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Di amore e scoiattoli parlanti. Intervista a Elizabeth McKenzie

Di amore e scoiattoli parlanti. Intervista a Elizabeth McKenzieEsistono libri che si rivelano essere specchi in cui riflettersi, con il vantaggio di mantenersi a una certa distanza di sicurezza mentre si scruta dentro angoli remoti di se stessi. L’amore ai tempi degli scoiattoli di Elizabeth McKenzie, nella traduzione di Stefano Massaron, è l’esempio di un simile romanzo. Uscito per Marsilio, il libro conquista grazie all’ironia nascosta tra le pagine, le vite di Verblen e Paul, le rispettive famiglie, i sogni di ciascuno, e il progetto che li accomuna.

Sono mondi in collisione, o in evidente riavvicinamento, se vogliamo, quello di Verblen e quello di Paul. Lui le ha chiesto di sposarlo, lei ha risposto di sì. E, da qual momento in poi, le cose, anzi alcuni dettagli, iniziano a prendere altre forme. Si mascherano in dubbi. Lei vorrebbe che a lui piacesse sua madre. Così com’è. Lui vorrebbe che lei sentisse i suoi stessi sentimenti nei confronti della famiglia d’origine, e del fratello più grande e problematico.

 

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Da un punto di vista sociale, Verblen è una precaria e una volontaria, lavora come traduttrice, dal norvegese, ed è convinta che gli scoiattoli le parlino. Paul è uno scienziato, un ricercatore, una mente brillante che ha inventato un marchingegno molto promettente. Da poco è stato assunto da una colossale azienda farmaceutica che vuole promuovere il macchinario, un aggeggio indispensabile per diminuire i post trauma dei veterani. L’industria della guerra si affaccia così in mezzo alla vita di Verblen e Paul e i dettagli che la riguardano fanno riflettere, sebbene l’autrice non appesantisca mai i toni.

Il romanzo appare come lo stelo di un fiore, sovrapposto, con delicatezza, petalo su petalo, storia su storia, avvolge e conquista in modo definitivo, fino a farti scordare che quella faccenda non è tua e tu sei soltanto uno spettatore. L’effetto è bello. È un bel modo di perdersi.

In occasione di PordenoneLegge, Elisabeth McKenzie ha spiegato qualche dettaglio che si cela dietro la stesura del romanzo e non solo.

Di amore e scoiattoli parlanti. Intervista a Elizabeth McKenzie

«Albertine aveva aiutato Veblen a superare l’abitudine di assumersi la colpa quando qualcuno le diceva qualcosa di criptico» si legge nel romanzo. Cosa succede però se qualcuno opta per un atteggiamento simile nei confronti del mondo, ovvero vede dentro di sé la colpa di ciò che non coglie, che non capisce?

Nel caso di Veblen non sarebbe giusto parlare di colpa, almeno non in un senso generale. Ancor meno se ci riferiamo alla Veblen adulta, alla Veblen in relazione a Paul, o al mondo. Si potrebbe parlare della responsabilità, del fatto che si sente responsabile nei confronti delle varie situazioni che la coinvolgono, sente il bisogno di affrontare le cose e assumersi la responsabilità.

 

Avere uno statuto, una posizione ben precisa, appare molto importante per la società, o almeno per gli amici di Paul. Veblen, dal canto suo, appare quasi un’aliena vista in quest’ottica. Libera, si impegna con tutta l’anima nella sua passione, incurante degli schemi della società. La domanda che le voglio porre potrebbe avere qualche riflesso antropologico, ovvero: possedere una posizione, un posto preciso, è un bisogno umano portato nella società, secondo lei?

Decisamente, se guardiamo indietro nel tempo, nella storia, avere un posto nella comunità ha avuto sempre una notevole importanza per la struttura stessa della comunità. Fa parte della condizione umana, e molto sicuramente avere ruoli definiti, funzioni definite, ci ha aiutati a sopravvivere. Oggigiorno, però, si è persa la misura, questo bisogno di possedere una posizione e una funzione hanno preso il sopravvento accentuandosi in modo radicale.

