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Dalla Siria alla Germania, il difficile viaggio di Yusra Mardini

Dalla Siria alla Germania, il difficile viaggio di Yusra MardiniYusra Mardini oggi ha ventun anni e vive a Berlino, dove fa la nuotatrice professionista con alle spalle la partecipazione alle Olimpiadi di Rio nel 2016. Raccontata così quella di Yusra sembrerebbe la storia di una ragazzina di successo che è riuscita a realizzare i suoi sogni senza problemi. In realtà le cose non sono andate proprio così. La sua vita è stata una vera e propria corsa a ostacoli a cominciare dalla vita a Damasco, in Siria, tra le bombe della primavera araba e della guerra civile, proseguendo con la separazione dai genitori per arrivare in Europa insieme alla sorella Sara e affrontando uno dei tanti viaggi su un gommone di fortuna per attraversare il Mediterraneo.

Sbarcate in Grecia, attraverseranno i Balcani a pieni e in treno fino a giungere a Berlino.

La storia di Yusra è raccontata in I rompiscatole di Vittoria Iacovella (edito da Risfoglia con le illustrazioni di Lorenzo Santinelli), un libro pensato per ragazzi che raccoglie le storie di altri ragazzi «autentici che, col loro carico di difetti, complessi, limiti e paure, a un certo punto della loro vita, davanti a un problema, si sono inventati una soluzione, qualcosa di straordinario. Nessun super potere a rassicurarli che erano nel giusto, nessuno specchio a rimandargli un'immagine perfetta, nessun paracadute a garantirgli che non si sarebbero schiantati. L’hanno fatto e basta. Hanno guardato in faccia i loro mostri e sono andati avanti. Hanno rotto le gabbie, gli schemi, le usanze, le idee irrigidite e incrostate, hanno rotto le scatole e, facendolo, hanno cambiato un pezzetto di mondo, trasformandolo in un posto un po’ migliore.»

 

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Dalla Siria alla Germania, il difficile viaggio di Yusra Mardini

Qui di seguito un estratto della storia di Yusra Mardini.

 

Il senso dell’orientamento è un dono che non appartiene a tutti e Yusra infatti ancora lo cerca.

È capace di perdersi ovunque, a Daraya dove è nata, figuriamoci ora che si sono trasferiti a Damasco.

La stordisce la città che profuma di rose, cannella e cloro. Già perché alla fine lei sta sempre in piscina ed è quello l’odore che sente di più. Lo spogliatoio, però, è un mondo a parte, fatto di vapore, intimità,

oli profumati da scambiarsi, ciabattine da smarrire, panche e confidenze. […]

Damasco è sempre stata una città sicura rispetto ad altre capitali del Medioriente.

Qui ragazze cristiane, ebree, musulmane possono girare da sole in tutta tranquillità senza timore di essere molestate.

Lo scorso anno, però, sono iniziati i disordini, partiti da alcune zone periferiche del Paese: qualcuno la chiama primavera araba, qualcuno guerra civile. Non si sa ancora bene quali siano le parti: c’è il governo, il regime, ci sono i ribelli, c’è un sacco di gente venuta da fuori, jihadisti li chiamano. Ma poi che cavolo ci viene a fare un pachistano col mitra in Siria?

Fatto sta che la loro prima casa non era più sicura e quindi Yusra, le sorelle, la madre e il padre hanno fatto i bagagli e sono andati a Damasco. Lì è più sicuro, qualche soldo da parte ancora ce l’hanno.

Continueranno ad andare a scuola e ad allenarsi in piscina ogni giorno. […]

Ma un fracasso infernale la sveglia. Il tetto è squarciato, la luce l’acceca. Tutti gridano.

Ogni suono si è fuso in un urlo indistinto che lascia in gola il sapore del piombo.

La polvere e i calcinacci impastano l’acqua della piscina. Nella confusione, Yusra sa soltanto di dover uscire velocemente. Mentre si issa sul bordo e fugge scalza e bagnata cerca le sorelle, le amiche ma non distingue altro che ombre nel fumo.

È sicuramente un incubo ma non riesce a svegliarsi. Corre e basta, con la cuffia in testa, gli occhi sbarrati che vedono ma non capiscono, il costume incollato addosso, il fiato corto, il cuore a mille. I piedi fra i cocci taglienti.

«Tutti fuori!» grida l’allenatore indicando l’uscita. Yusra guarda la piscina nella quale fino a qualche minuto prima stava nuotando. Sul fondo giace una bomba: un RPG inesploso. Se fosse caduta solo qualche metro più in là, sul pavimento, li avrebbe uccisi tutti. […]

 

Hanno iniziato a bombardare anche la capitale. Non si capisce chi sia a farlo, se il governo, i ribelli, gli jihadisti. La gente vede piovere bombe sulla propria testa, barili scuri pieni di benzina e chiodi, la gente muore senza neanche sapere bene per mano di chi.

