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“Diario indiano”, uno dei testi più poliedrici di Allen Ginsberg

“Diario indiano”, uno dei testi più poliedrici di Allen GinsbergEsce in una nuova edizione per Il Saggiatore il Diario indiano di Allen Ginsberg, con traduzione di Monica Martignoni e Leopoldo Carra. Come sottolinea Carra nelle prime righe dell'introduzione, il viaggio per Ginsberg era cominciato molto prima, a Parigi e con qualche altra tappa europea, poi in Africa e in Israele. Ma nel febbraio del 1962 il massimo poeta della beat generation giunse in India insieme al compagno Peter Orlovsky, per rimanerci fino al maggio dell'anno successivo. A dirla tutta, i due condivisero la primissima parte del viaggio con la coppia di poeti beat Gary Snyder e Joanne Kyger, e conclusero l'esperienza lasciando l'India separatamente. Approdati a Mumbai (all'epoca Bombay), l'itinerario continuò visitando Calcutta, Varanasi (allora Benares) e una buona parte dell'India settentrionale, passando da Delhi fino al Taj Mahal.

Pubblicato per la prima volta nel 1970, il libro in questa veste rinnovata raccoglie la parte diaristica e quella più poetica, ma anche foto e disegni. È un insieme discontinuo che manca di alcuni passaggi, comunque un resoconto “on the road” sul fascino del territorio indiano, tra bellezza e miseria, spiritualità e vizi terreni. Scritto perlopiù sotto l'influenza delle droghe (ganja, morfina, benzedrina... si racconta persino di quando Ginsberg offrì l'LSD al Dalai Lama), il volume propone anche vissuti di indiscutibile lucidità, come in questo estratto iniziale da una poesia dedicata a Orlovsky, la fotografia nitida di un momento:

Una stanza imbiancata sul tetto,
in un albergo musulmano di terz'ordine,
due letti, la ventola sfocata
che gira sopra la tua chitarra marrone
Zaino aperto per terra, asciugamano
appeso a una sedia, una spremuta di arancia,
manoscritti in pacchi di carta bruna

 

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Oppure nelle sue dissertazioni sulla scrittura: «Il problema è scrivere Poesia che sia, che sembri naturale, non artefatta».

Dunque l'alterazione della coscienza, la sperimentazione del corpo, il «cambiamento della consapevolezza del cervello e come ci si sente a vedere il dentro-fuori», per dirla con le parole dello stesso autore.

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“Diario indiano”, uno dei testi più poliedrici di Allen GinsbergMa come sempre in Ginsberg c'è molto più di questo: allora ecco sogni premonitori, sogni grotteschi e sogni che svaniscono troppo in fretta («sogni intessuti di una ragnatela così sottile che i fili si sono spezzati prima che mi svegliassi per annotarli nel mio taccuino»), versi slegati e mossi nella pagina che si alternano a blocchi solidi di pagine di diario, idee di pacifismo che fanno breccia nella guerra del Vietnam, riflessioni personali sulla morte (si scopre che sperasse di vivere fino a 74 anni e morire nel 2000: ci è andato vicino), onomatopee e lunghi elenchi di nomi.

Ginsberg, per sua stessa ammissione, tende all'eliminazione del soggetto e anzi a mettere in evidenza le parole stesse, puntando a una registrazione ritmica di accelerazioni e pause. Le cose che finiscono nei suoi taccuini passano attraverso una selezione e l'autore deve ammettere suo malgrado la difficoltà di riferire tutto: «Migliaia di scene come questa in India non le ho scritte, però le ho viste».

 

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Tra lunghe passeggiate e vagabondaggi, incontriamo mendicanti, santoni, lebbrosi, cadaveri bruciati in riva al Gange. Poi ci sono le visite alle fumerie, ai mercati, ai monasteri e ai templi. I concetti del Buddhismo tibetano si mescolano alle invocazioni a Krishna, pensieri sulle religioni e le divinità indiane, il vegetarianesimo e lo yoga. Più di tutto Ginsberg sembra alla ricerca di un guru, per poi scoprire che lo ha già trovato da tempo: il mito Blake è sempre presente, forte di un'eco che risuona dall'inizio alla fine. Ci sono poi altri William che vengono omaggiati: William Carlos Williams e William S. Burroughs. Infine un ricco glossario in chiusura di questo Diario indiano, che nella sua interezza ci consegna uno dei testi più poliedrici di Allen Ginsberg.

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