 

«Il matrimonio è una lotta continua e inevitabile che può essere risolta soltanto attraverso la morte» cita il pensiero di Guggenbuehl-Craig. Si può forse estendere l’affermazione a tutte le relazioni importanti oppure rimane comunque qualcosa di circoscritto alla realtà matrimoniale?

Nel matrimonio, più che in qualsiasi altra relazione, ti mostri per quello che sei. Oltre ai tuoi lati più luminosi, emergono i lati oscuri. Questi possono essere nascosti ai tuoi amici, anche ai più intimi, ma non a qualcuno che condivide la quotidianità con te. In un certo senso, il matrimonio è lo spazio in cui gettiamo i nostri lati oscuri gli uni sugli altri.

 

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Parlando ancora del matrimonio, nel libro si trova un’interessante riflessione: «il matrimonio poteva essere un esercizio continuo in separazioni». Separarsi da piccole parti di se stessi, come, appunto, mangiare una pannocchia perché l’altro non le apprezza…

Ci sono cose a cui si può rinunciare, sicuramente, o le si può portare altrove, nella sfera dell’amicizia. Si può fare con gli amici quello che non si può condividere con il partner. È tutta una questione di equilibri. Se ne vale la pena, non sarà niente di che. Nel caso di Veblen, lei ha paura di quello che questo possa significare anche a causa della sua personale esperienza.

 

C’è un bellissimo pensiero rivolto alla traduzione, al lavoro del traduttore, in relazione al rapporto tra Veblen e sua madre, e al fatto che la figlia si sia trovata spesso nell’ipostasi di dover “tradurre” i pensieri e le intenzioni della madre. Siamo di fronte alla traduzione in italiano del suo romanzo, tra l’altro. Qual è il suo rapporto con la traduzione?

Nello specifico, Veblen ha come la sensazione che nessuno comprenda sua madre e lei si sente in dovere di spiegare quali siano i suoi veri sentimenti. È un esercizio che, sì, l’ha portata verso una passione. E, in un certo senso, mi ci ritrovo in questo desiderio di far capire gli uni con gli altri, traducendo quindi i pensieri degli uni e degli altri. Infatti, mi occupo di traduzioni assieme a un’altra persona che si occupa della prima stesura, mentre io della rifinitura.

A mio avviso, la traduzione è una forma d’arte.

Di amore e scoiattoli parlanti. Intervista a Elizabeth McKenzie

Tra i molti aspetti racchiusi nel romanzo, vi è uno che mi ha molto colpita toccando forse una qualche mia corda sensibile. Mi riferisco al rapporto tra Veblen e sua madre. Certe volte le madri possono essere ancor più bisognose dei figli…

Parlando dalla mia esperienza, quando mio figlio è andato all’università mi veniva da telefonargli in ogni momento per sapere cosa gli stesse succedendo, per condividere con lui le nuove esperienze che affrontava. Mi sono dovuta disciplinare, farmi da parte. E, pensando a mia madre, per lei era stato tutto ancor più difficile, perché non avendo una professione ero diventata io la sua professione. Ciò che ho appreso, però, dalla posizione di madre, è che il rispetto per mio figlio mi fornisce la giusta misura.

 

Come trova la sua visita in Italia e la relativa uscita del romanzo?

L’Italia è il mio paese preferito. Mio marito è cresciuto qui e, inoltre, di recente ho scoperto uno scrittore molto interessante, Guido Marcelli. In questo senso, mi piacerebbe poter portare più letteratura italiana negli USA.

Per quanto riguarda l’uscita del romanzo… Adoro l’edizione italiana. Adoro la copertina e i colori. Il titolo è fantastico e intelligente, specie per il richiamo a Marquez.


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