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Davide Rondoni, concretizzare il magma quotidiano nei versi: questa è la sua poesia

Davide Rondoni, concretizzare il magma quotidiano nei versi: questa è la sua poesiaDavide Rondoni è poeta di fama nazionale e su questo non v’è ombra di dubbio.

Il suo ultimo libro, edito per Mondadori, s’intitola La natura del bastardo e rientra nella collana di Mondadori “Lo specchio – i poeti del nostro tempo”.

Lo abbiamo incontrato a Milano, poco dopo Bookcity 2016. Esattamente al Caffè Colibrì. Un’atmosfera da circolo intellettuale, molto suggestiva, da chiacchierata davanti a una tazza di tè caldo in un uggioso pomeriggio novembrino. Un romagnolo alla buona, senza nulla togliere alla qualità del suo eloquio. Fra una poesia letta e una dissertazione sulla concezione artistica il tempo è passato velocemente. Eppure quella chiacchierata sarebbe potuta proseguire in eterno, tanto era piacevole il confronto. Un uomo romagnolo dall’accento alla piacevolezza di vivere. Quasi deciso a celare una biografia, che gli fa onore: le raccolte poetiche Apocalisse amore (Mondadori 2008), Avrebbe amato chiunque (Guanda 2003), Compianto, vita (Marietti 2001) e Il bar del tempo (Guanda 1999), Rimbambimenti (Raffaelli 2010), Si tira avanti solo con lo schianto (Whyfly 2013), hanno vinto alcuni dei maggiori premi di poesia. Realizza e collabora a programmi di poesia in Tv (Rai, Sky, San Marino rtv e Tv2000) e ad alcuni quotidiani come editorialista. Ha fondato e fa parte del Centro di poesia contemporanea dell'Università di Bologna e dirige la rivista «clanDestino». Un uomo, insomma, che ha la poesia nel sangue.

Non lo nega nemmeno lui, quando si racconta. Afferma tra un aneddoto e l’altro che sin da quando era giovanissimo scriveva poesia e bussava alla porta di un vate della poesia moderna come Mario Luzi per ricevere da lui consigli e ammonimenti.

Perché mai scegliere come titolo: La natura del bastardo? È un’opera scritta in versi brevi, talvolta quasi frammenti. È il frutto di correzioni e ripensamenti durati otto anni. Lo stesso autore ci motiva così la sua decisione:

«Credo che la società di oggi viva troppo del mito della purezza. Chi non ha paura di imbastardirsi come me cerca di allontanarsi dalla purezza pura cui ci abituano società e media. Io viaggio spesso, osservo il mondo e da dantesco quale sono prediligo la poesia non pura, ma quella della linea baudeleriana e dantesca. Seppur Petrarca ha fatto un gran lavoro, dando un canone alla tradizione poetica italiana, per me la sezione aurea della lingua e della vita non esiste. Io vivo più una poesia da rete da pesca, c’è di tutto. Certe cose sono evidenti nel nostro panorama e non le censuro».

 

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Dunque, dietro a un titolo così acido ed espressivo c’è l’etimologia della parola. Certamente non sarà da sottovalutare che il poeta, nello scrivere i suoi versi, non pensi anche a un’accezione più volgare e identifichi il suo IO poetico in colui che, fra stazioni, piazze e treni, osserva il reale che spesso ci sfugge, scolpendolo in momenti di paralisi quotidiane: l’elemento schifato che noi, avvezzi alla medietà quotidiana, non vediamo, lui lo vede e lo incarna nei suoi versi. D’altronde la sua linea dantesca e simbolista, “la sua rete da pesca”, come la definisce lui, raccoglie a strascico ogni cosa e la ricombina poi con il ritmo e la tensione del suo canto.

Ed è così che, nonostante i giudizi sulla parvenza aulica del dettato poetico, il nostro creatore di versi v’immette anche l’elemento tecnologico. Poetare con la parola “skype” ai detrattori della poesia sembra impossibile, ma Rondoni ce lo spiega con queste parole, attribuendo l’errato giudizio a un aspetto di iperletterarietà della nostra tradizione:

«Avendo letto il professore un solo tipo di poesia (quella classica e petrarchesca) ritiene che la poesia non possa essere la maniera di quell'oggetto, cioè skype. Perché Petrarca ha fatto una grande operazione, l’errore è poi di certa critica che l’ha interpretata come non parlare di cose contemporanee o banali. Così su internet vedi un calco manieristico, quasi in stile foscoliano. In Italia abbiamo un difetto di iperletterarietà e manierismo. La poesia non ha mai una maniera, quindi la contemporaneità esiste sempre nell’arte. Non esiste uno scaffale delle parole poetiche. Il miracolo della poesia è la tensione poetica che la anima, come diceva Ungaretti. Per cui c’è questo problema della tensione».

