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Dal mare magnum degli archivi di Scerbanenco emerge “L’isola degli idealisti”

Dal mare magnum degli archivi di Scerbanenco emerge “L’isola degli idealisti”«Una macchina per scrivere storie»: così Oreste del Buono aveva definito, in un suo articolo, l’amico Giorgio Scerbanenco, narratore – ucraino di nascita ma italiano per formazione – tanto prolifico e versatile da essere «in grado di scrivere quattro o cinque novelle […], di mandare avanti due puntate di romanzi […], di tenere due o tre rubriche di corrispondenza […] e di buttar giù, sempre nella stessa, unica settimana, un numero imprecisato di pezzi e pezzetti necessari al completamento di questa o quella testata».

Un corpus di romanzi, racconti, corsivi quasi sterminato; complicato dalla presenza di pseudonimi ed eteronimi; labirintico, perché Scerbanenco disseminò e sparpagliò i suoi scritti sui periodici e quotidiani più disparati; tentacolare, poiché, da buon artigiano della parola, seppe padroneggiare generi differenti (fantascienza, narrativa rosa, giallo, western, noir).

Alcuni titoli, s’aggiunga, non furono nemmeno pubblicati; altri andarono dispersi, «smarriti nel caos scatenatosi in tutta Italia dopo l’8 settembre del 1943» (cito dalla prefazione, p. 8); uno, però, si salvò e ora emerge dal mare magnum della sua produzione: L’isola degli idealisti.

 

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Più di settantacinque anni dopo la sua stesura, il romanzo arriva in libreria, riportato a galla dalla Nave di Teseo la quale, in concomitanza, pubblica anche una biografia, Il fabbricante di storie. Vita di Giorgio Scerbanenco in cui Cecilia, la figlia, ricostruisce la figura del padre non solo come scrittore ma anche come uomo.

Sull’isola della Ginestra o, come viene più spesso chiamata, «al Ginestrin», «terra […] senza avvenimenti», vive, intorno agli anni Trenta, la famiglia Reffi (Celestino, sua sorella Carla, loro padre Antonio) insieme ai parenti Vittorio Bras e consorte, al custode Marengadi, alla servitù e all’alano Pangloss.

Dal mare magnum degli archivi di Scerbanenco emerge “L’isola degli idealisti”

Le giornate si trascinano stanche, monotone, tediose ma ciascuno dei personaggi – almeno quelli principali – custodisce una scintilla di folle idealismo, che Scerbanenco riuscirà, sapientemente, a far deflagrare: Carla è una «lettrice e scrittrice» di quarant’anni, dai capelli grigi e l’aria «trasognata», persa in un «suo olimpo», isolata «dal mondo delle cose concrete»; Antonio è un uomo attempato, ironico, all’apparenza beffardo, ma in realtà sempre teso a perseguire i propri ideali; di Celestino, ventinove anni all’inizio della storia, comprendiamo, fin dalle sue prime azioni, la freddezza energica, la mania del controllo e l’ossessione per tutto quello che sia razionale: compie, a nuoto o in barca, tutte le mattine, il periplo dell’isola; si ostina a insegnare, attraverso metodi ingegnosi, la matematica al suo cane.

Scerbanenco, narratore versatile e scaltrito, al pari di una vera «macchina» per inventare storie, sovverte la quotidianità stagnante e astorica del Ginestrin con l’arrivo, durante una sera, di un uomo e di una donna: due ladri d’albergo braccati dalla giustizia.

Celestino, la cui tensione idealistica si dilata in una concezione di giustizia astratta, pone davanti a Guido e Beatrice – questi i nomi dei due fuggiaschi – un’alternativa: essere consegnati al maresciallo e quindi arrestati; oppure imparare, confinati al Ginestrin, «a essere onesti, a essere onesti e sinceri», attraverso un «programma scientifico» di «riabilitazione». I due giovani optano, malvolentieri, per questa scelta.

I capitoli successivi si snodano tra «lezioni di onestà», descrizioni paesaggistiche in cui l’autore sembra parodiare una certa prosa d’arte («Il lago, il paesaggio tutto, erano di una greve malinconia […] come enormi animali vivi al bagno, i monti emergevano dall’acqua con i loro dorsi vellosi e potenti sullo sfondo d’un cielo rossastro»), accattivanti rivelazioni sul passato dei personaggi; si focalizzano sul rapporto tra Celestino e Beatrice: le loro lunghe discussioni, tra il sarcasmo tagliente dell’una e la calcolata rigidità dell’altro, rivelano tratti maieutici.

Dal mare magnum degli archivi di Scerbanenco emerge “L’isola degli idealisti”

Nonostante l’impegno profuso, per il momento, Celestino fallisce nel suo proposito; di più, non solo Beatrice e Guido sono rimasti disonesti e continueranno, fintantoché non si verificheranno accadimenti decisivi, a delinquere e a consumarsi ma - si scoprirà nel corso della lettura - altri personaggi, insospettabili, riveleranno tratti criminali e combattuti grumi di frustrazione, coaguli di odio represso.

Muovendosi agilmente tra i territori del noir, del giallo e del romanzo psicologico, Scerbanenco crea una struttura romanzesca sospesa tra i misteri e le indagini della Christie, Conan Doyle e Rex Stout, il razionalismo illuminista e le dicerie fumose, le scene di provincia e i motteggi di un mondo «sotto la cenere» che alcuni anni dopo troverà il suo profeta in Piero Chiara (confrontare, per la citazione, Il piatto piange, Milano, Mondadori, 2011 [prima edizione 1962], p. 3; e per atmosfere, ambienti e alcune dinamiche testuali, La stanza del Vescovo, Milano, Mondadori, 1976).

 

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Sul resto della trama meglio non dilungarsi: spetterà al lettore orientarsi tra inseguimenti, ritorni, colpi di scena, nascite, morti; sua guida sarà la penna fluida e scorrevole di Giorgio Scerbanenco, narratore versatile, prolifico e scaltro che – nonostante non facesse, come borbottavano i critici, vera letteratura – sapeva governare con maestria i congegni e gli automatismi della macchina narrativa, plasmare personaggi capaci di imprimersi nella nostra mente e trasmettere, oltre alla pura, leggera, felicità del raccontare anche una favilla di sano riscatto, in un mondo di insani ricatti.

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