Non si possono chiedere informazioni, non si possono fare critiche. Il vicino è stato portato via per aver avanzato dubbi sul governo e non è più tornato. Sua moglie ogni giorno va a supplicare le guardie di farle avere notizie del marito, di far entrare il suo avvocato, ma nulla: sembra sia stato ingoiato, assieme a tantissimi altri, dalla bocca buia del carcere. Allo stesso tempo il papà nella loro prima casa aveva nascosto la foto di Sara premiata dal Presidente Bashar al-Assad per paura che i ribelli li prendessero di mira. […]

Yusra continua ad andare a scuola, il padre insiste per spendere tutti i loro risparmi per lo studio e il nuoto. Lei e sua sorella vanno ancora in quella piscina con i buchi.

Ormai ci ridono: «C’è la presa d’aria, così non si forma troppa condensa». […]

Quel giorno, però, quando tornano in superficie non ci si vede più. Il fumo copre ancora tutto. Forse c’è un incendio. È densa la polvere, così tanto da non permettere di vedere la casa. Yusra si perde, non la trova. Gira a destra dove c’era il cane che non abbaia più. Fra le macerie un odore denso che la fa vomitare. Alza lo sguardo in cerca di un solo punto di riferimento, Sara le afferra un polso. Non si è persa. Devono fuggire di nuovo, spostarsi. La loro casa non c’è più, la loro casa non esiste più. Libri, magliette, cd, pentole, foto, soldi, computer, ventilatore.

Nulla, non hanno più nulla che non l’essere vivi e, guardandosi attorno, capisce che è già tanto. Anzi, che è tutto. Molti dei loro amici sono fuggiti all’estero verso Germania, Austria, Svezia. Sara insiste, lei vuole andare ma la sorellina più piccola, Shahed ha solo sette anni e il viaggio sarebbe troppo pericoloso per lei. Ormai però la situazione è insostenibile così i genitori accettano di far partire le figlie con la promessa di ricongiungersi tutti in Germania il prima possibile.

Raccolgono fra la polvere delle loro vite quel poco che resta e decidono di lasciare il Paese. […]

Il viaggio per il Libano è relativamente breve, invece l’attesa per la Turchia è estenuante. L’aereo ha tre ore di ritardo e le toccherà rimandare il momento in cui saluterà la mamma sempre più pallida e la piccola Shahed. I controlli sono tantissimi, i profughi non si contano più. La guerra ha livellato tutti e Yusra, un tempo benestante, si ritrova in una tendopoli fredda e lercia, senza nulla da mangiare, senza farmaci per chi sta male. La dignità e l’umanità sembrano un lusso del passato. Sara col cugino più grande cerca un contatto con gli scafisti. Il padre ha ancora qualche soldo da parte, non basterà per tutti, per ora vuol pagare il viaggio verso l’Europa a Yusra e Sara. Poi cercherà i soldi anche per gli altri. È un allenatore di nuoto ma sa far tutto e così è anche sua moglie. […]

Yusra torna alla sua tenda, ormai è ora di prepararsi, lei e Sara hanno uno zaino sulle spalle. Salgono su un furgone. Dietro di loro il buio inghiotte ogni lacrima. In Turchia non è facile, non hanno più il padre a proteggerle. Si guardano le spalle a vicenda. Sono due ragazze giovani e carine, devono a ogni costo riuscire a passare inosservate a certi uomini che si aggirano per il campo. Devono diventare piccole, insignificanti, trasparenti. L’attesa è estenuante. […]

Yusra sbircia i volti dei suoi compagni di avventura. Una coppia ha improvvisato una culla mettendo una copertina dentro un salvagente. Vede delle gambette bianche muoversi.

«Ha quattro mesi e mezzo» le dice la mamma.

La bimba ha appeso al collo un cordoncino rosso con una specie di piccolo portafogli. «Dentro ci sono i suoi dati e tutti i nostri recapiti, non si sa mai». […]

Finalmente è arrivato il momento, si parte, eccole quasi sulla barca, di corsa per non essere viste dalle guardie. Yusra ha paura, vorrebbe quasi dire che non fa niente, che se ne tornano in Libano, sente la voce della vecchia risuonarle in testa.

Sara la strattona facendole segno di star zitta e andare avanti ma quando arrivano le rimandano indietro. Non si può, dovete aspettare ancora. Sono troppi.

