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“Dieci e lode”, Sveva Casati Modignani e la crisi della scuola

“Dieci e lode”, Sveva Casati Modignani e la crisi della scuolaCon Dieci e lode, l’ultimo romanzo pubblicato da Sperling&Kupfer, Sveva Casati Modignani, autrice di classiche storie sentimentali per un pubblico che la segue fedelmente da tanti anni, si dimostra anche attenta ai problemi del mondo contemporaneo: infatti, se molti suoi libri precedenti raccontavano soprattutto saghe familiari, spesso in un contesto alto borghese, il recente La vigna di Angelica (Sperling&Kupfer, 2015), aveva per protagonista una giovane imprenditrice dedita alla viticoltura, mentre in Dieci e lode i protagonisti sono un’editrice e un insegnante alle prese con una scuola “difficile” della periferia milanese.

Fiamma dirige con fatica una piccola casa editrice che ha fondato anni prima insieme a un amico, che però è mancato, lasciandola da sola ad affrontare tutti i problemi ben noti a chi lavora in ambito editoriale, soprattutto negli ultimi anni di crisi, mentre Lorenzo è uno di quegli insegnanti veramente appassionati del proprio lavoro, tanto da aver preferito una cattedra in un istituto professionale poco ambito a quella che avrebbe potuto ottenere con facilità in qualche scuola più prestigiosa. Ormai ultra quarantenni, i due protagonisti hanno entrambi alle spalle un vissuto ingombrante di unioni fallite, cosa che di certo non facilita l’avvio di un nuovo rapporto sentimentale.

Sveva Casati Modigliani si serve quindi di una classica storia d’amore per raccontare la vita concreta e l’attualità dei nostri giorni, come ha tenuto a sottolineare nel corso di un incontro con un gruppo di blogger che è avvenuto presso la libreria Open di Milano.

 

Come si fa a mantenere per tanti anni la capacità di trovare lo spunto per storie nuove, a reinventarsi ogni volta riuscendo a non annoiare sia il lettore sia sé stessi?

È una bella domanda, per la quale però non ho una risposta. Io mi guardo intorno e vedo il mondo in cui ci muoviamo. Un anno fa, quando ho iniziato a lavorare a questo romanzo, sentivo parlare dei problemi della scuola – ho due nipoti che vanno a scuola e questi problemi me li servono spesso su un piatto d’argento – e ho pensato che valesse la pena raccontare un po’ questo mondo. Tutto ciò che scrivo nasce da quello che vedo, dalla realtà.

Io vado al supermercato col mio carrello, salgo sui mezzi pubblici, prendo un taxi quando voglio scialare un po’, vivo insomma nel contesto della mia città. Preferisco stare con i giovani che con le mie amiche carampane, con cui mi annoio… Ascolto i problemi che tirano fuori i ragazzi, e poi sono curiosa: quando sento qualcosa che mi stimola, provo a scavare un po’, e se la cosa mi sembra davvero interessante approfondisco la ricerca, ci costruisco intorno una storia.

“Dieci e lode”, Sveva Casati Modignani e la crisi della scuola

Perché ha iniziato a scrivere? Cosa l’ha spinta a scrivere i primi libri?

Volevo scrivere fin da bambina, e per la verità lo facevo, anche se non mi andava mai bene quello che scrivevo. Però era lì che volevo arrivare, e una quarantina d’anni fa mi sono decisa a provare seriamente: così è nato il primo romanzo.

 

Per un po’ di tempo ha scritto in coppia con suo marito, poi ha continuato a scrivere da sola. Com’è avvenuto questo passaggio? Cos’è cambiato nel suo modo di scrivere?

Le dirò che in una configurazione a due, dove uno è una donna, chi lavora è la donna, e questo accade sempre. Con mio marito, in realtà, ne abbiamo scritti solo tre, perché poi lui si è ammalato: la sua malattia è durata a lungo, finché, dodici anni fa, se n’è andato.

Fin dall’inizio io scrivevo i libri, lui criticava molto, ma positivamente, e questo mi era di grande aiuto. Insieme abbiamo scritto Anna dagli occhi verdi, Il barone e Saulina, quando già lui iniziava a non stare bene. A partire da Le stelle cadenti ho lavorato da sola, e ho sempre continuato così. All’inizio, quando ci chiedevano qualcosa, mio marito rispondeva “Mia moglie scrive dall’inizio, io dalla fine e c’incontriamo a metà strada”. Però esisteva una leggenda, che ho scoperto solo quando mio marito è morto, per cui fosse lui a scrivere, anche se io pubblico senza di lui ormai da decenni. Anche tra Fruttero e Lucentini, del resto, era solo il secondo a scrivere, mentre il primo correggeva.

 

Non ha mai pensato di cambiare genere, di scrivere qualcosa di completamente diverso?

