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Dare voce al dolore del mondo. “La terra che calpestiamo” di Jesùs Carrasco

Dare voce al dolore del mondo. “La terra che calpestiamo” di Jesùs CarrascoLo confesso. Ho un debole per gli autori che mirano alto, che non hanno paura d'instaurare un dialogo con la lezione dei maestri, con la tradizione letteraria del passato. Molto spesso non m'interessa nemmeno il risultato finale, perché uno scrittore che in un'epoca di midcult e prodotti per il grande pubblico tenta questo “salto mortale” è già di per se stesso oggetto di considerazione. Se poi centra l'obiettivo naturalmente oltre alla considerazione si aggiunge anche l'ammirazione.

Lo spagnolo Jesùs Carrasco con il suo secondo romanzo La terra che calpestiamo, pubblicatoin Italia da Ponte alle Grazie (la traduzione è di Claudia Marseguerra) riesce a suscitarmi entrambe le emozioni; non a caso ha ricevuto il Premio per la Letteratura dell'Unione Europea, dimostrandosi uno degli autori emergenti più interessanti del nostro continente.

 

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Il romanzo, d'impostazione distopica, è ambientato nella prima metà del Novecento. L'Europa, tutta l'Europa, è sotto il giogo dell'Impero, un'entità statuale dominata dagli uomini che provengono dalle fredde terre del Nord. Eva Hollman è la moglie di un colonnello in pensione, Iosif («un uomo che ha avuto ai suoi ordini intere divisioni, che ha disposto delle vite di altri uomini, che ha assediato città e passato a fil di spada nemici e rivoltosi»). Il vecchio militare vive gli ultimi anni della sua vita tra momenti di rara lucidità e altri di profonda demenza, ma la sua cattiveria, la sua perversione sono ancora rintracciabili nei suoi occhi pieni di odio e disprezzo per l'umanità. La coppia è andata ad abitare presso una casa di campagna in Spagna (più precisamente in Estremadura, la regione dov’è nato lo stesso Carrasco), la terra che è diventata l'ultima meta per i pensionati dell'esercito d'invasione: «Lo Stato Maggiore ha disposto che gli ufficiali che si sono distinti nell'annessione della Spagna abbiano la priorità nella scelta della casa nel villaggio di loro preferenza». Il loro figlio Thomas («il ragazzo dolce e premuroso che non sono riuscita a tenere con me», racconta Eva), assediato dalla violenza paterna, è caduto in guerra sul fronte orientale. Hanno soltanto un cane indolente di nome Kaiser a fargli compagnia in quel lento e inesorabile declino che è la vecchiaia. Finché non appare nell’orto di casa uno straniero, una specie di vagabondo “elegante”, la faccia solcata da una serie infinita di cicatrici: «è un uomo magro vestito con la giacca scura che avevo già visto e un paio di pantaloni neri. Se ne sta riverso contro le assi, le gambe tese, la testa reclinata e le mani sulle cosce con i palmi rivolti all'insù».

Dare voce al dolore del mondo. “La terra che calpestiamo” di Jesùs Carrasco

In un primo momento il contatto con l’altro è difficile. Eva, impaurita dai rumori dell'uomo entrato in casa durante la notte, prova a ucciderlo con una fucilata, per fortuna ferendolo soltanto. Quello sparo è come l'inizio di una nuova storia tra lei e Leva (il nome del vagabondo). Perché loro in fondo sono due sopravvissuti che leggono la rabbia negli occhi dell'altro («sei un otre marcio, gonfio di quella stessa bile che corrode anche me»). Eva è sopravvissuta alla morte dell'amatissimo figlio, lui alla scomparsa di moglie e figlia. Entrambi hanno creato un loro mondo per difendersi dal dolore che li circonda come una belva assetata continuamente di sangue. Eva ha i libri che potrebbero difenderla quando deve presentarsi al castello a rendere conto al Console della presenza di quello straniero (ma lui è veramente uno straniero?) nella sua proprietà: «avrei preferito combattere questa battaglia nella nostra sala, dove la presenza dei libri mi sarebbe stata di conforto. Ogni volume emana una luce che io percepisco con chiarezza... Mi sarei lasciata consigliare da Seneca. Lui mi avrebbe rassicurato».

Ha le parole della scrittura, dei suoi diari che la proteggono dalla malvagità di Iosif e quando Leva gli chiede di parlargli della neve lei comincia a raccontare e lo fa diventando voce universale del dolore del mondo («il dolore che ci unisce»). La voce racconta di rastrellamenti, di persone cacciate dalle proprie case e raccolte dentro una chiesa (la casa di un Dio assente), con le mani legate dietro la schiena e incappucciate. I soldati li fanno mangiare e bere (i prigionieri vengono storditi con del vino scadente) con quel cappuccio sempre sulla testa: «e così bevono a sazietà e uno dopo l'altro cadono nel sonno, alcuni con il sacco piene di spine e teste di pesce, con le squame dorate che brillano come lustrini di madreperla». Poi vengono spinti verso i camion che li portano lontano, magari a disboscare le montagne delle terre del Nord, così da fornire all'Impero il materiale per la costruzione delle traversine di legno per le ferrovie che invaderanno l'Europa. Da quei camion ammorbati dal puzzo di morte usciranno alla fine del viaggio soltanto i sopravvissuti, già fantasmi di un mondo prigioniero della legge del più forte. Leva sceglie il silenzio per difendersi (e questo gli permetterà di farsi notare del tenente Boom che lo proteggerà nelle terribili stagioni passate a servire l'Impero).

Dare voce al dolore del mondo. “La terra che calpestiamo” di Jesùs Carrasco

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Dentro l'orto della signora Hollman sulla terra ha disegnato una specie d'imbuto: «incastra il corpo su un fianco nella parte stretta e raccoglie le gambe al petto nella parte più ampia. È la posizione che assumono i soldati per proteggersi al fronte, lassù nel Nord. Così si riparano dai venti freddi che penetrano nelle giacche più pesanti, dagli spari dei nemici e dai colpi degli obici». La visione è un altro degli aspetti che legano tra loro i due protagonisti (quella stessa visione che è parzialmente affine anche in Boom): la visione di due esseri umani. La visione degli uomini delle terre del Nord è offuscata, impassibile e si posa indifferente sulle cose, la natura e gli uomini (una delle caratteristiche più terribili dell’efferatezza).

Il romanzo di Carrasco, con la sua lingua poetica e al tempo stesso materica, è un viaggio che lentamente, ma inesorabilmente ci sprofonda negli inferi della malvagità umana. Un libro che assume, come Eva con Leva, tutto il dolore di cui la terra del XX secolo si è imbevuta: guerra, odio razziale, pulizia etnica, sfruttamento economico e devastazione ambientale... soltanto saper raccontare il “maligno” con parole degne dei maestri può aiutare a ripulirci finalmente da così tanto sangue.


Per la prima foto, copyright: Stijn Swinnen.

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