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Divagazione Shakespeariana #4 – “Le allegre comari di Windsor”, versione shakespeariana del “girlpower”

Divagazione Shakespeariana #4 – “Le allegre comari di Windsor”, versione shakespeariana del “girlpower”Nelle ultime settimane si è molto parlato di “femminile”, di cosa sia la femminilità, e di come le donne oggi siano ancora vittime di oggettificazione, violenza e forme di sessismo di vario genere. Di certo non è un discorso iniziato oggi: anche nell’Inghilterra elisabettiana, ad esempio, c’era chi si interrogava in maniera più o meno esplicita e concitata in materia di gender e in materia di discriminazione. Poteva William Shakespeare, per una volta, farsi gli affari suoi e non toccare l’argomento? Ovviamente no e gliene siamo grati.

Nei suoi drammi, infatti, specialmente nelle commedie, il caro William ci mostra le sue eroine nelle situazioni più disparate. C’è chi si traveste da uomo per guadagnare un po’ di stima e riconoscimento sociale (oltre a risolvere tutti i problemi degli altri personaggi, ovviamente), chi esercita professioni considerate esclusiva prerogativa maschile (come il medico, ad esempio), chi si ribella all’autorità maschile a costo di passare per scorbutica, chi si finge morta per far rinsavire il marito sciroccato e molte altre ancora. C’è, però, una commedia in cui Shakespeare diventa un vero paladino del “girlpower” (per citare le Spice Girls degli anni ’90): stiamo parlando di The Merry Wives of Windsor (“Le Allegre Comari di Windsor”, in italiano), argomento di questa quarta divagazione shakespeariana.

 

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Prima di addentrarci nel femminismo più sfegatato (o quasi), è bene dare qualche informazione in più. Quindi mettetevi comodi, arraffate qualcosa da sgranocchiare e partiamo. Innanzitutto, lo diciamo, anche questa commedia rientra nel set dei nostri beneamati casi disperati: sebbene possa vantare un discreto afterlife, come si dice in gergo, The Merry Wives of Windsor non è mai stata particolarmente amata dai critici. Alla quarta divagazione shakespeariana ormai lo abbiamo capito che non c’è cosa più difficile che accontentare tutti quanti, specialmente nel mondo della critica. Qual è il problema questa volta? Sir John Falstaff, tanto per cominciare.

Divagazione Shakespeariana #4 – “Le allegre comari di Windsor”, versione shakespeariana del “girlpower”

L’amatissimo e celebratissimo personaggio di Henry IV (parte I e parte II), ritorna a far faville nella trama principale (ne ha due) di The Merry Wives of Windsor dove assistiamo alla sua apoteosi comica, nonché alla sua débacle definitiva. Nel testo, infatti, Falstaff è a corto di soldi e decide di fare la corte ad Alice Ford e Meg Page, mogli di due importanti cittadini di Windsor, per tentare di spillare loro qualche soldo. Inutile dire che Falstaff è oltremodo convinto del suo fascino e della buona riuscita dell’impresa. In preda ad un attacco di genialità, manda la stessa esilarante (e vagamente insultante) lettera “d’amore” ad entrambe, le quali, scoperto il gioco, decidono di vendicarsi. Al povero Falstaff ne capitano di tutti i colori: finisce in un cesto della biancheria sporca e viene gettato nel Tamigi, viene fatto vestire come donna e poi malmenato, per infine essere costretto a indossare un paio di corna da cervo e subire insulti e umiliazione da parte dei bambini della parrocchia e di fronte a tutta Windsor praticamente.