Davide Rondoni, concretizzare il magma quotidiano nei versi: questa è la sua poesia

Ungaretti e la tensione poetica del verso sembrano essere i due capostipiti da cui parte il fluire dei versi di Rondoni. Inutile negare che al poeta italo-alessandrino il nostro romagnolo si accontenta di assomigliare anche solo per un’oncia:

«Ungaretti per me è il più grande poeta del Novecento italiano. Ha introdotto lui la concezione della parola poetica come tensione. È una grande lezione. La poesia è un viaggio nel segreto della realtà! La parola che è posta al centro della riga è un rilievo di tensione e sonorità. Ungaretti l’ha appreso da Apollinaire. La parola è come un corpo. Il testo di una pagina è il corpo di una ballerina nello spazio. Così devi guardarlo. Tutti i poeti veri hanno esperienza fisica della poesia. La parola, se è tensione conoscitiva, non è esperienza mentale, ma comprende il passo, l’animo, il corpo. Il verso di Ungaretti nasce dall’esperienza che ha, dal passo, dal respiro. Un critico su di me scrisse una cosa simpatica. Io son nato nella stazione di Forlì, la voce dell’omino della stazione di Forlì è presente come ritmo nella mia poesia. Se poi c’è anche solo un’oncia di Ungaretti sono contento!».

 

Partiamo da qui, da queste parole, poste al centro della riga, inusuali per noi lettori di ebook.

Leggendo La natura del bastardo di Davide Rondoni si torna indietro di un secolo, si ritorna all’uomo che scolpì con i suoi versi la tragedia immane della Grande Guerra, si torna ai suoi capolavori: Il porto sepolto e Allegria di naufragiSi trova qui il germe della poesia di Rondoni. Versi brevi, disposti in modo non consueto sulla pagina, inframmezzati da un dettato che a volte si fa puramente prosastico, riportando talvolta il discorso diretto. È una miscela di prosa e verso che scolpisce ogni attimo del reale, come se in uno zoom (tecnicismo usato anche in un suo verso: «nella navata che mi zooma ai tuoi occhi, dio») raccogliesse tutti gli elementi del reale, sia quelli sozzi che quelli aurei, e li trasponesse, seguendo poi la danza di sé e della vita, sulla pagina o sulla tastiera. L’IO onnipresente, talvolta invadente, che anima la sua poesia è quello dell’uomo novecentesco e attuale, che nel suo speculare filosofico e morale, nella sua crisi esistenziale si fonde con la crudezza della realtà che vive, respirandola e comprendendola. Non c’è alcuna operazione di dissacrazione nel mettere in scena il conato di un mendicante alla stazione di Termini, piuttosto c’è un’operazione dantesca di figurazione immediata. Quell’uomo fa parte della realtà odierna, s’inframmezza nel vagare pensieroso del poeta in quell’istante, nel suo scolpire i versi fra metafore, accumuli e analogie. I suoi frammenti in versi non nascondono l’urlo del poeta moderno pari a quell’urlo emblematico di Ungaretti. Lo strazio non deriva più dalla guerra, ma dalla vita moderna, magma, bollente ed effervescente che viene tradotto in versi. È un magma, come quello di Luzi, che porta nella lirica forestierismi di massa e tecnicismi. Senza dimenticare momenti dove l’aulicismo, anzi la citazione diretta, entra in un rapporto dinamico con l’immagine quotidiana.

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È una tecnica, nata nel secolo scorso, utilizzata a più riprese da Eliot, Pound, Montale. Davide Rondoni preferisce evitare la parola "tecnica". Tale procedimento poetico nasce da una sua concezione (comune ai migliori poeti) che l’arte non è spontaneità:

«L’arte è il contrario della spontaneità! Ricerca della naturalezza attraverso il lavoro. La spontaneità è meccanica, mai scrivere spontaneamente, altrimenti si scrivono delle robe di maniera. La ricerca della naturalezza è strettamente legata al lavoro. Vedi l’esempio di Leopardi. C’è un aspetto da considerare. È ovvio che ogni poeta consapevole sa che non spunta dal nulla la poesia, ma c’è un coro di voci che ti portano e abitano, a volte non te ne accorgi. Noi siamo in Italia, fattore non secondario. C’è la tradizione poetica dei grandi. Sembra che la nostra tradizione abbia raggiunto il massimo in ogni epoca e poi riparte con una tradizione nuova e fantastica. A volte non te ne accorgi neanche. È un movimento che fa capire come la biografia soggettiva del poeta conta poco. Conta farsi voce dell’esperienza».

