretagna qualche anno fa. Ci sono momenti in cui Shakespeare sembra rivolgersi proprio a noi uomini e donne del XXI secolo e sarebbe un errore davvero imperdonabile lasciarsi sfuggire queste piccole perle solo per “partito preso”, come fanno coloro che classificano il King John un’opera “minore”. Il dramma non sarà potente come Hamlet, intenso come King Lear o entusiasmante come A Midsummer Night’s Dream, ma questo non sminuisce la sua importanza. Il fatto che il testo contenga anacronismi e buchi di trama, poi, non è necessariamente indice dell’incompetenza del suo autore. Piuttosto, possiamo leggere tutto questo come un tentativo deliberato, radicale e anche per certi versi audace di indagine politica che sfora del tutto i limiti temporali e arriva sino ai giorni nostri.

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