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Data journalism, ecco perché rappresenta il futuro dell’informazione

Data journalism, ecco perché rappresenta il futuro dell’informazione«Il futuro dell’informazione è il data journalism». Lo afferma senza ombra di dubbio Davide Ludovisi, autore de Il potere dei dati – Il data journalism e le nuove forme del comunicare edito da Effequ, nella collana Saggi Pop, casa editrice che ci ha piacevolmente abituati a leggere testi autorevoli, attuali e di buona qualità per fotografare il mondo che ci circonda. Esperto di comunicazione e di divulgazione scientifica, Ludovisi ha raccolto in un unico volume tutto quanto c’è da sapere sul data journalism, illustre sconosciuto per alcuni, preziosa frontiera e fonte di lavoro (potenzialmente inesauribile) per altri. Tutto potrebbe essere analizzato e descritto attraverso gli strumenti e le modalità del data journalism: per questo Ludovisi si è messo sulle tracce dei massimi esperti del settore per cercare di raccogliere quante più informazioni possibili sia per sé stesso sia per spiegarlo a noi, comuni mortali. Da Guido Romeo, data&business editor a «Wired Italia» a Mario Calabresi, direttore di «La Repubblica», da Philip Meyer a Luca Sofri, tante sono le firme che arricchiscono questo volume ricco di informazioni e di spunti, per gli addetti ai lavori, ma non solo.

 

Nella prefazione a firma di Guido Romeo si legge: «Se li torturi abbastanza a lungo, i dati confessano sempre». Quali confessioni, secondo lei, possono rivelarci?

Possono rivelarci di tutto, basta vedere cosa sta succedendo con la vicenda dei Panama Papers, solo per limitarci al caso più recente ed eclatante. Bisogna però essere in grado di identificarli, reperirli, processarli, comprenderli, interpretarli e ricavarne delle storie adatte al pubblico. E questo dovrebbe essere la funzione di un buon data journalism.

 

Lei scrive: «Ho voluto realizzare questo libro prima di tutto per capire e per raccontare ciò che non ho capito». Sente di aver raggiunto il suo obiettivo?

No. O almeno, in parte. Il data journalism è un modo di intendere il giornalismo decisamente nuovo, e in rapida e costante evoluzione, quindi è molto difficile, se non impossibile, capirlo del tutto. Ho fatto del mio meglio, fotografando soprattutto la situazione presente e del recente passato, ipotizzando anche degli scenari futuri. Mi sono messo nei panni di chi non ne sa nulla, cercando di contestualizzare in modo più ampio il fenomeno. L’ambito dell’informazione in generale si trova infatti in una fase di profondi cambiamenti, e il data journalism è uno degli elementi forse più interessanti. Non ho trovato altri testi con questo intento, e così ne ho scritto uno io.

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Data journalism, ecco perché rappresenta il futuro dell’informazioneHa intervistato molti addetti ai lavori, ma quanto questo argomento risulta familiare al grande pubblico? In che modo quest’ultimo può diventare “controllore” dei giornalisti? Ha riscontrato interesse riguardo al tema?

Premetto che il termine “grande pubblico” (che a volte uso anch’io, eh) mi fa venire un po’ di orticaria, perché nel 2016 pensare che esista realmente un grande pubblico di massa è controproducente. Detto questo, molti lettori probabilmente non hanno mai sentito parlare di data journalism, ma i risultati sono evidenti a tutti: non ci sono solo i Panama Papers o WikiLeaks di qualche anno fa, ma tantissime inchieste più o meno grandi sono state fatte grazie a questo nuovo modo di intendere il giornalismo. I temi sono dei più vari: le bonifiche ambientali, i beni confiscati alle mafie, i morti legati alle rotte migratorie, l’impiego delle risorse pubbliche e molti altri.

Per quanto riguarda l’auspicio che il “grande pubblico” possa diventare “controllore” dei giornalisti… non penso sia sempre una buona cosa, in linea di principio. I giornalisti in teoria dovrebbero essere dei professionisti in grado di garantire l’informazione in modo ottimale. Però fortunatamente ora anche chi non è giornalista può sbugiardare le bufale più facilmente, ma purtroppo anche alimentarle. La cattiva informazione fatta di fonti inattendibili, scarsa attenzione per la veridicità dei fatti, pessime interpretazioni, ecc. è spesso dovuta proprio alla mancanza dell’approccio scientifico al giornalismo.

 

La figura del giornalista – lei scrive – è sempre più sfumata: le incombenze sono tante, deve scrivere, impaginare, titolare, fare le foto, spesso senza un adeguato ritorno economico. Quanto incide quest’aspetto?

Incide tantissimo, evidentemente. Se chi fa informazione deve lavorare a cottimo portandosi a casa pochi spiccioli facendo come meglio può di tutto e di più, difficilmente può avere la serenità, le capacità e il tempo necessario per produrre un’informazione di buona qualità. Beninteso, è giusto che il giornalista debba essere sempre più multitasking, che abbia sempre più competenze, anche tecnologiche, ma tutto dev’essere calibrato alla portata del lavoro che deve fare. Se per esempio implica l’elaborazione dei dati, la creazione di infografiche e la realizzazione di un video su un tema particolarmente ampio e delicato, ha senso che ci sia un team di più persone pagato adeguatamente. Attenzione però a non fare demagogia: un aspirante giornalista che scrive una news su un free press e viene pagato una manciata di euro non ci dovrebbe scandalizzare. Ci dovrebbe scandalizzare il fatto che per testate nazionali  - il cui nome dovrebbe ispirare autorevolezza -  lavorino redattori con contratti blindati che si limitano a riportare qualche baggianata letta sul Daily Mail!

 

In sostanza, quali vantaggi ci porterebbe il data journalism? In Italia, troverebbe terreno fertile per attecchire?

Il data journalism già esiste anche in Italia, ma non ha ancora attecchito molto perché sono ancora pochi i lettori e i direttori di testata che riescono ad apprezzare un tipo di informazione basato sui dati e non su colorite opinioni soggettive. Il vantaggio del data journalism è consentire di fare un giornalismo più stimolante per chi lo fa e chi lo legge elevandone nel contempo la qualità informativa.

 

Quale intervista le è piaciuta di più? Quale interlocutore l’ha sorpresa?

Sono state due le interviste che mi sono piaciute di più in particolare: quella a Elisabetta Tola fondatrice di datajournalism.it e a Mario Calabresi, direttore di «La Repubblica», perché assieme hanno saputo dare un quadro piuttosto esaustivo della situazione italiana. Quello che mi ha sorpreso di più è stato Daniel Sieberg di Google, perché non sapevo quanto l’azienda fosse interessata al data journalism. E questo fa anche capire quanto il data journalism sarà importante nei prossimi anni.

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