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Dall’"Enrico IV" ai ragazzi di strada: "Belli e dannati" di Gus Van Sant

Belli e dannati (My Own Private Idaho) di Gus Van SantLa tendenza a trasporre sullo schermo romanzi, racconti o pièce teatrali è una costante di gran parte della storia del cinema, dai classici della letteratura sino a opere di scrittori meno conosciuti. Scelta condivisa persino da un grande cineasta come Stanley Kubrick, almeno da Rapina a mano armata (1956) in poi. La debolezza del precedente Il bacio dell'assassino (1955) – soggetto e sceneggiatura di Kubrick – era costituita proprio da una storia fiacca e personaggi poco delineati da un punto di vista psicologico: invece, i contenuti dei libri da cui vennero tratti i successivi film, furono, nella maggioranza dei casi, sinonimo di buona qualità formale, con intrecci e caratteri approfonditi e di spessore. Anche Gus Van Sant, per le sue pellicole, ha attinto a piene mani soggetti dal mondo editoriale, a partire da Mala noche (1985), tratto da un racconto di Walt Curtis, fino al recente Promised land, la cui sceneggiatura è basata su uno scritto di Dave Eggers. Stessa storia per Drugstore cowboy (da un romanzo di James Fogle) e To die for (dal soggetto di Joyce Maynard, relativo al caso di Pamela Smart la quale, dopo aver ucciso il marito nel 1990, divenne celebre grazie all’enorme impatto mediatico suscitato dalla vicenda). Nel 1998, Van Sant non esitò a realizzare il remake di Psycho di Hitchcock – a sua volta tratto dal romanzo di Robert Bloch – e, diversi anni dopo, Paranoid park, dal romanzo di Blake Nelson.

 

Manca un titolo alla lista appena stilata: My Own Private Idaho (1991), tradotto (male) in italiano Belli e dannati. Il film vanta non uno, ma ben tre soggetti diversi: il primo è un documentario che testimonia la vita dei ragazzi di strada a Portland; il secondo, è una rilettura dell’Enrico IV di Shakespeare, nella versione realizzata da Orson Welles (Falstaff, 1965); infine, una storia che tratta il delicato tema della narcolessia. È interessante notare come Van Sant abbia combinato un materiale così eterogeneo: Belli e dannati fonde diversi elementi della cultura vansantiana, innanzitutto l’amore del regista per la sua città d’origine, Portland; poi, componenti di cultura beat e la figura del tramp americano, riletto in chiave queer. Tale tramp (il “vagabondo” e, a tal proposito, è impossibile non pensare a quello per eccellenza, Alexander Supertramp, ossia Christopher McCandless) assume i connotati dell’immigrato messicano Johnny, oppure quelli del tossicodipendente Bob di Drugstore cowboy o del narcolettico Mike.

 

Il Mike di Van Sant è – citando l’attore River Phoenix che ne ha vestito i panni – «una sorta di Stroszek di Herzog», solo che, al posto di bere, dorme. Apre e chiude Belli e dannati una strada in mezzo al nulla, della quale Mike si appropria per un momento («questa è la mia strada»), anche se ben presto è chiaro che la strada, «esattamente questa strada», è la vera protagonista del road movie, capace di dominare, prostrare e sottomettere chiunque sosti in essa. Mike è il «personaggio reale», in opposizione a quello letterario tratto da Shakespeare, rappresentato da Scott Favor, figlio del sindaco di Portland. Scott (rivisitazione in chiave moderna della figura del principe Hal), è un ragazzo che, una mattina, si sveglia e decide di andare a vivere per strada. Alla cameriera che gli chiede dove stia andando, egli replica: «Dovunque, comunque buona giornata». Una scelta così radicale risponde alla necessità del giovane di emanciparsi dall’opprimente autorità paterna e, nello stesso tempo, di sperimentare il mondo partendo dal basso. Si unisce così alla banda dei ragazzi sbandati di Portland, che si prostituiscono e si drogano coi soldi guadagnati. Mike diventa il suo migliore amico, mentre a capo del gruppo c’è Bob (un pingue Falstaff), per Scott una sorta di padre putativo (nel film si lascia intendere che in passato i due fossero stati pure amanti).

 

La fusione delle tre tracce porta a un risultato finale eccellente. Entrano in gioco anche elementi che richiamano la letteratura di Dickens: si pensi alla “campfire scene”, dove Mike dichiara il suo amore all’amico, con un misto di tenerezza, dolcezza e commozione, che però non scade mai nel sentimentalismo più stucchevole. Ancora una volta è l’elemento reale e umano a giungere dritto al cuore dello spettatore: infatti, è proprio lo sfortunato Mike, vittima di attacchi narcolettici sempre nei momenti meno opportuni, a risultare l’unico personaggio dotato di una certa morale e di sentimenti autentici e profondi («io ti amo e tu non mi paghi»). È uno strano tramp Mike, perché, in realtà, il suo viaggio è costellato da pochi attimi di consapevolezza, dal momento che la maggior parte del tempo la trascorre dormendo. Eppure, nel suo mondo parallelo (appunto, il suo “Idaho personale”) trovano spazio una casetta e una madre che egli non vede da tempo e che vuole ritrovare a tutti i costi: un universo scarno ma ben definito, che ritrae i desideri inconsci e l’interiorità di questo personaggio, rendendolo di certo più complesso e articolato del co-protagonista il quale, nonostante i richiami al regale principe Hal, resta il viziato figlio di un ricco signore. Non appena si presenta l’occasione Scott è pronto a rivendicare la sua parte di patrimonio e prestigio sociale, senza scrupoli nel voltare le spalle a quel mondo dei bassifondi che per anni l’ha ospitato, protetto e gli ha regalato forse le emozioni più autentiche di quella che si rivelerà essere sempre stata un’esistenza mediocre.

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