 

Quel coro di voci, quelle reminescenze letterarie, di versi e neologismi danteschi, carducciani e montaliani che riappaiono davanti agli Uffizi di Firenze, nelle piazze romane o addirittura a Baghdad rappresentano l’elemento più affascinante di una poesia dal ritmo variegato, nutrita di quadri foschi o all’opposto radiosi, dove la natura non è nascosta, ma è dipinta dalla mano del pittore-poeta. Il suo è anche un inno a godere dell’essenza delle cose e delle meravigliose fascinazioni del mondo naturale. Non aver paura dell’esperienza, ma viverla.

C’è un dramma presente nei versi di La natura del bastardo, ma c’è anche amore. L’amore verso i figli e verso una donna, che per tratti analogici e sguardi poetici ricorda la Clizia di Montale. Non un Canzoniere, ma una Cristofora, che dia linfa di fronte al magma dispersivo della nostra vita. Alito di vita e sofferenza per il cuore del poeta. D’altronde anche l’arte non è altro che un contrasto interno, lacerante che dolore porta a chi la segue più volte. È lo stesso poeta a dircelo:

«Sarà meglio intendersi. Qualsiasi persona fa esperienza di sperdutezza. Entri in una dimensione più grande di te, ma è un po’ incalcolabile. È diversa da un’altra esperienza superficiale, ma continua, che rileva insoddisfazione. C’è una sorta di insoddisfazione o mestizia. Il mio libro nasce da otto anni di lavoro. E come si capisce che hai concluso il lavoro? È arte individuale, ma non solitaria. C’è sempre bisogno di un confronto o paragone. Molto spesso è questo lavoro di confronto che completa il lavorio finale».

 

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L’estasi della creazione, che nasce dal ritmo musicale del cuore, dell’animo, del corpo e dalla miscela di sensazioni che come scatti continui animano il sentire del poeta, è il godimento finale dell’opera d’arte, è il vero motivo per cui vale la pena darle vita. Da dove nasce la poesia, dunque?

«Così come noi usiamo i soprannomi per nominare o conoscere meglio quella tenerezza nell’uso delle parole (ad esempio per rilevare delle caratteristiche simpatiche o antipatiche degli altri), altrettanto la poesia nasce come esigenza di nominare una cosa con un nome diverso da quello comune. Ti accorgi che le solite parole non bastano per dire quella cosa lì, cioè per delineare caratteristiche di un soggetto od oggetto intorno a noi, e allora ti domandi: cosa mi fa venire in mente quella cosa o quella persona? Quando non bastano le parole usuali per determinare quella cosa, allora nasce la poesia. Perché per vivere la vita, le parole non bastano».

Davide Rondoni, concretizzare il magma quotidiano nei versi: questa è la sua poesia

Dunque allora la poesia non rischia di morire o meglio non aver pubblico, come annunciò in un celebre discorso Montale anni fa o come recentemente in alcune antologie è stato affermato? Davide Rondoni afferma con certezza perentoria:

«Facebook o Twitter sono pieni di scambio di poesie. È vero che pochi possono comprare un libro come il mio! Certo non ha pubblico, non ha una caratterizzazione sociologica. Non tutto il mondo esiste così, c’è un sacco di gente che ascolta poesie. Si parla per luoghi comuni inutili, luoghi comuni banali. È vero, non c’è una domanda espressa in termini mercantili per la poesia. Dire che la poesia non esiste, sono tutte cose futili. L’importanza della poesia non è a copie vendute, ma altro».

 

Quell’altro è chiamato da Rondoni opera d’arte, creazione per eccellenza dell’umanità, per la quale conviene sacrificare sé stessi e soffrire, pur di darle vita:

«Essere artisti è lottare contro sé stessi!».

 

Questo lotta fra un artista, sia egli padre amorevole, uomo innamorato, amico bonaccione (da buon romagnolo qual è), e la competenza letteraria, la compresenza di voci desuete e auliche, l’occhio zoomato su una realtà odierna che viene schifata e rigettata; questa è la miscela scottante, nata da una parola ungarettiana intensa e potente, che brucia gli occhi e le dita di chi sfoglia La natura del bastardo di Davide Rondoni

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