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Dentro “La Repubblica del selfie”?

Dentro “La Repubblica del selfie”Sin dalle prime battute, dentro La Repubblica del selfie di Marco Damilano – uscito per Rizzoli – c’è un acuto, denso e ironico lavoro di analisi sul Paese nell’epoca del nuovo modello populistico renziano.

L’autore non si limita a tracciare un quadro della politica italiana, ma si sofferma sulla condizione storica del Paese per ritrovare elementi costitutivi della repubblica renziana. Una condizione lunga, quella italiana, attraversabile nel tempo grazie alla cronaca giornalistica e a quella degli eventi: dal passato al presente, dalle origini post-belliche fino a Renzi, da un potere condiviso e un potere monocratico. Le origini di questo durevole passaggio sono nelle segreterie di partito (il Pci e la Dc dentro e sopra gli altri) che stavano al passo con la necessità di un’Italia da fare secondo le leggi della politica romana e dell’opposizione tra élite borghesi e rappresentanza di massa: così assurse al potere De Gasperi imponendosi forte del consenso di massa molto prima di Berlusconi e di Renzi.

Per Damilano, quindi, le vicende dell’Italia primo-repubblicana sono quelle dei suoi uomini politici, dei giochi di palazzo e degli intrighi di partito, dei rapporti internazionali con le chiese del Vaticano e dell’Urss, e della condiscendenza timorosa verso quel partito oscuro di danarosi e di banchieri ai quali sempre – sempre! – la politica ha dovuto dir di sì.

Dentro “La Repubblica del selfie”

In questa storia travagliata, e quasi sudamericana, si ripetono dinamiche che rivelano l’incessante quanto soffocata necessità di cambiar classe dirigente a ogni passaggio epocale. Damilano individua, allora, nel giovane Fanfani un precursore di Renzi, un antesignano, uno sconfitto che risorge acclamato come un Salvatore, che concentra segreteria e premierato, che personalizza l’attenzione sui media, sulla Rai di Bernabei in particolare, e su di sé. Tutti elementi interni alla storia democristiana che proiettano Renzi nel passato, più che nel futuro.

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Nel testo v’è quindi una precisa disamina degli effetti culturali e strutturali del boom, della dolce vita, dell’avvio di una crescita rapida, post-bellica, che si rivelerà fondata su poche certezze e (im)morali. Il respiro corto dell’economia italiana si ferma quando negli anni settanta, quando il terrorismo rosso e nero impongono la regola della paura, della paura del golpe, e la civiltà italiana risponde con la regola del consumismo: in quell’Italia ha preso piede la corsa alla sostituzione decisiva dei valori fondativi della Repubblica con quelli della contemporaneità piccolo borghese, un po’ statunitense, come sosteneva, e giustamente, Pier Paolo Pasolini.

Dentro “La Repubblica del selfie”

Questo sottolinea l’autore nella lucida descrizione del Vuoto repubblicano che ha preceduto il Moto craxiano e l’iconografica ascesa del Moto berlusconiano. Un Vuoto creato da una generazione di padri a cui Renzi s’è opposto come nessuno prima. Il nuovo erede diretto di Berlusconi, colui che machiavellicamente riempie il Vuoto con se stesso, cavalcando alla velocità di un selfie la necessità collettiva di uscire dal nulla economico e politico della Seconda Repubblica, sorge da questa storia repubblicana in sostanziale continuità con i suoi predecessori. Un capo dall’Io immenso, che occupa ogni spazio, che riesce a far dire, credere e parlare di sé con arroganza, più che intraprendenza: con candore democristiano, buonsenso post-comunista, abilità berlusconiana e spregiudicatezza post-craxiana.

Dentro “La Repubblica del selfie”_Bettino Craxi

Renzi è, per Damilano, colui che «sconfigge la sinistra diventandone il capo», dunque un finto impostore, uno che impone un modello antropologico, l’Homo Renzianus, ai suoi sudditi. E son sudditi quelli che non possono dirgli di no, perché è lui che adesso traccia il confine netto tra chi sta dentro e chi sta fuori della nuova partita del potere. E tuttavia, in questo gioco, anche Renzi corre il rischio di avvitarsi nel vizio di cantarsela e suonarsela da solo. Perché vince facile giocando senz’avversario, imponendo regole che non migliorano la macchina democratica ma la appiattiscono sulla sua stanca icona, sulla sua vecchia e decrepita immagine. Questo c’è dentro La Repubblica del selfie. Il resto ce lo dirà la Storia.

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Commenti

Un'analisi adeguata e giusta sulla situazione. Apprezzo e certe volte invidio chi ha ancora voglia di fare le bucce al sistema con spreco di tempo e intelligenza, nei confronti di logiche vecchissime e potremo dire banali della "politica" nazionale. Io non ce la faccio più, non sopporto il dover ridire fino allo sfinimento certe cose. Di sentire di nuovo le stesse cose, sembra tutto già vissuto e tutto già scritto. Dovremmo avere il coraggio di dire le cose come stanno, a nessuno frega niente delle analisi, oltretutto non possiamo più fare appello all'intelligenza e alla partecipazione della gente, non abbiamo strumenti politici praticabili. Credo che sarebbe più proficuo creare una sorta di dibattito ristretto, anche se ristretto lo è già indubbiamente, ma con quello che puo' oggi esprimere la classe intellettuale del Paese per arrivare in tempi brevi a piattaforme politiche che rivendichino ancora una volta il superamento dell'attuale modello di sviluppo (capitalismo). Occorrono avanguardie ben strutturate. Vogliono prenderci per stanchezza e con me ce l'hanno quasi fatta.

Occorre, hai ragione, strutturare un senso civico nuovo, fuori dai leaderismi. Lo strumento della democrazia è arduo, a volte tagliente, ma non ci resta che quello.

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