Ora immaginate che il vostro personaggio preferito di sempre venga inserito in un altro romanzo, film o serie tv e per poi venire insultato, picchiato e preso in giro senza pietà; di sicuro nessuno ne sarebbe contento. Ecco trasferite questi sentimenti nella mente e nella personalità di un critico shakespeariano: tuoni e fulmini, disperazione, struggimento, il “big drama”, insomma, e chi più ne ha più ne metta. Harold Bloom, per dirne uno a caso, ne fu talmente devastato da arrivare a dichiarare il Falstaff di The Merry Wives uno “pseudo-Falstaff”, ossia un personaggio totalmente diverso da quello di Henry IV. Anche Harold Goddard ricorre alla negazione: Shakespeare ha creato due personaggi diversi che semplicemente condividono lo stesso nome. Triste e vagamente patetico, ma cerchiamo di capirli, gli hanno distrutto il fanclub. Eppure, sembrano non accorgersi che i due Falstaff non sono poi così diversi e che nonostante le ingiurie, le botte e le disavventure affrontate, la parlantina arguta e la spiccata ironia del grasso cavaliere, non solo fa sì che egli riesca sempre ad avere l’ultima parola su tutto, ma permette anche a noi in quanto pubblico di affezionarci a lui ancora di più.

Se la lingua di Falstaff può risultare, alla fine, l’arma vincente, il resto non si può dire dello stile in cui è scritta la commedia –se decidiamo di dare retta alla maggior parte degli studiosi. Shakespeare è sempre ammirato per la qualità della sua poesia e per il suo linguaggio ricercato e raffinato, ma purtroppo non è questo il nostro caso ed è uno dei motivi per cui The Merry Wives è spesso trascurata o trattata con sufficienza dai più. Se dovessimo ragionare in percentuali, infatti, potremmo dire che questo testo si compone per il 10% di versi, mentre il 90% è prosa. Tutto, però, è al suo posto, tutto funziona: dall’inizio alla fine troviamo una serie meravigliosa di giochi di parole, allusioni più o meno esplicite, e divertenti fraintendimenti linguistici che solo la snella prosa shakespeariana poteva rendere.

Divagazione Shakespeariana #4 – “Le allegre comari di Windsor”, versione shakespeariana del “girlpower”

Dato il suo forte legame con le history plays e considerato che questa è l’unica commedia shakespeariana ad avere un’ambientazione interamente inglese, The Merry Wives andrà inevitabilmente a parlare di Englishness, cioè identità nazionale. Cosa vuol dire essere un “vero inglese”? Essere diverso da tutti gli altri, ovviamente. E qui, cari amici, parte la sagra dello stereotipo. L’esempio più evidente riguarda gli “stranieri” di questa commedia: il parroco gallese Sir Hugh Evans e l’irascibile medico francese Dr Caius. Entrambi i personaggi si contraddistinguono come vere e proprie macchiette che incarnano gli stereotipi del tempo in merito alla loro provenienza geografica. Ma ciò che salta subito all’occhio – e all’orecchio – è il modo in cui storpiano la lingua. Il medico francese, ad esempio, presenta una serie di tic verbali come “by gar” (una sorta di “Oh my God”, “Oh mio Dio”) o “vat is?” (“what is?” “cos’è?”). Sir Hugh, invece, inverte spesso le consonanti con risultati esilaranti, come quando utilizza la “f” al posto della “v”, un po’ come quando noi cerchiamo di trascrivere l’accento di un madrelingua tedesco che parla l’italiano, per intenderci.

Francesi e gallesi non sono le uniche “vittime” del testo. La commedia è piena di riferimenti poco lusinghieri nei confronti di altre popolazioni. Nel primo atto, ad esempio, Pistol, uno dei balordi a cui si accompagna Falstaff, si rivolge a Bardolph (un altro balordo) chiamandolo “base Hungarian wight” (“Vile ungherese”); Mistress Page definirà Falstaff “Flemish drunkard” (“fiammingo ubriacone”), mentre suo marito, Master Page, dirà che il cavaliere è un “Cataian”, cioè un cinese e quindi, per quell’epoca, indegno di fiducia.

Il farsi beffe degli stranieri e in particolare delle loro difficoltà in campo linguistico potrebbe sembrare più xenofobo che patriottico, in effetti, ma è bene ricordare che Shakespeare sceglie di parlarci di Englishness, attraverso le comiche vicende di personaggi di una città di mercato, non una metropoli, e le immagini di situazioni di reclusione che vedono Falstaff protagonista– dall’armadio al cesto della biancheria – diventano simbolo della chiusura mentale di questa bizzarra realtà parrocchiale. Il fatto che Shakespeare ne parli non significa necessariamente che approvi, ricordiamolo. E il trascurare o addirittura precludere un’analisi approfondita della commedia basandosi solo su questi elementi è rischioso e profondamente ingiusto.