Ancora un giorno senza mangiare, bevendo acqua sporca. Molti stanno male, vomitano, hanno la febbre.  […]

Eccoci finalmente, l’aurora schiarisce l’orizzonte quel tanto che serve per vedere la piccolissima imbarcazione pronta a riva. Sopra salgono in ventiquattro. Alcuni sono bambini. […]

C’è chi si fa il segno della croce e chi mormora i nomi islamici di Dio. Ciascuno stringe il suo piccolissimo bagaglio. Lasciano alle loro spalle un solco leggero. Guardano avanti, sono solo quarantacinque minuti ma è tutto nero e l’altra costa non si vede. Da qui verso l’Europa, il mare è quasi bello, si potrebbe quasi pensare di essere due ragazzine qualsiasi che partono per una vacanza studio. […]

Dopo quindici minuti, però, il motore inizia a incepparsi. L’uomo che lo guida impreca. Tutti restano col fiato sospeso. Lui si innervosisce. Prova a riavviarlo. Un uomo grosso gli urla: «Lascia fare!», ma niente, il motore è bloccato. I bambini leggono il panico nel volto degli adulti e iniziano a piangere, si attaccano al collo delle madri che si sbilanciano. Sta entrando acqua. «Questo gommone non può star fermo o affonda» urla l’uomo nervoso. Lo scafista è una maschera di sudore e odio, prende la valigia della donna più vicina e la scaraventa in mare.

«Buttate i bagagli, stiamo affondando».

Tutto intorno è nero, sul cielo limpido Venere vibra piano. Puoi urlare quanto vuoi, lei non si muoverà.

Gettano ogni loro avere in acqua, il motore non dà più segni di vita ma il gommone ora è meno carico. A Yusra e Sara restano solo la maglietta e i jeans che hanno addosso, neanche un paio di ciabattine.

Tutti si danno da fare per buttare fuori l’acqua ma sono immobili nel nulla. Un puntino che aspetta solo di essere inghiottito, una caramella per il mare. I bambini piangono, gli altri pregano. Quasi nessuno sa nuotare. […]

Dalla Siria alla Germania, il difficile viaggio di Yusra Mardini

A quel punto Yusra, Sara e due uomini prendono l’unica decisione possibile e si tuffano. Senza il loro peso la barchetta galleggia meglio ma le onde sono fortissime.

[…] Yusra nuota e spinge il gommone. I bimbi urlano felici, le incitano, gli altri pregano che le forze li assistano.

Le manca il fiato, l’acqua è gelata, i pantaloni le si sono attaccati addosso e sono pesantissimi. «Ho diciassette anni e non posso affogare. Sono una nuotatrice, sarebbe ridicolo».

Trenta minuti in gommone, cinque chilometri, duecento vasche in piscina. Roba da super atleti, roba da pallanuotisti ma si può fare se il premio è sopravvivere.

Si può fare.

Forse.

A nuoto, spingendo, sono diventate tre ore e mezza. Non potremo mai capire quale sia il nostro limite finché non lo varchiamo e ogni volta che Yusra pensa che oltre non potrà andare, che è finita, c’è ancora un altro po’ di fiato, un’altra spinta, un altro movimento della gamba. È l’ultimo, poi eccone un altro da una riserva di vita nascosta chissà dove. Nuota e spinge, guarda Sara trasfigurata dallo sforzo, dalla rabbia e non la riconosce. È orribile, è un’estranea, è il suo specchio.

Ora Yusra non sente più neanche il dolore, i crampi, il pianto di chi sta sul gommone. Sul fondo la aspetta il calamaro gigante, forse non sarà poi così orribile lasciarsi abbracciare da lui. Chiudere gli occhi, smettere di nuotare, di soffrire. È già dolce il pensiero. […]

 

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Il sole sorge, il gommone tocca la terra greca. Lesbo. Sono tutti salvi.

Yusra si sdraia a terra, trema, è viva. Ha varcato ogni suo limite. Lei non è così forte, come ha potuto?

Lei ha paura del mare e persino di cose stupide come i calamari giganti. Come ha potuto nuotare per tre ore e mezza nel buio e nel gelo con i suoi cinquanta chili? Qualcuno la prende in braccio e la copre. «Grazie. Grazie ci avete salvati». […]

Per arrivare in Germania Yusra ha camminato venticinque giorni: a piedi dalla Grecia attraverso Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria. Qualche mese dopo, tutta la famiglia si riunisce ottenendo la protezione internazionale e nel marzo del 2016 viene scelta per le Olimpiadi di Rio. Nella foto il suo sorriso è quello della più giovane atleta a portare la bandiera della Nazionale Rifugiati. […]

Nel 2017 Yusra Mardini diventa la più giovane Ambasciatrice di sempre per UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati).

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