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Dall’ironia postmoderna alla serietà ipermoderna

Dall’ironia postmoderna alla serietà ipermodernaSecondo alcuni critici, c’è un nuovo modo di nominare, e quindi concepire, il tempo presente: si parla infatti di ipermodernità per indicare il momento storico – anche se il termine non designa la totalità di una nuova era, come poi vedremo – in cui siamo immersi.

Sulla postmodernità si è discusso tanto e ancora si continua a farlo. Accettata da alcuni, rifiutata da altri, il termine è stato al centro di accesi dibattiti. In ogni caso, i vecchi idoli postmoderni quali fine della storia, morte del soggetto, testualizzazione del mondo sembrano non mordere più. Il presente non si esprime più con la sua consueta ironia, né accetta l’anything goes e illaissez faire. È innegabile un recente quanto importante affermarsi di logiche comuni assolutamente attive che cercano di far presa sul proprio tempo, anziché lasciarlo scorrere via inerme. Forme di solidarietà, di responsabilità etica, di attivismo ecologico caratterizzano vistosamente lo scenario pubblico e mediatico odierno; sebbene vi sia molta speculazione retorica, non si può archiviare tutta la questione come falsa coscienza o moda fine a se stessa. Sono sempre più le persone che vogliono mangiare e vivere coscienziosamente sano (esplodono i cibi bio, il fitness, etc), conoscere la verità dei fatti (non senza un’ansiogena ricerca del complotto, fomentato dall’informazione in rete), lottare per una causa (l’ambiente, le vite dei migrati, il maltrattamento animale, il precariato, le minoranze etniche, etc.).

C’è una sensibilità collettiva reale che affonda le sue mani nel terreno dell’esistenza, cercando di tastarne la consistenza e modificarne la conformazione. «Se allora il postmoderno si è pensato come l’epoca della fine della storia e dei conflitti, in questa nuova fase la storia si è rimessa in moto, i conflitti prendono di nuovo a manifestarsi, l’attrito tra vita intellettuale e assetti politico-economici è tornato a essere produttivo», scrive Raffaele Donnarumma nel coraggioso libro Ipermodernità. Dove va la narrativa contemporanea (Il Mulino, 2014) in cui presenta, appunto l’epoca ipermoderna.

Dall’ironia postmoderna alla serietà ipermoderna

D’altro canto, si assiste all’espandersi sconfinato del consumo e dell’edonismo di massa su scala globale, in un mondo sempre più frenetico e nevrotico che pare implodere su se stesso: «sono l’eccesso, l’accelerazione, insomma l’iperbole, a dominare nella vita pubblica e privata». Come interpretare tutti questi sintomi che sembrano non esser più rappresentati dalle teorie postmoderne? In che modo fenomeni tanto sparsi riescono a rientrare in una stessa categoria nominale?

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La tesi dell’autore è chiara: dalla modernità – il movimento storico di inizio ‘900 – non siamo mai usciti. Insomma, non c’è stato nessun dopo. Nessun “post” (moderno) a sancire un sorpasso, un distacco, una frattura. Facciamo sempre parte della stessa grande opera, quella della modernità appunto, in cui postmoderno e ipermoderno sono atti dello stesso dramma, così come Rinascimento e Manierismo e Barocco appartenevano tutti a una stessa epoca. Non si parla pertanto di una nuova era, di un nuovo capitolo che è invero quello ipermoderno: nessun distacco netto col postmoderno – come invece il postmoderno ha fatto con la modernità: il prefisso post dichiara apertamente la volontà di frattura – ma uno scivolamento rispetto a esso in cui può arrivare a tratti a sovrapporsi.

Dall’ironia postmoderna alla serietà ipermoderna

Cosa si intende quindi per presente ipermoderno? L’ipermoderno «è una compulsione nevrotica che neutralizza gli idoli [moderni] (rapidità, novità, efficienza, fattività…) proprio mentre li innalza». Il prefisso iper sta a indicare il sovraccarico, l’intensività, l’accelerazione dei valori sui quali si basava il mondo moderno. È una continuazione esasperata di processi iniziati più di un secolo fa e che stanno alla base della conformazione globale odierna. Ogni frizione incauta può trasformarsi nel suo opposto, vedi l’esempio emblematico dell’attuale crisi economica «in cui la smania ipercinetica, la rincorsa a profitti sempre maggiori, l’affanno per una produttività sempre più alta sono pronti da un momento all’altro a rovesciarsi nel tracollo». Se la modernità credeva ciecamente nel progresso e prometteva la felicità a tutti indistintamente, l’ipermoderno sa che la stabilità cammina sul filo del rasoio e che basta un istante per sprofondare sotto il peso dell’eccesso. «Il prefisso iper depone così ogni possibile sfumatura celebrativa e rivela il suo carico ansiogeno e intimidatorio: l’iper è il dover essere della contemporaneità, la sua ossessione prestazionale». Il carico ansiogeno, ossia l’ansia, è non a caso una delle patologie tipiche dell’uomo ipermoderno, costretto com’è a sottostare al tempo dei record della sua quotidianità.

Da un lato, delle dinamiche politiche-economiche-societarie aumentano esponenzialmente fino a rischiare di scoppiare; dall’altro, una volontà critica e autocorrettiva indaga circa il suo agire. Insomma, l’ipermodernità sembra rispondere alle dinamiche dell’eccesso; come a dire, è solo quando si tocca il limite con mano che ci si chiede se non sia il caso di tornare indietro e portare a casa la pelle. Dall’ironia postmoderna in cui sembrava che nulla potesse accadere, si è passati alla serietà ipermoderna in cui ci si è resi conto che in realtà le cose possono accadere sul serio, senza tanto riderci su. Altro che sciopero degli eventi. Si può cadere per davvero e il burrone è lì sotto ai nostri piedi. Piedi oscillanti, scossi continuamente degli eccessi dell’ipermodernità.

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