Tutto molto bello, direte voi a questo punto, ma dov’è il “girlpower”? Ci sto arrivando, non temete. Del resto, chi più delle donne è stata vittima di stereotipi e pregiudizi nel corso della storia? Nel 1656 Philip King, studioso di pedagogia, si indignava nel riscontrare come spesso le donne d’Inghilterra venissero descritte a partire dal modello offerto dalle protagoniste di The Merry Wives of Windsor. Pochi anni dopo, Margaret Cavendish, Duchessa di Newcastle, una tra le più importanti nobildonne e intellettuali del periodo, individuava nelle Merry Wives l’esempio più evidente del talento di Shakespeare nel ritrarre il genere femminile. Ora, non vi è alcun dubbio sul fatto che l’enorme successo che questa commedia ha ottenuto nel corso dei secoli sia dovuto proprio al personaggio di Falstaff. Il rischio, però, è che si tenda a considerarla l’opera “di Falstaff”. In questo modo ci si dimentica che questa è l’unica delle opere di Shakespeare contenute nel First Folio (1623) in cui le donne sono presenti nel titolo. O, meglio, questo è l’unico dramma di Shakespeare in cui le donne hanno un titolo tutto per loro: Juliet,Cleopatra, Cressida, devono condividere il titolo con i loro innamorati e la povera Caterina de The Taming of the Shrew (“La Bisbetica Domata”) è identificata più come oggetto che come soggetto (quel “The Taming of” indica chiaramente la presenza di qualcun altro).

Divagazione Shakespeariana #4 – “Le allegre comari di Windsor”, versione shakespeariana del “girlpower”

Le “merry wives” del titolo sono, naturalmente, Mistress Meg Page e Mistress Alice Ford la cui micidiale alleanza si dimostra fatale per Falstaff. Mentre le altre commedie di Shakespeare parlano di corteggiamento e, solitamente, terminano con matrimoni o promesse di matrimonio, The Merry Wives è più interessata a dimostrare come sono in realtà le donne più spiritose e argute a tenere in piedi la società.  Il matrimonio di per sé è un argomento sorprendentemente raro nelle opere del Bardo e, quando ne parla, di solito ci mostra matrimoni che sono sull’orlo del disastro (Othello, Macbeth, The Winter’s Tale…). Con The Merry Wives of Windsor, invece, Shakespeare ci mostra due mogli che agiscono, tramano e complottano con la stessa verve e autodeterminazione di qualsiasi altro personaggio comico (e non sposato) appartenente al canone shakespeariano. Abbiamo, così, un vivace ritratto del matrimonio i cui tratti dominanti non sono la dolcezza o la sottomissione delle consorti, ma l’intelligenza di queste ultime e i legami di amicizia che le uniscono.

La sfera domestica e la vita familiare vengono messe in primo piano e non stupisce, dunque, che siano le donne le vere star della commedia. Le stesse donne che nella società elisabettiana – e purtroppo spesso anche nella nostra – non avevano quasi voce in capitolo ed erano costrette a subire abusi di ogni genere senza possibilità di protesta perché considerati “normali” e “legittimi”. Un proverbio elisabettiano recitava così: «A woman, an ass, and a walnut tree: the more they’re beaten, the better they be», che potremmo tradurre con “una donna, un asino e un albero di noci: più li percuoti e meglio è”. Non era esattamente un’epoca esaltante per noi femminucce, insomma. Anche nelle Merry Wives assistiamo a piccoli episodi di violenza domestica. Falstaff viene picchiato dal gelosissimo Master Ford mentre indossa i panni della “grassona di Brentford” e quando Mistress Quickly, governante del Dr Caius, fa visita a Falstaff per organizzare un terzo incontro clandestino con Mistress Ford, gli rivelerà che la poveretta «Ne ha buscate tante, ch’è tutta un lividume nero e blu per il corpo, da non vedersi più la minima chiazzetta di biancore». La drammaticità del momento è immediatamente interrotta da Falstaff che inizia a lamentarsi dei suoi lividi, quindi non ci è dato modo di approfondire. I risvolti più oscuri della gelosia, Shakespeare li lascia ad altri drammi, qui le mogli sanno il fatto loro e agiscono per migliorare la loro condizione.

