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Deriva editoriale

piccoli editoriDiciamoci la verità, ci stanno raccontando un mucchio di frottole.

Premetto che questo è un post polemico pertanto invito chi non ha voglia di sentirmi berciare come un vecchio iracondo, inacidito dal tempo, a interrompere immediatamente la lettura, per salvaguardare se stesso.

Ci stanno raccontando un mucchio di frottole, dicevo. O forse no.

Sì, perché sembra che alla fine dei conti esistano due realtà parallele: quella dei grandi gruppi editoriali, che sono “brutti e cattivi” e piegano il mercato ai loro bisogni di guadagno; e quella dei “coraggiosi” piccoli editori che lottano ogni giorno contro tempi infami.

E se non fosse così? Se la realtà fosse più complessa? E se non ce la raccontassero giusta?

Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, però foglio riflettere rapidamente su alcune faccende che sono, quanto meno, poco chiare.

La prima riguarda gli investimenti in comunicazione delle piccole e medie case editrici. Nello specifico, molti editori mettono in evidenza i costi eccessivi della pubblicità e in generale degli investimenti in comunicazione; contemporaneamente, però, si lamentano delle scarse vendite e della poca visibilità dei loro autori. Mi sembra un cane che si morde la coda. Se non investi in comunicazione, non puoi sperare di fare arrivare il prodotto al pubblico. Banalmente, se nessuno sa che un libro esiste, nessuno lo acquisterà; senza contare poi che il costo di un romanzo non è irrisorio (viste le percentuali di disoccupazione tra i giovani, fascia che, oggi, rappresenta la grossa parte dei fruitori di libri). Obietteranno che è un costo che non possono affrontare, rispondo che trattasi di investimento non di costo e, in quanto tale, necessario per raggiungere il fantomatico breakeven point, soglia al di sotto della quale, per una azienda ci sono soltanto perdite.

Vorrei informare gli editori che esistono strumenti di comunicazione e pubblicità che non richiedono costi eccessivi, basta sapere muovere diligentemente qualche leva di marketing per riuscire a realizzare una strategia efficiente e relativamente a buon mercato.

Questa considerazione mi porta dritto alla seconda considerazione. In questi giorni, ho appreso di una simpatica iniziativa di Writer’s Dream e quest’altro. Perché editori e librai che pure guardano di buon occhio a una realtà come WD, hanno invece eluso gli inviti di Linda Rando e del suo team? Questa cosa mi fa storcere non poco il muso. Cosa c’è sotto?

Forse che in realtà le piccole case editrici hanno paura? È mai possibile?

Mi pare che non si mettano in campo strategie vincenti o che possano mettere in difficoltà i grandi gruppi editoriali. Davide contro Golia? Può darsi, però anche il piccola Davide, con la giusta strategia, è stato in grado di sconfiggere il colosso Golia. Questione di determinazione. E se fosse proprio la determinazione a mancare? E se in realtà ci fosse una sorta di rassegnazione di fondo?

Mi piacerebbe sentire il parere degli editori, in questa sede. Perché lamentarsi, chiedere di essere protetti dallo Stato (attraverso incentivi o altro), senza mettere in campo l’audacia che dovrebbe essere propria di un’impresa?

Forse la parola ‘impresa’ ha perso di significato? Il Garzanti la definisce come «un’azione, importante e difficile, che richiede impegno per essere portata a termine e si presenta di esito incerto».

È vero, la congiuntura non è delle migliori, la crisi c’è per tutti. Però, non è vero anche che l’unione fa la forza?

Io vedo editori che si guardano di sottecchi e che tramano nell’ombra, nella paura che il concorrente possa rubare loro due o tre lettori, senza preoccuparsi minimamente di cercare una soluzione allo stato in cui versa il mercato editoriale.

Forse serve un attimo di riflessione e un esame di coscienza, perché mi pare che navigare a vista non stia portando che a sforzi immani, e in balia di un mare in tempesta, questo non ce lo possiamo permettere.

Non vorrei che qualcuno voglia mascherare la propria incompetenza facendola passare per coraggio. Gli eroi sono quelli che sanno rischiare, non quelli che non rischiano neppure di guardare dentro l’antro del drago, perché temono che il solo alito li arrostisca.

Allora, che ci dicano la verità, perché comincio a sentire puzza di menzogna e non mi piace affatto. Piangersi addosso non serve. Ci vuole un piano. Bisogna darsi una mossa, lavorare sodo e dare sempre il massimo, i risultati arriveranno.

Nessuno ha mai detto che sarebbe stato facile.

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Commenti

Io mi pongo anche un'altra domanda. La letteratura è diventata impresa e dall'impresa si è persi il concetto di letteratura. A mio modesto modo di vedere, al momento, in Italia, non si fa (realmente) né l'una né l'altra.
Il libro è solo una questione di soldi? Ogni tanto mi capita di intervistare piccoli editori e la sensazione è sempre più o meno la stessa..che manchi qualcosa in quel che dicono. E' sempre facilissimo dire che i costi di distribuzione..... che le grandi major... che i pochi veri talenti... Eppure mi rimane la sensazione che ci sia ancora un non detto.
A qualcuno importa, seriamente, della letteratura?
E sono polemica tanto con le case editrici quanto con tutti quegli eserciti che pretendono di essere pubblicati solo perché sono loro e punto.
Altra cosa.
Per fare web marketing, per fare impresa, per fare guadagni ci vuole investimento in risorse umane, formazione, studio e viaggi. Ho la sensazione che, al momento l'interesse, anche degli imprenditori, sia rivolto altrove. Non al fare impresa. Lo farebbero, altrimenti.

A volte ho davvero l'impressione che le cose, nel mondo dell'editoria, siano immobili da talmente tanto tempo che il sistema rischia veramente di diventare atrofico. Non c'è innovazione e se c'è è priva di una visione di lungo termine. Eppure si continua a tacere, impelagandosi in discussioni di lana caprina, che distolgono l'attenzione dai problemi reali.

Secondo me è la dimostrazione che nessuno del settore dell'editoria, se non a parole e molto sporadicamente, prende veramente sul serio Linda Rando e questo WD.

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