Non ho mai pensato di scrivere seguendo un “genere”: io scrivo delle storie. Credo che chi scrive abbia in mente soprattutto delle cose che gli piacciono, e a me piacciono le storie della gente. Non saprei proprio costruire un romanzo giallo, ma mi piace andare a scavare nel vissuto di ogni protagonista, perché il solo modo che ho per amare un personaggio è sapere davvero chi è, da dove viene, che tipo di educazione ha ricevuto, che famiglia ha avuto, che esperienze ha vissuto. Io sono curiosa di storie che riguardano gli individui che mi stanno intorno.

“Dieci e lode”, Sveva Casati Modignani e la crisi della scuola

Il suo modo di scrivere è cambiato fisicamente nel corso degli anni? Oggi scrive al computer?

No, uso ancora la macchina da scrivere.

 

Quando scrive le sue storie si basa su un canovaccio? Inizia avendo già le idee chiare o no?

Quando inizio materialmente a scrivere l’atto è bellissimo, perché ho già tutta la storia in testa, ho fatto il lavoro di ricerca e individuato i protagonisti, mentre i personaggi di contorno possono nascere anche dopo, mentre scrivo. Impiego circa sei mesi per terminare un libro, ma la ricerca preliminare che faccio mi rimane tutta in testa, non prendo appunti e non scrivo scalette.

 

Nei suoi libri la descrizione dei personaggi è sempre molto viva e realistica, anche se lei ha appena detto che non costruisce nulla prima.

Inizio a scrivere quando li ho già ben chiari nella mia testa: se non li conosco prima, come faccio a scriverne la storia? Ho una mente visiva: so come si muovono, conosco le loro caratteristiche, mi coinvolgono. Sono loro che si fanno raccontare, e a un certo punto prendono il sopravvento. Quando mi capita di fermarmi e di non riuscire ad andare avanti, torno a rileggere quello che ho scritto e mi rendo conto di aver attribuito a un personaggio qualcosa che non andava bene, di avergli fatto fare qualcosa di sbagliato e di dover cambiare strada.

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Quant’è difficile lasciare andare i suoi personaggi dopo la parola fine?

Gli addii sono sempre tristi, e per molti giorni sono in depressione; ma poi, a un certo punto mi dico che quella storia è chiusa, e che devo andare a incontrare altri personaggi.

Adesso, per esempio, sono già partita con un’altra idea: questa volta vorrei affrontare il mondo operaio e dei sindacati. Sono andata a Gabicce, l’agosto scorso, e ho incontrato Maurizio Landini, che è un personaggio notevole. È bruttino, ma dopo cinque minuti che lo ascolti ne rimani affascinata. È di una onestà, semplicità e schiettezza travolgenti. Succedono cose incredibili, nel mondo dei sindacati, e io voglio creare il personaggio di un sindacalista.

Devo parlarne anche con Cofferati. L’era moderna è finita e adesso la tecnologia cambia tutto il mondo del lavoro, che è in rivoluzione continua. E vi sembra che io possa ignorare un tema così affascinante? Non conosco quasi niente di queste cose, ma m’informo e cerco di tradurle in maniera accessibile, così che poi, leggendo, tutti possano capire quel poco che ho capito io.

“Dieci e lode”, Sveva Casati Modignani e la crisi della scuola

Si è sentita soddisfatta quando ha messo la parola fine a quest’ultimo romanzo?

Assolutamente no. Non sono mai soddisfatta: anche di questo Dieci e lode, rileggendolo ora, mi rendo conto di non essere contenta della parte iniziale.

 

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Come ci si sente a essere una scrittrice tanto affermata in un Paese che legge così poco?

Più che una scrittrice affermata ho la presunzione di credere di essere un’autrice amata. In un Paese che non legge, provo spesso la gioia di sentirmi dire “Sveva, io non leggevo, poi un giorno ho letto un suo libro e adesso non solo leggo lei, ma ho scoperto anche altri autori”.

Mi capita spesso, e ne sono orgogliosa. Un’altra frase ricorrente è “Guardi, ho letto il suo libro in un momento in cui ero disperata e lei mi ha dato tanta serenità”. Questa è una gioia immensa per chi scrive.

 

Che cosa legge lei, invece?

Leggo un sacco di novità, perché sono curiosa di conoscere cosa arriva nel mondo letterario, poi ci sono alcuni autori che amo in modo particolare: Camilleri, Vitali, che è un mio caro amico, anche se è uno strano tipo, e classici che ogni tanto vado a rileggere. Credo di aver riletto Il gattopardo almeno otto volte negli ultimi quarant’anni. Ogni tanto torno alla Recherche, a Balzac e tra i russi amo Cechov, che ogni volta mi fa scoprire qualcosa di nuovo nelle sue novelle.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori.

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