La gelosia di Ford nasce parzialmente dal suo considerare la moglie come una proprietà personale: «Coi danari si comprano i terreni, ma le mogli le vende solo il Fato. Convien perciò accettare con amore quello che non può esser evitato». Soltanto ciò che si possiede può essere rubato; se uno considera la propria moglie come proprietà, inizia a temere che gliela possano portare via. Ford dichiara di non potersi fidare di sua moglie e che preferirebbe affidare a «un Fiammingo il mio burro, il mio cacio ad un Gallese, la fiasca d’acquavite a un Irlandese, il mio cavallo da portare a spasso ad un ladrone, che lasciar mia moglie affidata a se stessa». Il paragone ci rivela già moltissimo: il provincialismo di campagna, unito al titolo dell’opera combina gli stereotipi e i sospetti nei confronti degli stranieri all’ansia di essere resi cornuti dalle proprie mogli. L’approccio mercantile di Ford nei confronti del matrimonio è analogo all’ atteggiamento di Falstaff nei confronti della fornicazione: «tiene anch’ella (Mistress Page) il cordone della borsa di casa: è una regione della Guiana, tutta oro e tesori in abbondanza. Vorrò fare ad entrambe da cassiere, e ne farò la mia tesoreria, le mie Indie orientali e occidentali, e farò buon commercio con entrambe», dirà baldanzoso.

Per certi versi, quindi, la vendetta comica delle mogli di Windsor nei confronti di Falstaff rappresenta un po’ una punizione per tutto il genere maschile, è il loro rifiuto verso qualsiasi tipo di oggettificazione e mercificazione del genere femminile, riuscendo, nel mentre, a dare una bella strigliata anche ai loro mariti e a mettere a nudo la mentalità medioborghese che domina Windsor (e per esteso, tutta l’Inghilterra). Shakespeare, quella vecchia volpe, ha colpito di nuovo e dispiace terribilmente che un piccolo gioiellino come The Merry Wives of Windsor non riceva l’attenzione che merita.

 

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Chiudiamo, allora, con un piccolo aneddoto. La leggenda narra che questa commedia sia stata commissionata a Shakespeare da qualcuno di importante. Nel 1702 il poeta e critico John Dennis scrisse che The Merry Wives of Windsor nacque per volere di Elisabetta I e che fosse uno dei suoi testi preferiti. Qualche anno dopo l’aneddoto venne rielaborato da Nicholas Rowe nell’introduzione ai drammi di Shakespeare: pare che la regina fosse talmente entusiasta del personaggio di Falstaff da ordinare a Shakespeare di scrivere un altro testo che avesse il goliardico Sir John come protagonista, ma questa volta la regina desiderava vederlo vestire i panni dell’innamorato. Svelato l’arcano, quindi: è Elisabetta la fondatrice del “Falstaff fanclub” nonché responsabile principale dei suoi maltrattamenti.

Non sappiamo se questa storia sia vera o meno, ma di certo ha il suo fascino e sicuramente ci dà da pensare. Che Shakespeare abbia creato le sue “merry wives” solo per far piacere alla Regina? Oppure che abbia voluto lanciarci un messaggio ben preciso con queste donne “alfa”, come le chiameremmo oggi? Chi può dirlo. Personalmente mi piace pensare che William fosse un passo più avanti rispetto alla sua epoca e abbia voluto ritagliare, sempre con discrezione e ironia, un piccolo spazio anche per chi una voce faticava, e fatica ancora, ad averla.

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